Visto l'esito delle recenti elezioni politiche il sentimento che serpeggia nelle schiere del Pd, fra dirigenti e militanti (ma anche fra molti elettori) è lo spaesamento. Assieme naturalmente allo sconcerto e al timore. Lo scenario che si comincia a palesare anche nella Ravenna dei sindaci di centrosinistra eletti al primo turno con maggioranze assolute e dei paesi dalle percentuali bulgare è una sorta di fine dell'era glaciale che fa scricchiolare uno scenario di potere e di consenso cristallizzato da decenni. Praticamente immutabile, almeno in apparenza.

Per capire questa lenta ma tendenziale trasformazione della geografia politica locale è utile mettere in fila i numeri del partito che governa il capoluogo e tanta parte della provincia da quasi quarant'anni. Per leggerne il progressivo declino basta restare nel nuovo secolo: nel 2006, l’allora Ulivo prese, nel comune di Ravenna, il 49.9 percento dei voti, nel 2008, alle politiche raggiunse il 47.9, alle regionali del 2010 il 42.6, alle amministrative del 2011 il 41.8 e ora alle politiche di inizio 2013 il 40.8 (alla Camera). Una lenta agonia, che la “fusione a freddo” nel Pd di ex comunisti e cristiano popolari nel 2007, men che meno è riuscita a invertire ma neppure a frenare.

Di fronte alla vittoria annunciata e poi “azzoppata” del capitan Bersani, i dirigenti del partito più che intraprendere una doverosa e approfondita autocritica, in un salutare “bagno di umiltà”, hanno preso la scorciatoia dell'autoassoluzione. Che va dalla rancorosa e ancorché sterile separazione fra elettori “intelligenti” ed elettori “deficienti” fino al classico “errore di comunicazione” compiuto in campagna elettorale. Della serie: idee e programmi erano buoni ma non siamo riusciti a farci capire dagli elettori. Un'argomentazione che ironicamente si potrebbe ribaltare, insinuando che idee e programmi non erano un granché e molti elettori l'hanno capito benissimo. O semplicemente non si sono fidati.

Il problema è che qui da noi da diversi anni – già prima ma soprattutto dopo la nascita del Pd – il partito di maggioranza difetta di progetti politici e amministrativi di lungo corso, di una visione di futuro, di una nuova classe dirigente frutto della libera evoluzione di giovani generazioni di politici. In Emilia Romagna e nel ravennate, nel corso del tempo, il “buon governo” è diventato un modello svuotato di energia e di prospettiva, e con esso si sta spompando il motore del consenso. Ci si è limitati all'ordinaria spartizione e amministrazione degli snodi chiave del potere (partito, enti locali e istituzioni collegate, fondazioni, associazioni di categoria, lobbies, etc.) allargando l'area della mediazione e del compromesso sia in campo politico che economico quanto basta per consentire la salvaguardia dei gruppi dirigenti consolidati, fidati, e connessi fra loro da equilibri non sempre cristallini. E per quanto riguarda la “successione” generazionale della dirigenza, si è preferita la cooptazione di “luogotenenti” eterodiretti più che di teste pensanti autonome, lasciate libere di impostare una loro originale esperienza politica. Esercitando con queste scelte di fondo una concezione ferrea e autoritaria della democrazia sia interna al partito che nelle relazioni di governo e con la cittadinanza. Chi non è con noi è contro di noi. Questo realismo tattico può avere avuto anche una sua ragion d'essere pragmatica – in un territorio storicamente segnato da buoni servizi e da un benessere diffuso – ma oggi, di fronte ai gelidi venti di crisi, dimostra tutti i suoi limiti: un fiato corto e un orizzonte tanto stretto quanto incerto. Lo si evince anche dalla degenerazione della dialettica del vecchio centralismo democratico di scuola Pci. Banalizzando: il monolitico “tutti per uno, uno per tutti” è diventato un precario “ognuno per conto suo”, insieme solo per garantire l'articolazione dei poteri individuali. Dall'orizzonte – seppure adottato come termine di propaganda – sembra scomparso il “bene comune”, cioè i sentimenti e gli ideali di militanti, simpatizzanti, elettori e cittadini di cui i responsabili politici dovrebbero essere semplici rappresentati, sia dentro il partito che come governanti. Al contrario annotiamo che si tratta di rappresentanti/responsabili sempre più strabici, poco portati all'ascolto e quindi a intuire i cambiamenti profondi della società (e del corpo elettorale, come si diceva un tempo), che rischiano di rinchiudersi in una asfittica autoreferenzialità.

Una certa spocchia intrecciata a certe sottovalutazioni possono portare a involuzioni fatali.

Ci sono istanze e condizioni evidenziate dalla tanto invocata (invano) società civile a cui i vertici del Pd ravennate sembrano non aver dato troppo peso, o proprio disatteso: maggiore attenzione per l'ambiente e l'economia sostenibile, basta con l'eccessivo consumo speculativo del territorio, tutela della salute pubblica e dei beni comuni (come l'acqua), valorizzazione del merito e delle giovani generazioni, spazio a nuove forme di democrazia e comunicazione (web)…

Tutte mancate percezioni di un disagio e di rivendicazioni che peraltro emergono da un drammatico contesto economico per cui anche dalle nostre parti il benessere si assottiglia, complice una strage di imprese e di posti di lavoro. Colti impreparati su questi temi i capi del partito e le giunte comunali segnano il passo, e rivelano una certa impotenza. Pure sul piano della crescita economica e infrastrutturale è bonaccia: fatte pochissime eccezioni da almeno un decennio non si realizzano strategie turistico-imprenditoriali o opere pubbliche degne di rilievo, molti progetti sono lettera morta e altri scontano estenuanti lungaggini (riqualificazione centro storico e darsena di città, bypass sul Candiano, marketing e servizi turistici per la città d'arte e la riviera… tanto per citare i casi più eclatanti del capoluogo).    

In attivo, resta la buona tenuta/tutela del welfare (servizi sanitari, per l'infanzia, gli anziani…), dell'istruzione e della cultura che – in una fase di tendenziale analfabetismo di ritorno – non è poco. Certamente non abbastanza.                      

Entrando nei particolari dell'esito elettorale locale in rapporto all'incerto scenario nazionale ecco di seguito ampi stralci di un recente commento firmato da Federica Angelini sulla nostra testata Ravenna & Dintorni che puntualizzano lucidamente la situazione politica ravennate, dove i capi del Pd “…in via della Lirica possono quasi essere soddisfatti, [in provincia] sono rimasti comunque largamente il primo partito. Ma l’erosione è evidente e il declino è una tendenza che pare inarrestabile. Dalle ultime politiche hanno perso 27.351 voti. Per dare l’idea, Lugo non arriva ai 25mila votanti… E i voti oggi vanno soprattutto all’odiatissimo Grillo, che ora sono costretti a corteggiare per poter andare al governo a Roma. Uno scenario lontanissimo da quello ravennate, che però non può non far riflettere anche nei territori.

Rispetto al voto amministrativo del 2011, dall’opposizione, per esempio, oggi vedremmo scomparire la Lega dai palazzi del potere cittadino, mentre ci sarebbe una sostanziale riconferma del Pdl. Sarebbero i grillini a più che raddoppiare i propri rappresentanti. Impossibile prevedere il voto per l’Udc che in questo caso ha ceduto tutto all’alleato Monti e nemmeno la presenza tra i candidati di Alvaro Ancisi ha potuto fermare l’emorragia sul territorio, in linea con l’andamento nazionale. Impossibile applicare il voto anche ai Repubblicani, per quanto ci fosse il simbolo dell’edera sulla scheda. Ma era un simbolo nato mozzo, che non poteva eleggere nessuno e che non ha convinto.

Sel resta sulla deludente soglia che ogni volta mette addirittura a repentaglio la capacità di eleggere un rappresentante, mentre scompare o quasi tutta l’area comunista e l’Idv che appena due anni fa alle comunali e provinciali era riuscita, per la prima volta, a eleggere sul territorio e andare a far parte delle giunte. E vien da pensare quando poche settimane fa il segretario di Prc diceva che in caso di una buona affermazione della lista Ingroia, sul territorio se ne sarebbero sentite le conseguenze, forse ha visto lontano l’ex segretario Pdci che si è dimesso prima delle elezioni. Ma soprattutto viene da pensare quanto proprio la presenza dell’Idv, che reclamava un trattamento degno della seconda forza di maggioranza in termini di poltrone, creò non pochi problemi interni al Pd in fase di composizione delle giunte. Oggi, comunque sia, anche se chi ricopre dei ruoli di potere li manterrà tali, di fatto avrà un potere contrattuale fortemente ridotto rispetto agli alleati.

D'altra parte, si può cercare di interpretare questo voto come un giudizio sull’operato delle forze politiche nei territori? Difficile dirlo, per quanto i risultati di Russi e Cervia (ossia la città della centrale a biomasse e dell’erigendo grattacielo, due opere osteggiate da parte dei cittadini, e dove il Pd ha toccato i punti più bassi) potrebbero farlo pensare.

Certo, la gente del Pd (a cui la campagna elettorale locale è stata prevalentemente rivolta) resta tantissima ma è in calo e sempre più divisa. Insomma, anche in via delle Lirica il campanello d'allarme è suonato. Perché ovviamente fa riflettere il fatto che un’intera dirigenza del partito (Matteucci, Mercatali, Errani, Pagani, Manfredi, Fiammenghi) si sia schierata lancia in resta per il segretario Bersani e contro Renzi, al tempo delle primarie, senza ottenere nemmeno la metà dei consensi al primo turno. Nonostante questo, le primarie per i parlamentari, complice la fretta, sono state poi soprattutto intese come lo strumento per ratificare scelte prese in nome anche dell’appartenza, basti pensare che il non allineato Andrea Maestri che alle primarie aveva un po’ sparigliato le carte arrivando terzo è finito in posizione ineleggibile, mentre il mite renziano Collina è riuscito a essere eletto in Senato, complice il gioco di incastri concordato dalla segreteria provinciale. Per blindare tutto, per mettere i propri uomini al posto giusto.

Intanto le giunte sono costrette a tenere là dove possono, a non perdere terreno di fronte a tagli drastici e a cittadini sempre più frustrati e impoveriti. Incapaci, come le segreterie dei partiti, di offrire prospettive per il territorio e nuove visioni. Ecco, questo modo di fare politica, forse non basta più. Cosa ci aspetti non è dato sapere e non è scontato che sia meglio di quanto conosciamo (del resto, cosa sta andando per il meglio in questo paese?). Ma  forse converrebbe dare un po’ più di ascolto a chi da tempo dentro e fuori i partiti invita a cambiare, a dare segnali importanti, a non far calare decisioni e progetti dall’alto che poi negli anni presentano il conto (vedi il caso di Marinara oppure quello “in divenire” dell'area logistica nella Vitalaccia). Perché è facile ignorare ogni appello e poi accusare chiunque osi fare analisi sulle cause del disastro di “senno di poi”. Grillo sarà pure un “pataca” come Josefa Idem lo aveva bollato addirittura dal podio olimpico, ma viene votato da un ravennate su quattro».

(fausto piazza, direttore del settimanale ravennate “ravenna & dintorni”)