Faenza. “E' prinzipì – In dialet rumagnol” (Massimo Piretti editore): arriva nelle librerie una bella traduzione in dialetto romagnolo de “Il piccolo principe”, capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, ad opera di Renzo Bertaccini e Gilberto Casadio. Era il 1943 quando Antoine de Saint-Exupéry diede alle stampe a “Il piccolo principe”. In quasi settant’anni il libro ha collezionato qualcosa come duecento milioni di copie vendute (di cui sette milioni solo in Italia) e 250 traduzioni in lingue e dialetti di tutto il mondo. Insomma un monumento della letteratura mondiale.

“Il dialetto non è identico in tutta la regione storica romagnola che va dal fiume Sillaro a Cattolica, dal Reno/Po di Primaro al crinale appenninico – affermano Bertaccini e Casadio -. Nonostante un solido fondo comune, esistono infatti differenze locali anche sensibili, per cui alcuni preferiscono usare il termine ‘parlate romagnole’ al posto di ‘dialetto romagnolo’. Noi abbiamo condotto la traduzione sulla nostra parlata, che è quella faentina (e più in generale della Romagna nord occidentale), con qualche episodico sconfinamento soprattutto lessicale nella parlata della Bassa Romagna nella quale entrambi, per motivi famigliari, affondiamo parte delle nostre radici. Come diceva Carlo Emilio Gadda, il dialetto è un sistema linguistico ‘prima parlato o vissuto che non ponzato o scritto’. Il dialetto non si insegna, si impara ‘cun e’ lat d’ mâma’. E non solo. Il dialetto è uno strumento che ci serve egregiamente per alcuni aspetti della nostra vita e delle nostre relazioni: perfetto per esprimere termini pratici, d’uso, immediati, familiari. Il dialetto è più diretto: quanti giri di parole bisogna fare in italiano per rendere un termine dialettale? Diventa un problema invece esprimere in dialetto altri aspetti (il tecnico, lo scientifico, il filosofico, i concetti astratti, l’affettivo: come si dice ‘ti amo’ in romagnolo?). La frase del grande Raffaello Baldini ‘In dialetto si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio’ ci sembra che possa riassumere tutti i nostri dubbi e le nostre difficoltà. Memori del monito di Giuseppe Bellosi (‘il dialetto è una lingua essenzialmente orale, una lingua della voce e non del segno, tant’è che risultano inadeguati i tentativi di dare al dialetto una veste grafica corrispondente alla materia sonora di cui è composto’) e ben consapevoli che non era nelle nostre forze, non diciamo raggiungere ma nemmeno avvicinarci alla perfetta corrispondenza fra fonemi e grafemi (come dicono quelli che hanno studiato la linguistica), nella nostra versione ci siamo limitati ad una grafia quanto mai essenziale, cioè povera di accenti, apostrofi, trattini”.