Imola. Sono passati quasi cinquant'anni da quando Marco Bellocchio girò, tra Imola e Dozza, il suo secondo lungometraggio (La Cina è vicina, 1967) e la Cina è ora sicuramente un po' più vicina di allora. Al di là dei discorsi banali sui bar che cambiano gestione a favore di proprietari orientali, o di sushi restaurant dove si preparano eccellenti involtini primavera, è interessante rilevare come un sempre maggior numero di ragazze e ragazzi cinesi scelga di venire nel nostro Paese non come manodopera non specializzata, ma per compiere qui i propri studi.

 

All'Università di Bologna ogni anno si contano attorno ai duecento nuovi iscritti di nazionalità cinese, che studiano sotto le due torri per conseguire la laurea triennale o quella specialistica. Nell'anno accademico 2012/2013 sono più di 900 gli studenti iscritti, considerando i diversi anni di corso. A questi si aggiungono poi gli studenti “in mobilità”, quelli cioè che scelgono di passare un solo anno (un semestre o due) lontano da casa, con progetti come il Marco Polo, l'omologo dell'Erasmus per chi viene da quello che un tempo fu il Celeste impero. Le facoltà preferite sono Economia e Lettere, segue a ruota Ingegneria e poi via via tutte le altre, con una distribuzione grossomodo uniforme.

 

Nel 2005 è stato creato il Collegio di Cina, sul modello dei Collegi storici che nei secoli sono sorti per riunire ed aiutare gli studenti stranieri dell'Alma mater. Celebre il Collegio di Spagna, di quasi 700 anni più vecchio, il cui palazzo sorge su di una via che ne porta il nome, e che conta tra i suoi ospiti più illustri Miguel de Cervantes Saavedra, che proprio tra i portici di Bologna ambientò la sua novella “Cornelia”. “Nostro compito è aiutare gli studenti, nel trovare casa, nello scegliere i programmi, nell'ottenere il visto, nei tirocini e in quant'altro possa loro essere utile – spiega Marco Macchiavelli, responsabile del Collegio di Cina dell'Università di Bologna –. Partecipiamo inoltre tutti gli anni alle fiere dell'educazione di Pechino e di Shanghai per promuovere il nostro ateneo e i risultati si vedono”.

 

“La maggior parte dei ragazzi che arriva in Italia per studiare lo fa perché attratto dal patrimonio di sapere, di arte e di storia del nostro Paese, poi certamente anche per la moda, il made in Italy, oltre alla lunga tradizione dei nostri atenei”, spiega Basilio Lamberti, responsabile Mobilità studentesca e Studenti internazionali dell'Università di Bologna. Di tutti questi studenti però solo una piccola parte resta in Italia, “il 70% circa, una volta terminato il periodo di studio, torna nel proprio Paese per lavorare – afferma Macchiavelli –, mentre il restante 30% si divide tra chi trova lavoro qui in Italia o chi torna in Cina a lavorare per un'azienda italiana”.

 

Abbiamo incontrato a Imola tre studenti di Shanghai, tutti e tre ventiduenni ed “in mobilità”, che stanno lavorando alla propria tesi di laurea in Ingegneria elettronica e svolgono contemporaneamente uno stage presso la Sei Sistemi srl, un'impresa che si occupa di automazione, fotovoltaico ed eolico. Si chiamano Zhu, Chen e Shang ma si presentano come Joe, Kyle e Jason. La Cina non è più quella di “Sorgo Rosso”.

 

“Siamo già stati a Venezia, a Pisa, a Firenze e a Milano, ma prima che si concluda l'anno vorremmo viaggiare ancora un po'”. Jason si dimostra il più sincero dei tre e confessa “la mia prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi per una serie di cose sono arrivato a Bologna”. Anche Kyle si sblocca e ammette che a motivare la sua scelta c'è dell'altro oltre i bei paesaggi ed il buon cibo. “Sono pigro, il programma di studi che mi offriva Bologna era il più semplice, ed eccomi qua”. Dell'università italiana hanno comunque una buona impressione, “è molto diverso il rapporto con i professori, qua spesso capita che si fermino a parlarci, vogliono sapere di noi, come ci troviamo, se abbiamo delle difficoltà, cose che in Cina non accadono”. Gli chiedo se i corsi sono davvero più facili di come si aspettasse, “Non proprio – ammette –, qui si studiano molto gli aspetti meccanici, mentre in Cina si fa molta più informatica”.

 

E una volta finita la tesi? Jason risponde senza molti dubbi che tornerà in Cina, “come ingegnere ci sono molte possibilità, il nostro Paese è in forte sviluppo e si possono fare tanti soldi”. Kyle non sa, non ci deve aver ancora pensato troppo, mentre Joe dice che gli piacerebbe tornare a casa “per trovare magari un lavoro in una delle tante aziende italiane che lavorano là o che collaborano con aziende locali”.

 

Alla Sei Sistemi è il secondo anno che è attiva la collaborazione con l'Università di Bologna per offrire stage a studenti cinesi. “L'anno scorso abbiamo assunto due dei tre ragazzi che hanno fatto il tirocinio da noi, adesso lavorano in Cina come ingegneri in impianti per la produzione della carta – spiega Roberto Altieri, dirigente della Sei Sistemi –. L'azienda opera in Cina da quando è nata, nel 1992, abbiamo una sede a Shanghai con cinque dipendenti affiancati da una decina di tecnici che si spostano dall'Italia all'occorrenza”. I settori produttivi di maggior rilevanza sono quelli dell'automazione di impianti per la produzione di gomma, carta, e filo d'acciaio. “Ci troviamo molto bene – continua Altieri – gli studenti cinesi sono meglio degli italiani: hanno più voglia di imparare”.

 

Per concludere chiedo ai ragazzi cosa li abbia colpiti di più dell'Italia, e mi preparo ad una risposta che sta tra il cibo, le città d'arte e il sole della Toscana. Ma Jason mi spiazza e serissimo mi dice che “qui la gente è davvero educata sui temi dell'ambiente, nonostante le città e le industrie c'è molto poco inquinamento”. Avrà giudicato la mia faccia stupita a sufficienza da aggiungere “hai presente Pechino?”.

 

(Leonardo Bettocchi)