Un altro 8 marzo; che cade a pochi giorni di distanza di quella bellissima e riuscita manifestazione che è stata One billion rising per protestare contro la violenza sulle donne, di ogni tipo. Milioni di donne mobilitate nel mondo e in moltissime città d’Italia. A Imola le donne hanno invaso la piazza come da tempo non accadeva. Un evento seguito alle numerose iniziative costantemente promosse nei mesi precedenti da diverse Associazioni locali. Un contesto vivace e vitale che si riscontra un po’ ovunque. Insomma le donne tornano a battere un colpo. Non hanno mai smesso, per la verità, ma l’onda è in crescita e più visibile. Visibilità è un termine che ha sempre caratterizzato l’8 marzo come festa della donna. Una festa, ma soprattutto un appuntamento comunemente riconosciuto dalle diverse realtà associative delle donne, per convergere in un atto di presenza compatto e…visibile. Nei suoi oltre 100 anni di storia la festa della donna ha avuto questa funzione e, in un contesto italiano dove le ultime consultazioni elettorali ci hanno consegnato un presente di incertezza e sospensione, occorre una presenza di contenuto. Che siano le donne a produrla è un buon segno, per la concretezza che sono solite esprimere, per l’originalità e il portato innovativo del pensiero di genere con tutte le sue articolazioni e sfaccettature. Ci sono molte ragioni per fare di questa ricorrenza una tappa importante di riflessione e di promozione culturale che indichi nuove prospettive a cui guardare e verso cui orientare le soluzioni ai problemi concreti che fanno dell’Italia un Paese di fondo classifica nel contesto internazionale. Uno degli indici strutturali di questo posizionamento è la condizione delle donne, ancora affogata in una cultura maschile che, in questi anni, si è riabbigliata di modernità ma ha lasciato intatta l’arretratezza dei suoi contenuti.

Violenza: una piaga viva

Le politiche che abbiamo visto praticare negli ultimi decenni dicono questo e del resto l’economia, lo stato del welfare, la qualità della comunicazione e dei messaggi pubblicitari ne sono l’espressione. 124 i femminicidi nel 2012 di cui 15 in Emilia Romagna, terza dopo Lombardia e Campania. Dai primi due mesi di quest’anno, la tendenza non sembra invertirsi, mentre le decine di centri antiviolenza del Paese che si fanno carico delle emergenze di diversa natura legate al fenomeno, sono in seria difficoltà economica e a rischio di sopravvivenza. Non disponiamo neppure di un osservatorio nazionale contro la violenza che ne rilevi e ne analizzi gli aspetti quantitativi e qualitativi al fine di promuovere politiche adeguate e di allocare le risorse necessarie a sostenerle. La pubblicità inoltre propone e racconta un’immagine della donna e del corpo femminile spesso oltraggiosa e oggetto di potere e di possesso da parte del maschio, alimentando così una mentalità e una cultura lesiva della dignità femminile e che legittima atteggiamenti impositivi e di prevaricazione da parte del maschio.

 

Lavoro: fra gli ultimi. Una società che invecchia

Se in Europa l’occupazione femminile è il 60% di quella totale, in Italia è il 43% nonostante le donne siano più preparate e competenti : su 100 laureati 58 sono femmine e 42 i maschi. Il rapporto fra occupati maschi e femmine è di 100 a 70: penultimi, dopo la Grecia. A parità di livello e di professione una donna guadagna circa il 18% in meno del collega maschio e molto spesso deve scegliere se lavorare o fare un figlio. Ancora oggi a molte giovani donne che cercano lavoro viene chiesto di firmare le dimissioni in bianco, attivabili dall’azienda in caso di gravidanza. Il divieto di questa pratica odiosa e discriminante, sancito da una legge del 2007, è stato abrogato dal ministro Sacconi e nonostante le miglia di firme raccolte anche in rete, tale divieto non è ancora stato ripristinato. In Italia le donne che non hanno figli sono più numerose che negli altri Paesi: il 24% circa delle nate nel 1965 non ne ha, contro il 10% delle donne francesi nate nello stesso anno. La natalità diminuisce mentre la vita si allunga in media di 3-4 mesi l’anno e aumenta lo squilibrio fra popolazione totale e forza lavoro. Le donne oggi, in un sistema che taglia le risorse destinate ai servizi sociali e formativi, rappresentano di fatto il vero, diffuso ed invisibile ammortizzatore sociale. In questo modo il genere femminile continua a perdere terreno sulla strada della realizzazione delle pari opportunità e dei diritti riconosciuti dalla Costituzione e da parte della normativa vigente. Una risorsa sprecata dal sistema Italia che ha bisogno di rilanciare la propria economia e di incrementare il Pil. Le pari opportunità sono quindi un fattore di straordinaria rilevanza civile ed economica.

 

Rappresentanza di genere: ancora lontani da una democrazia compiuta

La recente consultazione elettorale ci consegna un Parlamento dove le donne sono il 32% alla Camera e il 29% al Senato (nel 2008 erano meno del 20% e nel 2011 poco più dell’11%), un passo avanti di segno positivo, ma siamo ancora lontani da un’adeguata rappresentanza di genere che realizzi una democrazia compiuta. La quantità tuttavia di per sé non è sufficiente per garantire che le donne che siedono in Parlamento siano le fautrici di politiche di genere e si battano per norme e provvedimenti a favore del miglioramento della condizione delle donne. Spesso le “donne in carriera”, scelte dagli uomini secondo un criterio di cooptazione, adottano schemi maschili , usano il potere come i colleghi uomini e ne adottano i comportamenti alimentando la mentalità maschilista. Nel riequilibrio della rappresentanza, occorre investire anche su donne che siano espressione di un punto di vista di genere da applicare alle politiche generali e come fattore di determinazione di provvedimenti tesi a colmare il divario che ancora persiste fra l’attuale condizione delle donne e la realizzazione di pari opportunità e dei diritti, fra la risorsa che le donne sono e la posizione marginale e di scarso riconoscimento che per lo più occupano. Il pensiero di genere è un valore aggiunto dell’agire politico e un elemento qualificante della classe dirigente. Penso che questo sia un tema da porre anche ad Imola alle formazioni politiche in campo in occasione delle elezioni amministrative fissate a breve. Chi si candida a governare il territorio va sfidato a proporre politiche che indichino come intende affrontare le problematiche di genere a livello locale, quale dialogo e quali forme di coinvolgimento e di pratica democratica intenda adottare con le realtà associative delle donne.

(Virna Gioiellieri)