Faenza (Ra). Le occasioni che ci aiutano a capire cosa succede nel mondo dell’economia e cosa potrà accadere nel corso di quest’anno sono davvero momenti da sfruttare fino in fondo.

E l’iniziativa della Banca di Romagna, che il 5 febbraio ha proposto una riflessione su “ I mercati che vedremo: uno sguardo all’economia del 2013” (con il partner abituale, Eurizon Capital SGR, del gruppo BancaIntesa) ha colto nel segno perché, in un paio d’ore (grazie anche alla qualità degli oratori), ha saputo dipingere la situazione attuale con efficacia.

Ha aperto i lavori il direttore della Banca di Romagna, Francesco Pinoni che ha brevemente definito i nodi centrali che, a suo avviso, questo nostro paese ha di fronte: dovrà essere chiaro cosa si potrà e cosa non si potrà fare, andranno definite regole chiare per tutti e il mondo del lavoro dovrà essere la prima preoccupazione.

Certo, i due relatori non hanno potuto dare risposte immediate a domande che richiederanno importanti interventi governativi, ma hanno sicuramente illuminato meglio alcuni aspetti della crisi attuale.

Andrea Conti, il primo relatore, (Responsabile Macro Research) ha cominciato il suo intervento partendo dal debito. “E’ dal 2006 che le economie occidentali hanno vissuto a debito; in alcuni casi, come quello americano, privato (i noti subprime legati al mercato immobiliare), per altri, come l’Italia e i paesi mediterranei, il problema era l’indebitamento pubblico.”

Ma sono state diverse le risposte al problema. Dopo una fase nella quale ha dominato l’incertezza e le banche centrali erano senza strumenti per intervenire, sono partite politiche diverse al di qua e al di là dell’Atlantico.

Se gli Stati Uniti hanno preferito stampare dollari, l’Europa ha scelta la strada (che ancora percorre) dell’austerità.

La situazione attuale? Per Andrea Conti, l’economia, che pure risente del fatto che le politiche fatte hanno operato con il freno a mano tirato,va verso una fase di crescita, grazie alla ripartenza americana e allo sviluppo dei paese del Bric (Brasile, Russia, India e Cina).

Sono evidentemente avvantaggiate soprattutto le aziende che esportano nei paesi che hanno mercati interni in crescita ma dobbiamo prendere atto, diceva Conti, che l’Italia è l’ultima di questo treno. E non è più utilizzabile, come per il passato, la carta della svalutazione.

In più di un momento, nel corso della serata, è emersa, anche se indirettamente, la domanda se è stata una buona cosa entrare nell’Euro; per il relatore non si sono dubbi: “con la lira saremmo in tremendi pasticci e persino nei paesi euroscettici – come l’Olanda –  e in quelli in crisi gravissima come la Grecia, il risultato elettorale ha comunque premiato i sostenitori dell’Euro”.

Il rapporto fra l’Euro e il dollaro non deve comunque superare certe sogli (per Conti un dollaro che vale 1,60 Euro ci farebbe entrare nella “soglia del dolore”, una immagine efficace per dire che sarebbero guai per tutti).

E come sta questo nostro bel Paese?

Se guardiamo al debito, ricordava Conti, dobbiamo rispondere che sta male, perché il debito è aumentato, ma ha subito aggiunto che sono state fatte scelte strutturali che dovrebbero portare la linea del debito nella fase discendente.

Ha poi proposto una serie di considerazioni alfanumeriche.

Abbiamo smesso di importare, ma le esportazioni sono andate benissimo nel 2012 (spesso con risultati superiori a quelli previsti), abbiamo un altissimo costo per l’energia (60 miliardi l’anno) ma la competitività del lavoro è ancora più bassa di quella della locomotiva tedesca.

“Abbiamo compiuto i 2/3 del percorso verso il livello virtuoso, manca solo 1/3, ma è quello più difficile – ha affermato Conti – perché adesso non si devono fare solo scelte economiche ma dare il là a riforme, riforme, riforme (lo ha detto tre volte con molta enfasi n.d.r.) senza le quali la ricaduta nel baratro è sempre possibile.”

Più morbido il secondo intervento, quello di Giulia Giudice (Relationship Manager Retail Italia) che ha dedicato le proprie riflessioni alle modalità con le quali si vuol far fruttare il risparmio.

E’ partita dagli errori più comuni da parte degli investitori sprovveduti che spesso rischiano di danneggiarsi perché si fidano troppo di quell’arte del “fai da te” che è forse nel dna degli italiani, ma che, usata in campo finanziario, produce più disastri che vantaggi.

Giulia Giudice ha sottolineato gli errori più comuni (primo fra tutti quello dei marchi noti, e ha citato, non a caso, il caso Parmalat) e ha concluso con alcune indicazioni. Diversificare il portafoglio, investire gradualmente, usare professionisti del settore. Per qualcuno questa ricetta è fin troppo ovvia? Forse, ma ci piace rammentare che la storia dell’umanità è disseminata di cose ovvie che non sono state fatte.