Le recenti primarie del 30 dicembre sono state sicuramente una grande prova di democrazia partecipata. Il Partito Democratico, di cui faccio parte con orgoglio fin dalla sua fondazione, ha scelto ormai da tempo questo importante strumento di consultazione degli elettori per la scelta dei propri leader ed oggi anche dei parlamentari.

Si tratta di una conquista importante per i nostri elettori e per la nostra classe dirigente che non può che avere delle ripercussioni importanti in termini di democrazia, merito, competenza, vicinanza alle istanze della società e rinnovamento della classe politica.

Lo strumento quindi a mio avviso non va messo in discussione, anzi direi che ormai fa parte del nostro DNA, diversamente, invece, ritengo vada rafforzato e migliorato affinchè diventi sempre più un mezzo consultivo che consenta di valorizzare la pluralità di competenze e sensibilità che un partito importante come il PD ha al suo interno.

Per capire bene in che direzione andare occorre però necessariamente partire da alcune riflessioni preliminari sul ruolo dei partiti e della politica nell'attuale società.

La nostra Costituzione (art 49) individua nei partiti i soggetti chiave della rappresentanza democratica: essi sono gli strumenti che rendono possibile il diritto di ogni cittadino a partecipare all'attività politica. Questa è per il nostro dettato costituzionale la loro precipua ragion d'essere, senza la quale viene messa indiscussione la loro stessa esistenza.

Per svolgere questo ruolo i partiti necessitano di un forte radicamento nella società civile poiché è dalla società civile che provengono le istanze che i partiti sono chiamati a interpretare.

Svolgere questo ruolo oggi pero' è assai piu' complicato che nel passato: la società attuale è piu' complessa, i legami interpersonali sono piu' destrutturati, la società piu' liquida, la struttura sociale è costituita da legami “laschi” piuttosto che rigidi. Le appartenenze si moltiplicano e si intrecciano e sulla scena appaiono altri corpi intermedi oltre ai partiti in grado di interpretare e farsi portavoce delle istanze della società. L'ultima rivoluzione rappresentata dalla società della comunicazione, poi, favorita in modo esponenziale dalla presenza massiccia dei social media e di internet, ha ulteriormente reso difficile il compito dei partiti.

La società italiana al contempo si è evoluta, è cresciuto il livello medio di istruzione e le occasioni di informazione e controinformazione si sono moltiplicate. I cittadini sono più consapevoli e dispongono di diversi strumenti di tutela e rappresentanza (associazioni, comitati, sindacati, organizzazioni di rappresentanza e tutela).

Di fronte a questi cambiamenti i partiti tradizionali appaiono quindi smarriti e faticano a riconquistare il legame con la società reale che spesso si evolve più velocemente della politica facendo sì che chi dovrebbe interpretare e guidare il cambiamento sociale (i partiti) si trova invece spesso a rincorrerlo.

In questo contesto il Partito Democratico è quello che più degli altri ha cercato di interpretare questo cambiamento rafforzando innanzitutto i propri meccanismi di democrazia e trasparenza interna e introducendo le primarie come strumento principale di partecipazione e condivisione delle scelte più decisive.

Alcuni meccanismi però a mio avviso vanno ancora oliati, affinché il legame con il Paese reale possa essere definitivamente riconquistato. Lo strumento delle primarie che si basa sul principio della partecipazione e della valorizzazione delle diverse competenze e sensibilità non può per sua stessa essenza che divenire più partecipativo e quindi più aperto e coinvolgente nei confronti dei cittadini tutti e ciò deve necessariamente passare attraverso un allargamento delle base elettorale. In secondo luogo occorre rifuggire dalle vecchie logiche quali la scelta di “candidature di richiamo” e istituire meccanismi che consentano di valorizzare e dare voce anche alle candidature meno note e che provengono dalla società civile in senso stretto ovvero non da una elité di professionisti, amministratori pubblici o dirigenti di partito ma che siano il più possibile rappresentative dei territori e delle diverse classi sociali che compongono la nostra società.

Per mantenere il legame con una società così in profonda e continua trasformazione è necessario inoltre favorire il ricambio costante della classe politica e dirigente del nostro Paese. La politica deve divenire oggi escusivamente servizio e in quanto tale non può essere affidata in toto a politici di professione ma deve saper cogliere e valorizzare di volta in volta le migliori energie del proprio Paese. Anche su questo ultimo aspetto le primarie possono giocare un ruolo decisivo senza dimenticare però la necessità di intervenire anche su altre leve quali la riduzione dei costi della politica e in particolare degli emolumenti dei parlamentari e di alcune categorie di amministratori, compensi che oggi confliggono apertamente con la logica di servizio a cui si faceva riferimento.

Una logica di servizio, inoltre, non può che avere un limite temporale determinato. Si tratta di un concetto più ampio del semplice limite dei due mandati, che pure è un elemento efficace in questo senso, perchè implica un cambiamento radicale del fare politica.

Senza questi ulteriori passaggi temo che anche le primarie nel breve periodo rischino di perdere la loro carica innovativa e inclusiva e che lo scostamento tra i partiti e la società reale sia destinato ad ampliarsi in modo irreversibile.

(Marina Lamonarca)