Milano. Certe volte pochi minuti valgono come cento libri. Certe notti una stretta di mano vale più di mille prediche. “Non scrivere chi sono, ma racconta la mia Storia. Racconta perché sono qui in strada, racconta perché non posso tornare a casa”. “Certo”, gli rispondo. Mi chiedo se posso fare qualcosa per lui, se posso portare via da quella strada e da quel sacco a pelo quell’uomo, ma mi sento impotente. Anche la mia situazione è precaria, tutta la mia generazione è precaria. L’uomo con cui parlo è lucido, legge sul mio volto tutto il mio smarrimento e con un leggero sorriso aggiunge una sola parola. “Grazie”. E mi porge la mano.

Milano è una città che non ti aspetti. Milano è la città in cui da sempre vizi e virtù del popolo italiano si raccolgono. Milano è come il centro nervoso di un corpo chiamato Italia in cui miserie e splendori si manifestano con forza sconcertante. L’uomo che mi chiede di raccontare la sua storia è il simbolo dell’epoca che stiamo vivendo.

 

Gennaio e Febbraio sono stati mesi molto freddi a Milano. Per i senza tetto che popolano il centro storico della città, le notti sono diventate molto lunghe e lo svegliarsi la mattina successiva non del tutto scontato. Per molte persone sopravvivere a Milano è diventata una lotta, contro il freddo e contro la propria condizione. Il Comune fortunatamente è corso al riparo e ha messo a disposizione dei senza tetto milanesi 2.500 posti letto nel mezzanino della Stazione Centrale. Poco più di una settimana ed i posti erano esauriti. Questa è Milano.

“La cosa che più mi colpisce” – mi racconta un volontario di un’Associazione che da anni si occupa di assistere i senza tetto – “è che sono sempre meno gli immigrati che chiedono aiuto. Vedo sempre più italiani, con non più di 50 anni, persone normali senza problemi di alcolismo o di droga”. Il dato mi spiazza. È veramente questa la Società italiana?

Per trovare una risposta seguo i volontari che distribuiscono bibite calde e sacchi a pelo. È sconvolgente come la città si trasformi la notte. I senza tetto sono nel cuore di Milano, forse sono il cuore di Milano. Quattro dormono sotto l’Arengario, vista Duomo. Altri tre davanti alla Borsa Italiana. Uno di loro canticchia un’arietta che mi ricorda Verdi. La sua voce che si perde nella notte mi fa capire il senso profondo del dito medio della celebre scultura di Cattelan. La sua casa è un immenso cartone rimosso tutte le mattine da chi deve mantenere il decoro urbano in uno dei luoghi più rappresentativi d’Italia. Tutte le sere torna a costruire il suo appartamento. Con lui un uomo più vecchio, con un occhio solo, la parlata del Sud. Dopo poche parole mi dice: “Non posso lasciare solo mio figlio. Ha dei problemi con la testa. Io sono qui per evitare che faccia a botte con tutti”. La spiegazione non mi convince molto e vado avanti. Altri senza tetto dormono nelle sale bancomat di alcune note banche del centro. Altri cinque hanno montato la loro casa di cartone all’ingresso della Rinascente. Un altro, con una mano colma di anelli che esce dal sacco a pelo, dorme in Galleria Vittorio Emanuele, davanti a Prada, a pochi metri dal famoso toro su cui tutti i turisti si fanno una foto. In tanti gli passano accanto ma nessuno sembra notarlo. Né tutti i turisti che passano di lì sembrano disturbare il suo sonno.

 

Nel mio giro serale in centro vedo tanti senza tetto italiani. Pochissimi gli extracomunitari, che poi extracomunitari non sono visto che sono prevalentemente rumeni. “Gli extracomunitari non vengono in centro” mi racconta sempre uno dei volontari. “Loro di solito si organizzano in comunità nelle tante aree abbandonate della periferia. Si sentono più sicuri. Nessuno che gli chieda i documenti”.

È sotto l’Arengario, a due passi dal Duomo, che incrocio per pochi minuti la mia vita con quell’uomo che mi chiede di raccontare la sua storia senza fare nomi. È piuttosto giovane, io gli darei 40 anni al massimo, una parlata fluente con un chiaro accento meridionale. Ho timore di porgli la domanda direttamente ma lui capisce cosa mi inquieta. “I miei problemi sono cominciati quando la mia ragazza mi ha messo fuori di casa. Ho un figlio. Devo pagare tutti i mesi gli alimenti, così ha deciso l’avvocato. Io lavoro in ufficio, le cose non vanno tanto bene e lo stipendio mensile si è ridotto con la cassa integrazione. Senza casa e senza famiglia non ho avuto scelta. Ora dormo qua. Spero di capire come uscire da questa fogna prima di diventare matto”. Fino a poche settimana prima aveva una vita normale, pur con tutte le difficoltà economiche che stanno attraversando molte famiglie italiane. Un litigio e si è ritrovato in strada. È diventato così corto il passaggio da classe media a senza tetto? Pare proprio di sì. “Ti assicuro che ho conosciuto altre persone nella mia stessa condizione in queste settimane. È terribile. Mi sembra un incubo. Non credevo potesse succedere a me”.

All’inizio ha dormito in alcuni ostelli economici della periferia milanese. Poi la cassa integrazione e si è trovato a dover scegliere tra dormire al caldo o mangiare. Ha scelto la seconda. “Alla mattina mi sveglio, mi lavo nelle docce comunali e vado a lavorare. Alla sera mi fermo al McDonald’s, mangio qualcosa e mi godo un po’ di caldo. Il caldo mi aiuta a pensare”. Mi chiedo perché non ritorni a casa dalla sua famiglia, ma non me la sento di chiederglielo. La risposta me la do da solo. In queste situazioni spesso l’orgoglio, la vergogna del proprio fallimento, il sentire il peso della sconfitta ti allontanano dal chiedere aiuto. “Mi raccomando racconta la mia storia” – mi dice dopo che gli racconto la mia passione per la scrittura. “Senz’altro” gli rispondo. Mi porge la mano e mi dice una sola parola “Grazie”.

 

Che cos’è l’Italia, che cos’è Milano, chi siamo noi che abbiamo trasformato il nostro paese in questo enorme fallimento? Com’è possibile che il passaggio da un relativo benessere al nulla sia così breve? Che cos’è questa costante precarietà che ha risucchiato la spensieratezza e il sorriso tipici dell’essere italiani? La mia risposta a queste domande è la mano tesa di questo ragazzo senza nulla che mi dice “Grazie”. È da quel “Grazie” che il progetto di ricostruzione di un paese deve ripartire. (Denis Grasso)