Abbiamo assistito ad un continuo bollettino di guerra: le aziende chiudono e per i giovani la situazione è ormai drammatica. Quali sono gli elementi più eclatanti di questa condizione?

“Le elezioni politiche e il loro esito segneranno concretamente il destino di ognuno di noi, il destino dei nostri giovani, che è quello del nostro Paese, un Paese, l’Italia, che oggi esclude ragazze e ragazzi: rischiamo di lasciar fuori un’intera generazione dal lavoro e questo modificherebbe la struttura stessa del nostro modello sociale.

Il lavoro è la dignità di una persona, sempre e a qualsiasi età, ma soprattutto lo è quando hai 25/30 anni e hai paura di passare la vita in panchina.

Ognuno porta ciò che ritiene di conoscere meglio e io parto di qui e dico questo perché tutti i giorni ho davanti agli occhi esempi di come la società non sfrutta, non utilizza la spinta innovativa e le competenze delle nuove generazioni.

Occorre porre le condizioni affinchè siano realmente protagonisti i nostri giovani, premiare il merito deve diventare la normalità, mentre oggi la normalità è troppe volte rappresentata (e tra i giovani questa percezione è altissima) dal fatto che per farcela serva di più una sorta di eredità dinastica, sia più importante essere il figlio di un notaio, avvocato, farmacista, avere un cognome potente ecc.”

Se questa è la fotografia, cosa può mutare la situazione?

“Servono proposte mirate, deve essere incentivata la formazione prima e, successivamente, occorre un aggiornamento professionale continuo che produca un dialogo che non s’interrompe mai tra il mondo della scuola, quello del lavoro e lo sviluppo economico del Paese.” 

Le possibili scelte sono chiare, così come chiare sono le forze in campo.

Ma più chiara di tutte è la situazione in cui ci accingiamo a scegliere, vale a dire le condizioni reali degli italiani: la situazione economica, il livello di reddito, la fiducia verso le Istituzioni, le paure e i desideri.

Da un lato si può scegliere tra chi ha già fallito, conducendoci sull’orlo del burrone. E questa rappresentazione è sancita, codificata (purtroppo) dalla realtà, che si chiama: recessione, aumento del debito pubblico, incremento della disoccupazione in particolare giovanile e femminile, riduzione del numero d’imprese, crollo del reddito degli italiani e dei consumi al livello di oltre 25 anni fa, aumento delle diseguaglianze, incremento della pressione fiscale, perdita di competitività da parte di quello che gli economisti chiamano “sistema Italia”, riduzione del livello di protezione sociale,perdita di funzioni e di capacità d’intervento degli Enti Locali,caduta degli investimenti pubblici, aumento diffuso dell’insicurezza.

Chi si candida in contrapposizione alle proposte del Pd, in particolare PdL e Lega Nord, ripropone ricette che hanno un solo obiettivo, far sopravvivere se stessi.

L’economia la si rilancia se alla base c’è una ricostruzione etica, civile, democratica, se c’è giustizia sociale, perché l’ingiustizia fa male all’economia, com’è ingiusto, è un insulto chiamare flessibilità una vita precaria. E allora un’ora di lavoro precario deve costare di più di un’ora di lavoro stabile . L’Italia ha bisogno di verità e giustizia e queste sono le cose che il Pd è in grado di offrire al Paese, sapendo che c’è un’emergenza da affrontare immediatamente: creare lavoro per uscire dalla logica Servono azioni che liberino risorse da destinare al rilancio degli investimenti, a cominciare da quelli per la gestione e manutenzione del territorio, serve una nuova, vera, concreta politica industriale di sostegno e qualificazione del sistema d’imprese, occorrono interventi a favore della scuola e della formazione. Queste risorse bisogna trovarle innalzando il livello della fedeltà e della giustizia fiscale. Le cose da fare sono tante e difficili e ci sarà bisogno di dialogo e confronto assiduo tra le forze economiche, sociali, sindacali nel rilancio della concertazione e nell’assunzione comune di responsabilità.”