Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi
(Albert Einstein)

L'arte, e il pensiero più in generale, ha indubbiamente in ogni sua forma una responsabilità sociale. Realizzare un atto d'arte significa ordinare, capire, ricercare, cambiare, intuire, approfondire, salvare, fissare, accogliere, dare, comunicare, inventare e molto altro ancora. Non a caso alcuni ritengono che la parola “arte” trovi la sua radice nel sanscrito, portando con sé non uno ma molteplici significati. Cercare di difendere l'importanza dell'essenza intellettuale dell'arte è fondamentale, e dire cultura, in questo caso più che mai significa dire società. E l'educazione in questo processo è un momento d'impegno sociale molto alto.

Di recente ho tenuto alcune lezioni all'Università di Kyoto sulla musica elettronica affrontando il problema dell’etica tecnologica, parlando di Fukushima e di come l'origine del disastro sia in definitiva da imputare al profitto e allo scarso senso del valore della tecnologia come ausilio, e non solo minaccia, alla vita umana. Chiaramente dirlo davanti a dei giapponesi, e dirlo in un contesto accademico ha un valore. Attraverso la mia attività di pedagogo un po' in tutto il mondo, arrivo a parlare con giovani che provengono da situazioni geografiche, culturali ed economiche molto diverse. In un momento storico nel quale parrebbe sempre più difficile condividere i problemi altrui, è invece importante sapersi mettere nei panni degli altri, perché la responsabilità sociale parte anzitutto dalla comprensione del prossimo e dei prossimi (minimo comune multiplo e massimo comune divisore di un possibile punto d'incontro), i cui problemi e necessità potrebbero improvvisamente divenire le nostre, e ancor più radicalmente dalla “simpatia” (in senso etimologico), più che dalle passioni per qualche -ismo.

Come il titolo di questo scritto annuncia, inizio con una parabola, e dunque mi rifaccio a uno dei più celebri utilizzatori di parabole: Gesù di Nazareth. Gesù parlava in parabole, è cosa nota. Ma forse non tutti ne conoscono la ragione. Che sia per andare incontro all'ignoranza dei suoi ascoltatori è una motivazione blanda, tanto più considerando che alcune risultavano tanto incomprensibili da rimanere oscure anche ai suoi stessi discepoli. C'è altro. La parabola è un linguaggio per immagini che ci porta a considerare non solo similitudini dirette, ma anche l'espressione di un sistema concettuale che si applica a delle meccaniche che in parte possono essere legate a un tempo specifico o a un dato contesto culturale, altre di carattere universale. Ebbene, pensando spesso a Fukushima e ricercando dati e fatti ed espressioni spontanee e, soprattutto, atteggiamenti costruiti, cercherò di iniziare presentando il dramma di Fukushima con una mia modesta parabola, per poi vedere come Fukushima stessa sia una parabola – possiamo dire “vera e accaduta” parafransando sia Luigi Giussani che Francesco Guccini – dei tempi moderni. Ecco la nostra parabola.

“C'era un gruppo di ortolani che possedeva un campo il quale gli fruttava meravigliosi frutti e ortaggi e con essi dunque fantastici guadagni. Tutto il vicinato e oltre poteva cibarsi a sazietà di tali eccezionali alimenti. La ragione di tanta riuscita era conosciuta, se non da tutti, almeno da molti, e anzitutto dagli ortolani stessi: sotto al campo vi era una polla mineraria la quale irrigava e nutriva gli ortaggi senza sosta. Ciò di cui gli ortolani erano anche al corrente era la pericolosità della vena, che tanto nutrimento donava. Infatti, sacche pericolosissime di sostanze dannose e letali si celavano nel sottosuolo, col rischio onnipresente di avvelenare d'un tratto tutto il prodigioso campo. Sia detto che gli ortolani proprietari del campo non vivevano vicino ad esso, coltivato e curato da altri spesso ignari lavoratori, ma in una enorme città a grande distanza.
In questa città gli ortolani, grazie agli ingenti proventi del campo, conducevano una vita di un lusso inimmaginabile, possessori di case e proprietà, si concedevano qualunque genere di compera, dalle auto di gran lusso ai piaceri mondani, e così facevano nello sfarzo più eccentrico anche le loro mogli e i loro figli. Dunque, un giorno per cause geologiche improvvise le sacche di sostanze dannose si liberarono invadendo tutto il campo. Gli ortolani erano stati più volte allertati della pericolosità delle sacche e della inadeguatezza dei sistemi di gestione della fonte, oramai vetusti e inappropriati. Un intervento di ammodernamento avrebbe potuto scongiurare o comunque limitare il pericolo incombente. Ma gli ortolani erano troppo impegnati a rafforzare e spendere i propri guadagni, volendo sostenere perennemente il proprio già esagerato sfarzo. Anche le loro mogli e i loro figli non volevano certo diminuire gli status-symbol dei quali si circondavano, facendo così pressione sui mariti ortolani affinché nulla intaccasse tale lusso.
Inutile poi pensare ad interventi d'altri controllori, in quanto gli stessi ortolani spesso erano a ruota proprio amministratori e governanti. Così, per un brusco movimento di Madre Natura, le falde si smossero e il campo si trovò improvvisamente avvelenato, facendo ricadere ogni nefasto effetto sulle popolazioni adiacenti. Ci fu un certo sconcerto all'inizio. Poi alcuni ortolani dissero che, tutto sommato, continuare a mangiare i frutti del campo non avrebbe provocato effetti dannosi, e che se alcune malattie si riscontravano sempre più numerose sul posto tutto si doveva sicuramente ad altri fatti di natura ignota che bisognava indagare, non certo al campo avvelenato.
Altri erano più cauti e semplicemente invitavano la popolazione a trovare un'altra dimora, senza però specificare come. Di fatto, pare che molti famigliari degli ortolani abbiano deciso di trasferirsi addirittura in paesi stranieri, ma, dicono non per cautele, delle quali negano la necessità, semmai per una serie di casualità.
-Ci sono davvero molte inspiegabili “casualità” in questo evento, non vi pare? E dunque non si capisce bene la responsabilità su chi debba ricadere, forse proprio sul “caso”? – Rimane ora il problema del campo avvelenato. Parrebbe ragionevole che gli ortolani se ne facciano carico, tramite i guadagni immensi maturati in precedenza e magari affievolendo lo sfarzo esagerato di vita fino ad ora condotto, forse anche vendendo le loro auto di lusso e molte proprietà, per sopperire alle necessità emerse e bonificare il campo, ripagando così anche i lavoratori e i vicini danneggiati. Ma gli ortolani, uniti, presero una decisione sostenuta da tutte le gerarchie politiche ed economiche (ovvero dagli ortolani stessi e dai loro fratelli e amici): chi dovrà pagare il fio di tutto ciò sarà la popolazione, con i propri sacrifici economici e le proprie silenziose sofferenze. La terra contaminata del campo sarà poi ridistribuita per tutto il paese, come gesto di forte comunione. Coloro che accettarono questa soluzione furono lodati grandemente dagli ortolani, eretti persino a simboli di alta dignità morale e amor di patria, e ricevettero molti quantitativi di ortaggi e frutta proveniente dal campo. Mentre coloro che vi si ribellarono furono ignorati e ridotti al silenzio, e ogni discussione portata alla clandestinità. Comunque anche questi ultimi, se lo desideravano, avrebbero potuto nutrirsi dei cibi del campo, che ora con tanta sollecitudine gli ortolani offrivano a chiunque per tutto il paese con grande generosità e senso civico”.

Questa è la parabola di Fukushima ma anzitutto è la parabola del potere, come esso si esprime, e ancor più nei tempi moderni. Visto che abbiamo iniziato parlando di Gesù, cito la frase con cui termina una delle sue parabole più note, quella del seminatore: “Se non capite questa parabola non potete capire le altre”. Certo, se la semplice perversa logica del potere, non come “arte della capacità”, ma come imporsi di malgestione e avidità e inganno del prossimo, non viene compresa, inutile proseguire nel discorso.

(Carlo Forlivesi)

La seconda parte verrà pubblicata giovedì 23 maggio.