Enzo Jannacci se ne è andato, come in una storia di una sua canzone, “solo una canzonetta” come avrebbe detto con amara ironia. Rapito da quel fluttuare della vita che vive nei destini  di gente comune e da quella morte ugualmente insediata in destini comuni sottoforma di tristezza, dolore , miseria. Una poesia, la sua, autentica e tuttavia senza l’aspetto della poesia.

Ricordo quando venne a Imola alla Rocca Sforzesca negli anni ‘70. Ero adolescente e si teneva allora la festa della gioventù, organizzata da tutti i movimenti politici giovanili; molti di noi erano approdati alla politica con entusiasmo convinti che quella fosse la strada giusta per conquistare un mondo migliore, da protagonisti.  Jannacci era fuori dalle scene da alcuni anni per dedicarsi alla Medicina. Andammo a Milano a trovarlo e riuscimmo a convincerlo a venire a Imola a tenere un concerto in via del tutto eccezionale. Mise insieme il gruppo dei suoi musicisti storici e si presentò, mantenendo l’impegno; non so nemmeno se riuscissero a provare prima del concerto, come si conviene. Fu comunque un successo tra “Ho visto un re”, “Prete Liprando” (frutto del connubio artistico con Dario Fo), “ Il primo furto non si scorda mai”, “L’Armando” e diversi altri pezzi. Dopo un po’ di anni tornò sulle scene e “raccontò” diverse altre “canzonette”.

Jannacci faceva parte di quella generazione di artisti come Gaber, De Andrè e altri, che erano, per chi faceva politica, punti di riferimento culturale. Raccontavano le storie di un mondo che volevamo cambiare perché ci sembrava iniquo, ingiusto, doloroso. Ma divertivano anche, con un’ironia sagace, a volte amara, ma incredibilmente efficace nel cogliere il lato buffo  e ironico dell’accanimento della vita verso i poveracci e delle loro ingenuità, delle situazioni talvolta paradossali di una vita quotidiana faticosa vissuta, nonostante tutto. Musica popolare nello stile e nei contenuti, ma anche colta per i ritmi e gli arrangiamenti perché era il risultato di una acuta osservazione ed elaborazione culturale.

C’era un’analisi della realtà e del mondo in quelle canzoni in cui ci si riconosceva. Il panettiere, il gruista, il muratore, l’operaio, l’operaia, il barbone, il ladro di polli, personaggi milanesi di un’Italia rappresentata in quegli anni anche in molti film della commedia italiana. Jannacci narrava queste storie da dentro i suoi protagonisti comunicando le loro emozioni e i loro sentimenti. Emozioni e sentimenti  che erano in parte anche i tuoi e che confermavano la giustezza delle idee di riferimento di una militanza politica. Non il contrario. E poi i giovani. Ricorrevano spesso nelle sue canzoni, con le loro speranze, le loro disillusioni, le relazioni difficili, vittime spesso degli anticorpi alla loro ribellione messi in circolo da un sistema spietato e informale.

Jannacci è stato a suo modo un intellettuale rispettoso allegro e triste, amaro e ironico che sdrammatizzava il dolore senza che mai questo perdesse di peso e dignità. Un grande artista che, come tutti i veri artisti si “sporcano le mani “ con la vita e con le sofferenze per riderne e interpretarle con una recitazione autentica ed originale, sicuramente inimitabile. Certamente le sue canzoni e il suo lavoro sono stati e sono un riferimento ideale e di pensiero, un’esperienza formativa divertente, scanzonata e profonda che, narrando  un mondo ormai andato, resta dentro come traccia di un percorso che vive in quel che siamo.

(Virna Gioielieri)