Lugo (Ra). Chi si troverà a passare per corso Matteotti, a Lugo, deve anche sapere che in quella strada batte ancora il cuore di Corto Maltese.

Non è una invenzione: il fumetto italiano più famoso al mondo continua a vivere grazie all’arte e alla fantasia e all’amore di un disegnatore lughese, Stefano Babini, un nome noto a chi ama i fumetti d’arte e che, speriamo, diventi una figura di riferimento per le tante matite in erba del nostro territorio (e con lo sguardo almeno italiano).

Partiamo dall’inizio e lasciamo la parola a Stefano Babini, con il quale abbiamo avuto una lunga e piacevole conversazione (ed è un vero peccato, in un certo senso, costringerla dentro i limiti dell’umana sopportazione di chi legge un articolo).

 

“Ho cominciato prestissimo a disegnare  (il mio primo maestro è stato mio nonno) e già alla scuola d’arte di Ravenna ho capito che la mia vita lavorativa (e non solo) era strettamente legata alle tavole.

Con molta intraprendenza, e un po’ di supponenza, ho deciso un giorno di presentarmi alla sede della casa editrice Bonelli, quella di Tex per intenderci, mettendomi a disposizione. E lì mi attendeva una lezione di vita. Non avevo idea della complessità del percorso che deve fare una striscia, ma alla Bonelli lo sapevano bene, tanto è vero che mi inviarono ad una struttura editoriale che, in quel momento, preparava prodotti per adulti. Insomma, dovevo farmi le ossa con il lavoro costante, duro, per certi versi sempre uguale, di chi fa parte di squadra che disegna fumetti.”

 

Un atterraggio brusco, quindi

“Sì, ma non mi sono affatto scoraggiato. Anche se l’ho capito molto più tardi, ho sempre rifiutato il disegno inteso come catena di montaggio, ho sempre voluto creare le mie storie, con i miei contenuti (e una prima sintesi si trova nel pilota italiana della seconda guerra mondiale, Attilio Blasi) e ho quindi continuato a disegnare. Ed è grazie a questa scelta, allora un po’ inconscia, che sono arrivato ad Hugo Pratt, il padre di Corto Maltese.”

 

Com’è andata esattamente?

“Era impegnato in una mostra nella Bassa Romagna ed è passato di lì, per sbaglio, come ho saputo dopo, il collaboratore di Hugo Pratt, il quale al termine della visita mi ha chiesto alcune delle opere esposte.

Non ho esitato un attimo a dargliele, e lì si è chiusa la prima fase.

Passa un po’ di tempo, ed un pomeriggio ricevo una telefonata. E’ il maestro che mi dà appuntamento a Venezia per il giorno dopo.

Come Garibaldi ho risposto “obbedisco” e il giorno dopo alle sette ero nella stazione di Santa Lucia, ma invece di Pratt c’è un collaboratore che, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, mi informa che il padre di Corto vive a Losanna e che siamo diretti là.

Faccio presente che sono senza soldi, che non ho nemmeno la carta di identità, ma le mie perplessità vengono travolte da un “non ti preoccupare” che ancora mi lascia senza parole. Arriviamo finalmente a Losanna, senza intoppi, e sono rimasto più di dieci giorni nella villa di Hugo Pratt sul lago Lemano.”

 

A disegnare furiosamente, immagino.

“Macchè. Sono stati giorni straordinari, ma ho fatto ricerche, abbiamo fatto delle ricerche, abbiamo parlato (e solo alla fine mi sono accorso che si trattava di un lungo esame) e l’ho visto passare un intera mattinata su un foglio bianco per poi tracciare una riga trasversale, fare altri segni e concludere con un “per oggi abbiamo finito” che mi ha lasciato di stucco.

Poi è arrivata la fine della “vacanza” e mi ricordo bene le sue parole. Mi chiese cosa volessi fare e gli risposi che volevo lavorare con Bonelli. Al che lui, seriamente, disse “ma sei proprio sicuro che quel lavora ti piaccia?”. Allora ero certissimo, oggi ammetto che lui aveva capito subito che non ero tagliato per quel mestiere.”

 

E come è andata avanti questa vicenda?

“Oggi chi gestisce l’eredità di Hugo Pratt mi ha affidato l’onore di poter disegnare Corto Maltese. Ma la cosa più importante è che saputo trarre, nel tempo, le dovute conclusioni da quello straordinario incontro. Ora sono in grado di fare ciò che mi piace, senza dover inseguire il lavoro di bottega. Certo, collaboro con le importanti case editrici, ma non sono vincolato perché ho potuto constatare che non sono in grado di reggere ritmi che, senza scherzi, significano dodici ore di lavoro al giorno sempre seduti e sempre con la matita in mano.”

Oggi Stefano Babini è un artista a tutto tondo, ma questa è un’altra storia della quale parleremo più avanti. Intanto godetevi la photo gallery legata a questa intervista.

Per chi vuole mettersi in contatto con Stefano Babini il sito ufficiale è www.stefanobabini.it

(a cura di m.z.)

 

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