Imola. Lo Spazio all’interno del quale viviamo, nel quale scorre la nostra quotidianità, determina quella Cultura e quell’Identità che ci rende quello che siamo. Certo questo può suonare come un determinismo un po’ anacronistico (ed in parte forse lo è!) ma credo sia un tema di grande attualità, che ci aiuta a riflettere su quale direzione stia prendendo il futuro. L’Identità di una persona, o meglio di una Comunità, plasmata dal luogo in cui vive.

Pensiamo ad Imola. Il centro storico, le periferie ben progettate e a misura di uomo, l’Autodromo, in parte anche la zona industriale, sono luoghi in cui ciascuno di noi trova un pezzo del proprio Essere. Quei luoghi sono, anche se inconsciamente, un pezzo della nostra personalità, un pezzo della nostra Identità, un pezzo della nostra consapevolezza storica, uno spazio di relazione unico e insostituibile.

Questi luoghi sono fondamentali per farci sentire unici e irripetibili come Comunità, come gruppo di persone accumunato non solo dal fatto di vivere l’uno accanto all’altro, ma in quanto Comunità portatrice di idee, convinzioni, abitudini comuni che trascendono la formazione e le inclinazioni individuali. Queste idee comuni, dell’imolese, sono ad esempio, quella passione per la meccanica che ha reso Imola uno dei più grandi poli della Terra per quanto riguarda la produzione di apparecchiature meccaniche di ogni tipo. Queste idee sono un modo di approcciarsi all’altro che, indipendentemente dalla formazione politica di appartenenza, porta a vedere nella politica, nella religione, nell’essere imprenditori, mezzi per un miglioramento del Bene Comune e non solo della propria posizione personale. Ogni imolese potrà trovarne altre mille di queste idee comuni.

Questa Identità si è come cristallizzata nei luoghi in cui viviamo e che frequentiamo. È come se il centro storico di Imola fosse un immenso libro in cui le generazioni che si sono succedute hanno scritto pagine invisibili che ciascuno di noi ha letto per trarne spunti e riflessioni per la propria crescita. La città come libro aperto da leggere, sfogliare e su cui scrivere la propria parte da tramandare ai posteri. La città come spazio accogliente, progettato per far incontrare le persone, fare circolare idee, creare consapevolezza.

Certo, si potrà dire, oggi non abbiamo più bisogno di questi spazi. Con Facebook, Twitter e compagnia abbiamo tutto quello che ci serve. Strumenti potentissimi e utilissimi, senza dubbio. Ma nessuno riuscirà mai ad eliminare la corporeità dell’incontro. Su ogni accordo importante ci vorrà sempre una firma su carta. La fisicità e la compresenza non perdono la loro centralità. Soprattutto nel mondo economico e imprenditoriale. Diventano anzi sempre più un elemento centrale di quello che viene chiamato Marketing territoriale. Sempre più i prodotti sono uguali a livello globale. Quello che li rende unici è il tessuto di idee, conoscenze, abilità, relazioni da cui vengono generati, un tessuto che nessun cinese potrà mai copiare. Un tessuto frutto di un’irripetibile alchimia che si genera all’interno di un determinato territorio e che solo li può esistere. Unico e irripetibile.

 

Tutto questo oggi è minacciato. Quei luoghi identitari, relazionali, storici che hanno contribuito alla nostra formazione e che costituiscono parte del futuro delle imprese in cui lavoriamo, sono sotto attacco. Un attacco silenzioso, ovattato, invisibile, celato da luci e spazi piacevoli ed attraenti. Spazi nuovi che non sono mai esistiti prima ma all’interno dei quali ci sentiamo a nostro agio perché progettati per farci sentire bene. Un attacco sferrato a Imola come al resto d’Italia e del Mondo. La minaccia si palesa sotto diverse forme, forme a cui l’antropologo francese Marc Augè ha dato un nome che ormai fa parte del vocabolario comune: Nonluoghi. Cosa sono questi Nonluoghi?

I Nonluoghi sono quelle realtà che si ripetono uguali in tutto il mondo, luoghi che contrariamente a quelli storici che hanno caratterizzato la storia dell’uomo, sono non identitari, non relazionali e non storici. L’esempio più famoso è rappresentato certamente da Mcdonald’s, tra i primi a lanciare questo modello. Ma non è certo l’unico. I Nonluoghi sono sempre più numerosi, sempre più un modello vincente. Una vittoria che a noi costa cara. Questi luoghi infatti appiattiscono le identità, le uniformano, cancellano ogni peculiarità, annullano le diversità, annullano lo spazio e le distanze. Le stesse cose si possono fare ed acquistare a Imola, in Cina, a New Jork e in ogni altra parte del globo.

L’Outlet di Medicina. I grandi centri commerciali. La multisala di Faenza, la Fucina, che dovrebbe sorgere all'uscita del casello di Imola. Luoghi artificiali progettati solo per il consumo, solo per far uscire soldi dai nostri portafogli, soldi che poi verranno incanalati in conti esteri senza creare un briciolo di ricchezza a livello locale se non per gli stipendi dei pochi commessi e le casse dei Comuni che hanno rilasciato le necessarie licenze edilizie. Ma queste sono briciole. Elemosine concesse per comprarsi il tuo favore.

Dietro alle luci ed alle vetrine quello che rimane sono luoghi di commercio muto, di rumori che non riescono a riempie un vuoto profondo, di individualismi che non possono che rimanere tali visto che tutto in questi luoghi è fatto di consumo usa e getta. I rapporti sottraggono tempo agli acquisti, vanno quindi limitati. Luoghi del consumo, in cui le identità dei singoli vengono misurate dalla loro capacità di consumare. Luoghi in cui si rimane sempre spettatori senza alcuna possibilità di diventare protagonisti. Veri e propri buchi neri in cui parte della ricchezza prodotta localmente esce dal territorio per essere reinvestita, dopo infiniti passaggi bancari, nella costruzione di grattacieli a Dubai o chi sa quale altra diavoleria.

I Nonluoghi teorizzati da Marc Augè sono sempre più parte della nostra quotidianità. E poiché i luoghi nei quali viviamo contribuiscono a renderci quello che siamo, stanno in parte cambiando anche la nostra cultura, il nostro modo di essere, secondo quel modello di determinismo ambientale di cui parlavo in apertura. All’idea di produzione e di inventiva stiamo sostituendo quella di consumo passivo e standardizzazione. Alla memoria storica stiamo sostituendo la cultura dell’usa e getta. Al nostro ruolo attivo nella costruzione della comunità locale si sta sostituendo un atteggiamento sempre più passivo e legato a decisioni prese in uffici lontani, da gente che non conosceremo mai e con cui non avremo mai nulla da spartire. Questi Nonluoghi stanno cambiano la nostra anima. Questi Nonluoghi stanno distruggendo il nostro futuro.

 

Questi Nonluoghi stanno erodendo le nostre peculiarità locali e l’unicità di quella cultura che ci ha reso quello che siamo. Sta erodendo una delle carte più importanti che abbiamo per uscire dalla più grave crisi che l’Occidente abbia mai conosciuto dal Dopoguerra. Le città, i centri storici, le aree industriali sono sempre più vuote e desolate. Questi incubatori di futuro sono sempre più offuscati dai luoghi dei consumi di massa, consumi che oltre a placare bisogni momentanei non creano nulla se non nuovi desideri da appagare con nuovi consumi. Il futuro invece cammina su nuove idee, nuovi prodotti, nuove economie, nuovi rapporti sociali. L’Europa e ancor più l’Italia sono culture fondate sull’idea di Città, culture urbane che guarda caso sono entrate in crisi proprio quando la città è stata messa sotto assedio. Riappropriamoci della città per salvare noi stessi e il nostro futuro!

C’era una volta la città e forse non c’è più. Non c’è più in quanto sempre più martoriata da nuovi spazi che massacrano il localismo in nome del Dio denaro, l’unica cosa ad essere stata veramente globalizzata. La battaglia per salvare la città è la battaglia per salvare noi stessi, il nostro Essere più profondo, la nostra Identità collettiva. Ogni volta che varchiamo la porta di un Nonluogo, ogni volta che vi spendiamo dentro anche un solo euro, minacciamo tutto questo. (Denis Grasso)