Ferrara. Con l’avvio della mostra dedicata a Michelangelo Antonioni a Palazzo dei Diamanti, ha avuto il suo battesimo anche la mostra “L’inizio e la fine del silenzio”, omaggio ad Antonioni di Alessandro Filippini. Filippini, romano di nascita, vive in Belgio da molti anni ed è il terzo ed ultimo artista chiamato dalla Galleria MLB a rendere omaggio al regista ferrarese. Un lungo percorso, quello della home gallery di Maria Livia Brunelli, nel centenario della nascita di Antonioni, iniziato con l’esposizione delle opere di Silvia Camporesi il 29 settembre scorso, un percorso visivo dedicato a quella “malattia dei sentimenti” che il maestro aveva insegnato a riconoscere attraverso i personaggi dei suoi film. Proseguito poi con “Il filo pericoloso delle cose” di Arianna Fantin dedicato all’incomunicabilità, a quelle inutili parole che Antonioni avrebbe voluto sciogliere per non subirne il rumore molesto. Un fastidio genialmente interpretato ed elaborato dalla giovane artista bolognese che strapazza e toglie forma alle parole relegandole in un’informe filo primordiale.

Ora è Filippini a consegnare parole delle atmosfere antonioniane al silenzio. Rimarranno esposte presso la galleria, in Piazza della Repubblica e alla Rotonda Foschini (Teatro Comunale)  fino al 9 giugno, ultimo giorno anche per la mostra a Palazzo dei Diamanti. Parole di acciaio consegnate al silenzio composte di lettere sostenute da steli, che si riflettono sul muro quasi si guardassero in uno specchio invisibile che le interroga sul loro stesso senso. Parole che, esposte al vento, si muoverebbero silenziose in un muto dire. E del resto comunicare l’incomunicabilità richiede ancora l’uso di parole. E pare assai riuscita, in questo, l’opera di Filippini che nell’installazione “parole appoggiate” esprime un’inutilità in attesa. “Io non vorrei udire suoni inutili, vorrei poterli scegliere …e così le voci, le parole” dice Monica Vitti nel film “La notte”. Parole dunque che attendono di essere scelte, per comunicare l’essenziale eliminando il sonoro superfluo di quelle in eccedenza. Caos, in corsivo , pare proprio comunicare esattamente questo, mentre in Train de vie vi è la sospensione, un’opportunità di comunicazione sospesa, una tensione di minuscoli omini su “isole” separate che non accade. E nelle quattro domande di “Chissà…” incise nel plexiglas, chissà dove, chissà come, chissà quando, chissà perché, vi è un intento di ricerca e un desiderio di risposta che prova a cercare oltre ma non può che fermarsi lì, in quei quattro interrogativi che custodiscono, fissandola, la domanda che induce a cercare, mantenendone intonsa la possibilità. Un guardare oltre che oltre non riesce ad andare. Un’elaborazione leggera, poetica, quella di Filippini che bene introduce nelle atmosfere di Antonioni così silenziose ed eloquenti da comunicare al di là delle parole stesse. Il percorso della MLB Gallery , a pochi passi da Palazzo dei Diamanti ha meritoriamente riproposto con tre artisti contemporanei quel dialogo e quel nesso che l’opera di Michelangelo Antonioni non ha mai cessato di tenere con l’arte, riattualizzandolo.

(Virna Gioiellieri)