Riceviamo e pubblichiamo questo intervento del professore Marco Bondesan della facoltà di geologia dell'Università di Ferrara, che rimarca il rischio delle estrazioni di metano dal sottosuolo e la pericolosità anche della ricerca.

Spett. redazione,
ho inviato al Parco Veneto queste mie opinioni in ordine ai due problemi che saranno trattati nel prossimo Cts. Ritengo però di poterVi essere più utile con un approfondimento del secondo problema (del quale ne so un po' di più), quello del permesso di ricerca finalizzato all'estrazione di idrocarburi presentato dalla Nothsun Italia SpA.
In tutti questi casi la ricerca in sè non è di grande impatto, anche se per quanto ne so io non ci sono studi sulle ripercussioni del metodo vibroseiss sulla fauna, in particolare sulla fauna ittica; il fatto che queste vibrazioni non diano fastidio agli uomini è il solito modo di ragionare, ma in un parco non va bene (in realtà è sbagliato ovunque). Anche se verranno evitate, come siti di emissione e come punti di ricevimento delle vibrazioni, le aree Sic e Zps non ci deve bastare, per le seguenti ragioni:
    a) per quanto detto sopra (le vibrazioni non si fermano davanti ad un confine di area protetta);
    b) perchè il Parco talora si estende anche al di fuori delle zone Sic e Zps (è il caso del Parco del Delta emiliano romagnolo);
    c) perchè non mi sembra serio ragionare per procedure separate: la ricerca potrebbe anche non creare danni, ma è chiaro che se questa darà risultato positivo, in seguito si passerà all'estrazione. In quel momento come si farà a dire di no, dopo che questi avranno speso tanti soldi per la ricerca?
Ed è sicuro che in questo caso la ricerca darà esito positivo, per le seguenti ragioni:
– questi non stanno andando a caccia di metano in una trappola tettonica (cioè in una struttura profonda, ove si tratta prevalentemente di “metano secco”), bensì in una trappola stratigrafica, e strutture di questo genere ce ne sono in grande quantità, specie in una formazione sabbie intercalate a livelli meno permeabili come la formazione di Porto Garibaldi (Pliocene) o, meglio ancora, quella delle Sabbie di Asti (Pleistocene); ed è anche probabile che da queste formazioni dovranno estrarre non solo metano, ma anche acqua salata;
– qualcuno osserva che le trappole stratigrafiche in genere contengono assai meno idrocarburi di quelle tettoniche. E' vero, ma non in questo caso.
La mia personale opinione, avendo studiato, molti anni fa, le conseguenze dell'estrazione di acque metanifere praticata tra il 1938 e il 1964 da strati del Quaternario soprattutto nel Basso Polesine e nei territori di Mesola, Goro, Codigoro e Iolanda (ricordo – tanto per fare un esempio – che Codigoro si è poi abbassato di almeno un metro), io mi sono convinto che in quei 26 anni sia stato estratto solo il 20-25 % del metano esistente del Pleistocene di questa regione; se aggiungiamo quello del Pliocene possiamo capire perchè stiano arrivando tutte queste richieste di ricerca.
Se si parla di Pliocene e Pleistocene (e la domanda di Northsun di questo parla) non ci sia nemmeno bisogno di scegliere la trappola stratigrafica ideale; basta raggiungere uno strato produttivo con metano (o acque metanifere), e ne verrà fuori moltissimo.
E' chiaro però che, quanto più superficiali saranno questi strati produttivi, tanto maggiore sarà la subsidenza che le estrazioni determineranno. Io quindi ho l'impressione che qui stiamo per entrare in un sistema di estrazione di idrocarburi assai più infido di quello fin qui praticato, ad esempio, da Eni, anche nel Ravennate; stiamo per tornare sulla strada del Caso Polesine, magari con pozzi più profondi, ma più potenti e la musica non sarà tanto diversa.
Stiamo per aprire una diga. Dopo chi li ferma più? Che senso ha, poi, stracciarsi le vesti perché ENI vuole sfruttare i giacimenti dell'Alto Adriatico, se lasciamo fare questo assalto alla diligenza nelle terre emerse, nelle nostre campagne? La mia proposta è di dare a questo punto uno Stop generalizzato, Veneto ed Emilia, e, almeno per la pianura, chiedere le seguenti cose:
– che venga realizzata dalle Regioni (o dallo Stato se le Regioni non possono) una “carta delle esclusioni”, in modo da sottrarre al pericolo di ulteriori fenomeni di subsidenza, ad esempio, le aree sotto il livello del mare, quelle che presentano una pendenza inferiore ad un determinato valore minimo e quelle a ridosso della costa;
– che, nelle zone ove le estrazioni risulteranno praticabili, venga posto un limite minimo di profondità per i giacimenti oggetto di sfruttamento (es. 1500 o 2000 m) in modo da ridurre anche qui gli effetti della subsidenza;
– che venga studiato un protocollo di monitoraggi robusto e uguale per tutti.
Si può pensare anche ad altre prescrizioni, ma queste che propongo mi sembrano indispensabili, ragionevoli e semplici.
(Marco Bondesan)