Al mio paese, tanto tempo fa, ci abitava un giornalaio comunista.
Mi sono ricordata di lui quando il Presdelcons, come si chiama oggi, ha allertato gli italiani: attenzione ai postini comunisti! non consegneranno le mie lettere di propaganda elettorale! Controllate!
Questa stupida battuta, mi ha ricordato un episodio forse unico.
Al mio paese, come dicevo prima, lavorava un giornalaio. Aveva un bugigattolo sulla via principale del paese, dove, con un discreto disordine, teneva giornali e riviste. Fuori della porta un’insegna scritta con mano insicura: Giornali.
Il nostro giornalaio era un comunista doc, ex-partigiano e segretario di sezione, non nascondeva di certo il suo colore politico. Anzi. Nella sua edicola si trovavano solo alcuni quotidiani. L’Unità era sempre in vista, poi, dietro, qualche copia di Paese Sera e giornali sportivi. Altri quotidiani non ne vendeva. Aveva tanti giornalini e fumetti per ragazzi, ma teneva in bella vista anche delle riviste da altre parti invendibili, come Gioventù Comunista e la Storia dell’Unione Sovietica. «Non gli faccio leggere robaccia ai giovani io, poi mi ringrazieranno!» commentava a voce alta.
Ai suoi clienti portava il giornale a casa, solo e sempre a chi leggeva i “suoi” giornali. Partiva con il suo mosquito, la borsa agganciata davanti e passava per le case di campagna a portare ai contadini, ai mezzadri, diceva lui, il verbo.
Era un uomo molto alto, quasi un gigante e anche i suoi baffi erano enormi, lunghi spioventi e minacciosi. Ma non era un tipo che mettesse paura, solo che non ci avresti voluto litigare per tutto l’oro del mondo.
Molti del paese non gradivano il suo comportamento: quelli che frequentavano la parrocchia, che per comprare l’Avvenire dovevano andare nel paese vicino, e i fascisti del paese, che da quelle parti non erano troppi ma c’erano.
Non valevano rimostranze, lui rispondeva semplicemente che quel giornale l’aveva già finito, gliene mandavano poche copie! Quando questa faccenda cominciò a esasperare questi clienti scontenti, arrivò un messo comunale dalla città.
«È stata fatta una denuncia da alcuni paesani» disse al giornalaio «una discreta lista di firme, dicono che lei è un giornalaio comunista e che non vende i giornali degli altri partiti. Lei sa che questo è passibile di multa e di penale? Mi faccia vedere la bolla dei giornali dell’ultimo mese.»
Spazientito per una richiesta così burocratica il giornalaio armeggiò fra pacchi di carta spiegazzata. «Dicono giusto, io sono proprio un giornalaio comunista. Guardi pure, come può vedere non manca niente, io ho tutte le copie previste.»
La guardia controllò per bene. Nel frattempo si era fatto un capannello di persone davanti al giornalaio, perché una guardia, fra quelle poche case, si vedeva di rado.
«Cosa succede?» chiese uno.
«Il vigile sta facendo delle indagini, ma qui dentro è tutto a posto» gli rispose il giornalaio inquisito.
Qualcuno del partito opposto si fece avanti, aveva sicuramente firmato la petizione.
«Tutto bene un corno, sono venuto anche alle sei di mattina per comprare il mio giornale e non il tuo, ma mi hai sempre detto che era finito, dimmi: com’è possibile? Dobbiamo fare chilometri in bicicletta per leggere il nostro giornale, che il tuo tanto non lo leggiamo mica…» disse questo arrabbiato.
«È già molto che non leggiate il vostro, pazienza se non leggete il mio…» gli rispose il giornalaio.
«Ecco, sente i discorsi che fa, mi dica se è una persona democratica…» disse il rimostrante alla guardia. «Vede che lo ammette.»
«Ammette che cosa, che sono comunista? Lo sapete tutti che sono co-mu-ni-sta e quindi sono contento che non leggiate quella robaccia, io non sono un democristiano come voi: voi  gesuiti, dorotei!»
«Senta» disse ancora la guardia «qui c’è comunque qualcosa che non quadra, i suoi paesani si lamentano: non potrà essere sempre una coincidenza…»
Di discussioni così, fuori dal giornalaio comunista, ce ne furono sempre di più. Chi lo difendeva, chi lo accusava, finché arrivò il sindaco in persona.
Lo prese da parte e, con diplomazia, cercò di farlo ragionare.
«Lo sai che io la penso come te, ma gli avversari politici sono da rispettare…»
«E io li rispetto. Mai diviso niente con loro, solo buongiorno e buonasera.»
«Ma loro hanno fatto una denuncia, a cui io devo dar seguito, altrimenti mi accuseranno di partitismo e poi cosa vuoi, se non glieli vendi tu i giornali li comprano da altri e tu guadagni pure meno…»
«Oh no, questi lei non li conosce, devono lavorare nei campi, mica hanno il tempo di farsi chilometri in bicicletta! e così non leggono puttanate, devono solo ringraziare.»
«Senti, io sono qui in versione non ufficiale, per ora solo come compagno di partito, da amico…»
«Non mi dica amico, signor sindaco, che mi offendo.»
«Va bene, compagno giornalaio: è un ordine perentorio dal tuo presidente di sezione. Da domani devi avere in edicola anche gli altri quotidiani, perché altrimenti siamo costretti a farti chiudere…»
«Ma lei vorrà scherzare, già guadagno così poco, ma andiamo!»
«Basta» disse il sindaco girandosi per uscire «penso proprio che tu abbia capito.»
Il giornalaio lo afferrò per un braccio. «Ma lei, lei ha capito? Lo sa come stanno le cose? Lo vuole proprio sapere? Me li compro tutti io i loro giornali, ne faccio tante striscioline e le metto nel bagno attaccate a un chiodo. Utilissime! Ma alla fine della giornata il mio guadagno non esiste. Bisogna convincere i compagni a comprare di più l’Unità, questo lei dovrebbe fare, caro signor compagno sindaco, mica far chiudere me… io sono nella legge; chi, mi dica, chi mi può impedire di comprare i giornali che mi pare e dica a chi vuole che se mi faranno chiudere tanto meglio, nessuno vorrà questa licenza che qui non si guadagna un fico secco!»
Andò a finire che il giornalaio comunista dovette chiudere e da allora, al piccolo paese, non  c’è più il giornalaio.

(Roberta Giacometti)