Lugo. “Qualche volta la matematica delle nascite crea strani scherzi, o magari siamo a voler vedere determinate congiunzioni astrali”. Comincia così la nostra chiacchierata con Maurizio Roi, presidente dell’Ater, che abbiamo interpellato per una serie di considerazioni sul bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e Richard Wagner (entrambi nati nel 1813).
“Ci ricordiamo, infatti, come comincia il film “900”? C’è una sorta di giullare che corre fra i campo gridando “è morto Verdi, è morto Verdi”. Letto oggi, possiamo dire che la morte di Verdi (a Milano, nel 1901) chiude il secolo ed inizia la modernità.
Questi due bicentenari coincidono, e celebriamo di due monumenti alla musica, al teatro e alla storia patria, e questi sono, a mio avviso, gli elementi che li accomunano”.

Perché “festeggiare” questa ricorrenza? In che sono simili ed in che dissimile questi due personaggi?
“Non voglio fare il critico musicale perché non è il mio mestiere. Sono soltanto un operatore, ed organizzatore, di questo ambito culturale. Verdi, a mio parere, scrive la musica e le storie che fanno da sfondo al Risorgimento. E’ così legato alla storia patria perché questo paese viene unificato e si trasforma al suono delle sue opere. Manzoni diceva che l’Italia era un luogo culturale più che uno stato: eppure l’impatto del cigno di Busseto sull’opinione pubblica che era tale nei libri di storia si ricorda ancora che il grido o il volantino dedicato a “W Verdi” voleva in realtà dire “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.
Anche la Germania conosce un percorso di unificazione simile al nostro, e Wagner ha cercato l’elemento unificante nella civiltà agreste. Quella che per i Romani era zona di barbari diventa il luogo per costruire la storia epica del popolo tedesco.
Wagner ha creato, infatti, la Kultur tedesca e ha colto perfettamente il desiderio del suo popolo di darsi una radice.
Un altro elemento li accomuna: entrambi sono teatro. Verdi ha scritto ben poca musica non teatrale, rappresenta infatti la perfetta sintesi fra la voce e il teatro; in questo è arcitaliano, perché l’Italia ha prodotto opera ai più alti livelli, e Verdi ha creato un vero e proprio meccanismo teatrale sorretto dalla musica.
Wagner è addirittura il teatro totale, fino a costruire (a Bayreuth) il suo teatro, e la musica sorge da una sorta di golfo mistico, perché lo spettatore non vede l’orchestra.
Per lui non c’è l’aria, è un musicar cantando e inventa pagine musicali davvero particolari. Ha guardato fra i primi la modernità: Verdi ha chiuso il secolo, Wagner ha aperto nuove strade.
Toscanini era un grande wagneriano, ha diretto sia Verdi che Wagner ed era un frequentatore di Bayreuth. Smise quando il nazismo giunse al potere e quell’evento ha fatto la fortuna musicale della Svizzera: il festival di Lucerna venne inventato proprio da Arturo Toscanini.
Questo anniversario, come in altri casi, ci permette di ripassare la nostra storia, e non solo quella musicale.”

Avviene qualche cosa di simile in Germania?
“Noi siamo più celebrativi rispetto ai tedeschi, e l’occasione ci spinge a celebrare un autore come Wagner che ha costi di rappresentazione molto alti. La stessa vocalità richiede dei veri e propri specialisti nelle opere wagneriane.
Celebrare Verdi, fuori d’Italia, è complicato, perché è l’autore più rappresentato al mondo.”

Cosa succederà in Italia?
“Ci sarà, in Emilia Romagna, il festival verdiano ad ottobre, le Traviata si sprecano, e i grandi teatri danno spazio alle opere wagneriane. Qui a Lugo ci saranno senz’altro momenti dedicati ai due autori, ma nulla di paragonabili a quel che avviene altrove. I costi sono proibitivi.”

Infatti, non possiamo pensare all’arte senza tener conto dei costi
“Non bisogna mai dimenticare, ad esempio, che la lunghezza delle opere teatrali di Molière era determinata dalla lunghezza delle candele.”

Torniamo alle celebrazioni
“Un aspetto che voglio ancora sottolineare riguarda la grande produzioni di balletti legata alle opere dei due autori.
Io non sono un nemico delle celebrazioni perché, come dicevo, aiutano a riflettere, ma osservo che in questo caso mancheranno due elementi.
Prima di tutto non c’è produzione critica degli studiosi e invece è ormai tempo di rileggere il novecento musicale e la coppia Verdi/Wagner aiuta a farlo. Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è, dal punto di vista musicale, un secolo lungo. E inoltre va sottolineato che sia Verdi che Wagner sapevano bene a chi si rivolgevano; non tutti gli autori di questo periodo hanno la stessa consapevolezza.
In Italia, poi, si paga dazio alla idea crociana dell’arte che può essere o celebrativa o erudita, quindi élitaria.
Arriviamo quindi alle celebrazioni senza un centesimo, con i comuni che non hanno più risorse e con l’intero settore musicale che sta arretrando (e anche in questo caso abbiamo problemi occupazionali non piccoli). Dobbiamo prendere atto che facciamo tanta retorica sulla cultura, mentre nei fatti la politica culturale è inesistente.”
(a cura di m.z.)