Con la nascita del governo Napolitano/Letta/Alfano si chiude una fase storica e ne inizia un’altra.
Congedata la vecchia guardia, messo in sicurezza il Cavaliere, ci si appresta a consegnare agli archivi anche il tanto decantato “bipolarismo”.
Rinasce una post DC. Un grande centro moderato, a predominanza cattolica, con le mani in pasta e rapporti in ogni ganglio del potere: da quello economico finanziario interno e internazionale, alle organizzazioni imprenditoriali, a quelle sindacali.
Cosa differenzia, politicamente e culturalmente, gli ex democristiani Letta e Alfano, Franceschini e Mauro? Poco, certo non di più di quello che distingueva Andreotti da Donat Cattin o Moro da Cossiga. Tra un Lupi di Cielle e un Delrio, cattolico Pd ed ex presidente della onlus “Giorgio La Pira” sicuramente c’è una distanza politica, ma non così incolmabile vista la matrice identitaria comune.
Questo è un governo politico che può marciare molto coeso. E’ un governo politico, che può durare e mettere le basi per future alleanze ancor più durature.
Rispetto alla scelta dei Brunetta e dei D’Alema (che nessuno rimpiange) è la sepoltura molto più abile e definitiva di un vero governo del cambiamento in questo paese.
E’ un governo che non ha nella sua agenda, giocoforza: corruzione, ineleggibilità, conflitto d’interessi, lotta all’evasione, incisive azioni antitrust.
E’ un governo che avrà diversi problemi ad affrontare le questioni dei diritti civili, ma che su questo piano accetta la sfida e inserisce un po’ per cosmesi (Cecile Kyenge, senza “portafoglio”) ma anche per sostanza (Bonino, esteri) elementi di contrappeso e di contraddizione interna.
Si smarca così definitivamente dalla Lega, e comincia ad operare per ridurre allo stato testimoniale la sinistra di Sel e i rimasugli di quello che ne rimaneva nel Pd.
La vera battaglia però sarà il logoramento a medio termine dei 5 stelle, che passerà molto probabilmente da una prima serie di provvedimenti sul piano economico per sfilare dal mazzo di Grillo il voto di protesta raccolto nella piccola e media impresa e nelle partite iva massacrate dalla crisi.

Il tanto decantato Pdl + Pd-l evocato da Grillo e cavalcato dai 5 stelle per ergersi come unico dominus dell’opposizione si basava sull’accezione totalmente negativa della classe politica. Non teneva conto, il pover’uomo, che non solo l’avrebbero preso in parola ma che la stessa accezione negativa col tempo può cambiare e con l’amorevole aiuto degli istituti economici internazionali (che agevoleranno l’operazione) si arriverà a trasformare due blocchi politici fintamente contrapposti in un unico soggetto: nuovo, coeso, (molto) moderatamente riformista, a cui basterà ridarsi un minimo di moralità e contegno per far digerire il rospo.
Letta che va a prendersi l’incarico guidando la sua auto è l’immagine simbolo di questa svolta: basta con l’esibizionismo del potere, con l’orgia corruttiva berlusconiana così compiaciutamente ostentata. Corrotti sì, ma con moderazione e senso della misura, democristianamente contriti per le sorti del paese..

I risultati a breve termine saranno, a mio avviso, un completo riallineamento dei parlamentari PD alla nuova linea. Non credo che al dunque ci sarà nemmeno un voto contrario alla fiducia, semmai qualche distinguo contenuto in documenti critici: tutt’al più qualcuno non parteciperà al voto. Pochissimi comunque, e del tutto marginalizzabili.
E a quel punto si risolverà anche il problema delle espulsioni…

Sel e Vendola si troveranno all’opposizione, ma con scarsissimi margini di manovra nell’area dell’ex centrosinistra e con una convocazione a caldo di un’assemblea l’11 maggio a Roma per aprire “il cantiere delle fabbriche di una nuova sinistra di governo” che rischia di non avere altri interlocutori se non se stessi.
Anche Grillo forse ha capito di aver fatto una grossa cazzata: aveva sparigliato le carte proponendo Rodotà, ma poi non ha saputo reggere il gioco e ha sopravvalutato la forza di Bersani all’interno del Pd.
Quando nel marasma generale si è arrivati a Prodi si è incartato: avrebbe dovuto chiedere a Rodotà un passo indietro per appoggiare Prodi e far fallire coi suoi voti il golpe D’Alemiano. Incoronando Prodi avrebbe assunto il ruolo di alfiere dell’antiberlusconismo, avendo poi buon gioco a pretendere da Prodi un governo di cambiamento, magari con lo stesso Rodotà dentro come premier o in un ministero chiave.
Ma non l’ha fatto, perchè a far politica di palazzo è un po’ scarsino, e non ha capito bene che da quando è arrivato in Parlamento la piazza non basta più e il gioco è cambiato assai.

Dunque l’insipienza e gli errori di Bersani alla guida di un Pd già abbondamente in mano ai neo democristiani (ma fintamente spacciato per un partito di sinistra post comunista), unito al massimalismo ingenuo di Grillo e dei 5 stelle, ha prodotto un risultato ben al di sopra le aspettative per chi osteggiava il “governo del cambiamento”, che va oltre il patto di scopo col Pdl per garantire Berlusconi.
Anche Renzi deve stare attento: gli offrono la polpetta avvelenata della segreteria di un partito a pezzi, sapendo bene che i veri giochi si fanno altrove e sarà Letta, molto probabilmente, la stella radiosa del futuro polo neocentrista.

Mai come questa volta c’eravamo andati vicino, mai come questa volta sono stati commessi tanti errori e tutti insieme.
Vent’anni di Berlusconismo per tornare a una Dc riveduta e corretta: un gran bel risultato…

(Paolo Soglia)