Avere sedici anni nel '44, un parabellum nascosto in un sacco fra la paglia, incontrare un tedesco che ti ferma e ti chiama “bella, ciao bella”, convincerlo a gesti che la strada è lunga e la paglia pesante, farsi portare da lui il sacco fino a destinazione, e tutto questo con la massima disinvoltura e il sorriso sulle labbra. E non è finita l'avventura. Il tedesco per riposare si siede sul sacco, si fuma una sigaretta e te la offre, gli siedi accanto e gli lasci intendere che domani, magari domani… e intanto sei salva. Salva.

Avere sempre sedici anni, in borsa tre pistole e i caricatori in mezzo alle patate, una fascina di legna sottobraccio che nasconde un mitragliatore, incappare in un posto di blocco tedesco, andare avanti lo stesso perché tornare indietro è peggio, abbozzare un sorriso e far finta di niente e non essere perquisita, i tedeschi che fanno solo un gesto, vai vai, e ti guardano le gambe. E non è finita l'avventura. Arrivare trafelata al casolare e cercare il nascondiglio stabilito, essere sorpresa dall'arrivo di altri tedeschi affamati che vogliono le galline, la contadina arrabbiata che si rifiuta, procedere verso di loro e dire in dialetto, ma con tono calmo e gentile, affinché i nemici non capiscano la situazione pericolosa: Minghina, dai ste gal chi s'amaza tót! Tornare a casa sospirando in compagnia di un giovane partigiano, che tiene nel portafoglio la tua foto come portafortuna, sentire le risa dei tedeschi che da lontano vi vedono saltare i fossi e fanno cenni d'intesa alla coppietta che va in camporella… e intanto sei salva. Salva.
 

Avere fame, avere voglia di mangiare non sempre e solo patate, e vedere l'unica mucca ancora nei paraggi rubata dai tedeschi, macellata e appesa a un albero in fondo al podere. Andare con imprudenza dai tedeschi stessi e chiedere proprio a loro un coltello, sì un coltello, per tagliare un pezzo di carne perché hai fame, e i tedeschi ridono di tanta spavalderia e non ti credono, ma per gioco ti danno quel coltello, facendo cenno alle loro pistole che hanno in fondina, come dire: ricordati che sei nelle nostre mani; e correre all'albero, tagliare un bel pezzo di carne, gettare a terra il coltello e andare a casa per offrire a tutti una bella bistecca. E finalmente mangi… e intanto sei salva. Salva.

Avere voglia di correre fra i campi, lungo gli argini del fiume, partecipare ad altre azioni, ascoltare dai compagni come va la lotta e dover invece stare nascosta perché il ragazzo partigiano, quello con la tua  foto portafortuna, che non gli ha portato fortuna per niente, è stato preso e ucciso dai tedeschi. Stare nascosta e annusare la liberazione imminente. Ma intanto sei salva. Salva.

Questa giovane staffetta coraggiosa della bassa imolese è oggi una signora di ottant'anni. Figlia di braccianti dei conti Pasolini, prima della guerra trasloca in diverse case, sempre nei possedimenti in frazione Spazzate Sassatelli, perché allora i contadini venivano spostati dove c'era bisogno, con tutta la famiglia al seguito. Al padre, che era un antifascista, davano sempre da coltivare la terra più scomoda, quella più lontana, al confine con Lavezzola. Partiva all'alba col buio, con un pezzo di pane nella sporta e la zappa in spalla, e percorreva più di dieci chilometri a piedi. Tornava a casa di nuovo col buio. Alla fine del '43 la zona si riempie di tedeschi e poi di partigiani. La casa in cui abita, sopra la scuola di Valle Serrata, vicino a Conselice, diventa un centro di smistamento dei ribelli.

“Avevamo scavato dei rifugi sotto terra, come quelli antiaerei e, costruendo una parete finta, avevamo creato dall'altra parte una stanza nella quale si nascondevano e si riposavano i partigiani in attesa di ordini. Questi ragazzi chiesero, a me e alle mie sorelle più grandi, se eravamo disposte a collaborare con loro, a fare le staffette. A noi parve naturale rispondere di sì. Eravamo in guerra: da una vita contro la povertà e, in quel momento, contro nemici che abitavano le nostre case. Salvare gli uomini divenne un dovere delle donne. Devi sapere che dalle nostre parti c'erano degli sfollati, tra i quali la moglie del maresciallo di Conselice che aveva un bimbo piccolo. La prima volta che dovetti consegnare dei volantini chiesi alla signora se potevo portare il bimbo a spasso con la carrozzina; presi i volantini, li misi ben nascosti sotto le copertine e li portai a destinazione. Altre volte, allo stesso modo, portai con disinvoltura anche delle armi da consegnare ai partigiani e l'ignara signora era ben contenta che le scarrozzassi il bimbo per la campagna! Ero incosciente, ma mi sentivo sicura e, in effetti, non mi hanno mai fermata. I tedeschi da noi non erano cattivi. Erano giovani militari lontani da casa. Erano più spietati e vendicativi i fascisti. Mah… Io non sapevo maneggiare le armi, ma mi vantavo di saperlo fare. Un giorno, e non so dirti assolutamente come,  mentre facevo vedere a un compagno che ero capace di smontare e rimontare una pistola, partì un colpo: ormai ammazzavo lui e mia madre che era lì vicino. La pallottola gli fece la riga fra i capelli! Credimi: non ho mai sparato a nessuno e da quel giorno maneggiai  le armi con più attenzione. In quel periodo ospitammo nel nostro rifugio anche tre soldati russi che erano disertori dell'esercito tedesco. Stettero nascosti lì fino alla liberazione. Quando lasciarono la nostra casa uno di loro, in segno d'amicizia e riconoscenza, regalò la sua fede d'oro a mia madre che, quando mi sposai, la dette a me. Guarda, è questa che tengo ancora al dito”. 

La storia ha un lieto fine, perché il matrimonio avviene fra la giovane staffetta e l'attempato partigiano, proprio quello che per poco lei non ammazzava per sbaglio con un colpo in testa. Ah, la giovane staffetta, lei, quella che andava spavalda verso il nemico e tornava a casa sana e salva, ebbene… Salva, sì proprio Salva, è il suo nome di battesimo. Come poteva andare diversamente?!

Salva conosce Ezio durante la lotta di liberazione e si sposano nel '47. Ezio è di San Bernardino e ha tredici anni più di lei. Prima della guerra era andato a lavorare come operaio in Germania. Torna in Italia prima dell'8 settembre e, in seguito, entra a far parte della resistenza. Poiché comprende un poco la lingua tedesca, senza farlo capire ai nemici si infiltra fra loro e, in questo modo, riesce a vanificare alcune rappresaglie. È un uomo attento, scrupoloso e fidato. Conosce Salva ragazzina coraggiosa, l'ha anche sgridata per alcune sue leggerezze, ma alla fine della guerra le chiede di sposarlo. Lo fa con timidezza, perché è consapevole della loro differenza d'età, ma Salva è una giovane determinata, l'abbiamo visto, e nulla la scoraggia. Le piace quell'uomo buono, che con lei è sempre stato gentile. Va ad abitare nella casa della famiglia di Ezio. Casa: due stanze in cui loro due abitano insieme al vecchio padre, a un fratello cieco e a un altro fratello tornato a casa dai campi di lavoro in Germania con una polacca.

“Una polacca?” la interrompo stupita “e come ha fatto a portarla in Italia?” Salva sorride.

“La nascose sotto il sedile del treno. L'aveva conosciuta in campo di concentramento, anche lei era prigioniera e lavorava lì; le donne, che avevano più libertà, portavano quel poco che trovavano da mangiare agli uomini, glielo allungavano attraverso la rete. Fu così che si conobbero, sfiorandosi le mani sudicie; lui le promise che, se si fossero salvati, l'avrebbe portata in Italia con lui, e così fece. Irena era una bella ragazza, alta e bionda. Quando arrivò in campagna da noi, la cosa fece scalpore, anche perché mio cognato aveva più di una morosa! Ma sposò la polacca ed ebbero anche due figli.» Storia interessante e curiosa. «Beh, Salva, tuo cognato è stato uno dei primi uomini di qui che si è innamorato di una ragazza dell'est, tanto da preferirla a quelle che già conosceva. È stato un caposcuola, oggi queste unioni sono all'ordine del giorno!” Annuisce Salva: è proprio così.

Ezio si mette a fare il falegname, lavoro che aveva imparato in Germania, ma in campagna di quel mestiere non si vive. Lui e Salva resistono per un po' di anni, intanto nascono due figli, ma poi Ezio viene a Imola a cercare lavoro. Lo troverà da Ravanelli, un falegname che allora aveva la bottega a porta Montanara. Farà il pendolare, in bicicletta e in motorino, per lungo tempo. D'estate prende l'abitudine di andare a mangiare alla baracchina dei cocomeri di fronte alla bottega. Fa amicizia con Valdrè, il gestore, che gli trova una casa in affitto nei paraggi, per sé e la sua famiglia. Così Salva e i due figli arrivano a Imola nel 1962.

“Come ti sei trovata quando sei arrivata qua?” le chiedo.

“Bene. Trovai vicini gentili, che ci diedero una mano. Quando arrivai nella casa e vidi che da ogni stanza potevo accendere la luce, fui stupita della novità! I primi giorni, un po' mi vergognavo, perché avevamo ancora i materassi d'erba e l'imbottita di stoppa, non volevo far vedere la nostra povertà, ma subito capii che ero fra persone buone e non fui più in soggezione. Compravo le cose a rate sia nel negozietto a fianco, il bottegaio Natale ci aiutò molto, che alla Cooperativa di consumo di via Emilia. Ricordo la commessa: Egle, si chiamava. Era così gentile con me e mio figlio che quando lui fu in prima elementare e imparò a scrivere, nelle righe del quaderno ripeteva: Egle, Egle… I miei parenti ci aiutavano come potevano. Mia madre, quando veniva a trovarci, portava i ranocchi che noi della bassa mangiamo abitualmente. E poi avevo i miei punti di riferimento: il sindacato, l'Udi e il Pci. Andavo alle riunioni, mi sono aperta agli altri e ho imparato a dire quello che pensavo. Trovai lavoro all'Udi, organizzavo la distribuzione del nostro giornale, 'Noi Donne', e d'estate andavo a fare la stagionale alla Pempa: ho lavorato lì fino alla pensione. Vent'anni ci sono stata, dalle fragole ai marroni, ossia da maggio a ottobre. Facevo un po' di tutto, dal ritiro della frutta in campagna con i camionisti, alla calibratura e confezione delle cassette di frutta. La Pempa era allora una grande cooperativa in cui mi trovai subito bene, sia con le colleghe, sia con il direttore Cani. Potevo dire sempre il mio parere: ero stimata. Ricordo che Cani mi diceva: 'A te Salva di sicuro non ti nasce un albero nello stomaco!' E quando la  sera tornavo a casa, dopo dieci, dodici ore in piedi, d'estate andavo a lavorare con entusiasmo alla Festa dell'Unità. Ci credi che non sentivo la stanchezza? Per me era l'unico svago!”

Non ho dubbi Salva, per le donne come te, attive e pronte a collaborare, la disponibilità, la partecipazione e la complicità sono il pane della vita.

Avere sedici anni nel '44 e ottant'anni ben portati oggi ed essere ancora e sempre Salva.
 

(Roberta Giacometti)