Ora, prima di esaminare alcuni dati inquietanti riguardanti Fukushima e più in generale certe logiche che guidano l'utilizzo del nucleare, veniamo ad analizzare Fukushima come lei stessa parabola di quanto accade nel presente. Ecco dunque la storia di una centrale nucleare che viene colpita da uno tsunami, per la cosciente inadeguatezza dell'impianto la struttura cede, il danno umano e ambientale è evidente, eppure il muro di omertà che viene costruito intorno è gigantesco.

Appena qualcosa viene a colpire le sicurezze di un sistema, anche le democrazie più avanzate improvvisamente possono trasformare i propri rapporti con i cittadini, non più persone da difendere e detentori di diritti e doveri, ma sudditi di un apparato che vuole anzitutto garantire sé stesso. Questa la prima osservazione di carattere etico alla quale si aggiunge inevitabilmente una valutazione di carattere economico, ovvero quanto è costata e costa Fukushima. Personalmente non credo che il problema attuale del mondo siano i soldi, questo è quanto qualcuno è riuscito a farci credere soffiando sul fuoco della crisi, e a farcelo credere così bene che in effetti senza soldi quasi non sapremmo più far nulla. Una prova tra le altre lo dimostra il fatto che esistono persone che con pochissime sostanze riescono a fare molto per l'umanità, mentre altre con grandi capitali non edificano nulla in definitiva, o al contrario annientano. Ma di questo ne parleremo meglio in altre circostanze. Tornando al costo economico di Fukushima, la Tepco di Tokyo (per esteso la Tokyo Electric Power Co), proprietaria di parte degli impianti nucleari del Giappone, inclusa Fukushima Daiichi, ha stimato il costo complessivo di gestione del disastro in 11 trilioni di yen, ovvero oltre 100 miliardi di euro, cifra che supera persino le recenti perdite colossali di alcune grandi multinazionali del sol levante. Previsioni di conti sono sempre difficili da fare in queste circostanze, ma includendo anche i fattori indiretti (conseguenze a lungo raggio della radioattività e ricollocazione dei 100.000 evacuati) fino allo smatellamento della centrale si parla di 250 miliardi euro, una cifra non certo trascurabile anche per una nazione ricca come il Giappone. In aggiunta il ministero per l'Ambiente giapponese ha stanziato 4,8 miliardi di yen (oltre 4 miliardi di euro) nel solo 2012 per un programma di decontaminazione su un area di 17 ettari, mettendo in azione una squadra ultra-specializzata per ripulire case e strade arrivando a raschiare perfino la corteccia di ogni singolo albero, esperimento però che si è poi rivelato a stessa ammissione del Ministero inefficace, non riuscendo a portare la radioattività sotto la soglia sperata. Di conseguenza il sindaco di Okuma, città nei pressi delle centrale e ora paese fantasma, ha dunque dovuto dare un triste annuncio ai suoi cittadini che furono celermente ora allontanati delle proprie abitazioni dopo quell'11 marzo 2011: il progetto di tornare alle proprie case inizialmente stimato entro il 2014, slitterà al 2022, data che anche se rispettata molti anziani cittadini non potranno vedere.
Non sono ancora note le stime più recenti riguardanti le spese post-Fukushima che la Tepco deve sostenere, ma dato che il problema della centrale non è stato risolto, è ragionevole pensare che i costi non scenderanno; anzi, si spera che l'equilibrio instabile del presente non debba far fronte a ulteriori nuovi “imprevisti”. Un Tommaso d'Aquino ai nostri giorni potrebbe chiosare che la tecnologia si confronta dunque sempre più con la seconda delle virtù teologali: “la Speranza”. Il problema è serio anzi drammatico, e non mi riferisco solo al problema economico, ma anzitutto al dramma umano.

Rompiamo una punta in favore – ma con alcune riserve – sui dirigenti della Tepco, i quali hanno deciso di ridursi parte dello stipendio come segno di responsabilità per il disastro occorso. Ammirevole, ma alcuni hanno notato che, per esempio, un taglio del 50-60% come quello occorso all'assicurazione di previdenza sanitaria nazionale dei lavoratori Tepco, ha riportato questi sulla media nazionale; tanto per intenderci sui tipi di “bonus” che in precedenza prevalevano rispetto ai lavoratori “normali”. Sarebbe poi interessante conoscere meglio i bonus di direttori, manager e amministratori delegati. Ma ancora una volta è difficile parlare dal pulpito del nostro paese, dove, stando alle recenti cronache, i manager di aziende con deficit colossali vengono liquidati con bonus milionari. Un'altra nota molto dolente, questa volta di Greenpeace, ci racconta di come mentre il popolo paga per Fukushima l'industria del nucleare continua a fare profitti: le compagnie del nucleare guadagnano sempre, quando si costruisce, quando si sfrutta, quando si smantella, e anche quando accadono i disastri. Il report di Greenpeace ci informa che i costruttori dei reattori di Fukushima Daiichi, ovvero la statunitense GE (General Electric), Toshiba and Hitachi, non possono essere ritenuti responsabili di quanto accaduto sotto le vigenti leggi. Il documento aggiunge che alcune aziende del nucleare stanno guadagnando proprio sul disastro grazie alle commissioni per la decontaminazione, dismissione dei materiali e gestione della condizione di stallo del reattore.

Noi italiani abbiamo dato dimostrazione di essere maestri nello spendere (o guadagnare, dipende dal punto di vista) per la gestione di situazioni inconcludenti e stagnanti, quindi anche su questo forse ci sarà difficile lanciare critiche. L'unica cosa della quale si possono rammaricare certi manager nostrani sono i differenti margini di guadagno, assai più alti nel caso di disavventure atomiche rispetto agli intrecci bancari locali, anche se queste ultime statisticamente più rare rispetto ai tracolli bancari.

Chiaramente chi sta pagando il fio di Fukushima Daiichi e anzitutto la popolazione giapponese, la quale si è vista incrementare dal 10 al 20% circa il costo dell'energia, e più occultamente rifilare prodotti che sono, in piccola o grande parte, a contatto con le aree esposte, dunque contaminati più o meno direttamente, oggetti di comune utilizzo e alimentari; se chiedete in un negozio giapponese la provenienza di un qualche materiale, specie se alimentare (vi fidereste per esempio dei funghi fatti crescere a Osaka ma sul legno dei tronchi proveniente dall'omonima prefettura di Fukushima?) nella maggior parte dei casi non ve lo sapranno dire, e talvolta vi guarderanno molto male – Parola di chi lo ha fatto.

Qualche italiano con una fattura energetica in mano potrebbe ora farci notare che gli aumenti sofferti negli ultimi due anni dai cittadini del Bel paese sono stati uguali se non peggiori, e questo senza aver vissuto il disastro di Fukushima in casa. Certo c'è da riflettere. Notizie poi passate un po' in sordina – almeno nel nostro paese troppo impegnato a parlare di cantanti, politici e ballerine – sono le “iniezioni”, pari a 2,2 trilioni di yen (circa 20 miliardi di euro), che il governo giapponese ha fatto fino ad ora alla Tepco affinché questa non finisse in bancarotta. Una domanda: potete immaginare quanti politici, ex-politici, venturi politici fanno parte della Tepco? Certo una domanda che forse dovremmo prima porci sul sistema politico-industriale del nostro Paese: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Invece non è più un mistero che le macerie contaminate e tutta la “spazzatura” radioattiva di Fukushima sia ridistribuita sul territorio giapponese, mandata negli inceneritori delle città i cui sindaci e amministratori talvolta gareggiano nell'accettare, mostrando così davanti al governo centrale un senso di nazionalismo encomiabile (che farà forse seguito a ulteriori nomine politiche?). Immagino che questi amministratori “patrioti” e le loro famiglie non vivano però nei pressi degli inceneritori in questione… Attenzione, non stiamo parlando di carburanti radioattivi esausti, per i quali esistono specifiche procedure di stoccaggio, ma di pure spazzatura radioattiva, detriti, carcasse e via dicendo. Dunque, il governo paga alle città ospitanti un indennizzo monetario, offre lavoro e salari, generando una sorta di mercatino basato sulla spazzatura radioattiva; anche questo in fondo appare ad alcuni un modo per tenere viva l'economia di certe aree. A questo fa eccezione l'acqua radioattiva, la quale scorre direttamente nel mare dalle falle apertesi o attraverso piani di riversamento programmati.

Per inciso, mi allarmo sempre quando sento parlare di ripresa economica, senza che si capisca bene su quali principi e meccanismi si intende fondarla. Per esempio, sappiamo che il commercio di armi è uno dei pilastri dell'economia di diverse nazioni, ma non è certo il modo migliore per produrre ricchezza, e certamente non un benessere, sicuramente per coloro che disgraziatamente si troveranno a essere i target – diretti o indiretti (come i bambini) – di quelle armi. Proseguendo con l'immaginazione di uno scenario atomico da gestire, non oso pensare come in un paese come il nostro (e così come il nostro sono molti altri) malavita e male-aziende e mala-amministrazione potrebbero gestire il discorso della spazzatura radioattiva, forse semplicemente riversandola nei fiumi o costruendoci strade e infrastrutture; oppure se legalmente sistemate in strutture di stoccaggio, c'è da temere che queste siano effettivamente sicure… Esagerazione? No. Se qualcuno lo pensa  allora mi spieghi perché le costruzioni all'Aquila certificate come antisimiche sono poi miseramente crollate al primo terremoto. E con questo potremmo citare numerosi altri esempi. In generale non azzardo pensare come avrebbe reagito il nostro Paese di fronte una sciagura domestica di natura atomica, e come i “sudditi” italici potrebbero venir trattati in una tale circostanza dai propri “potenti”, in un paese dove alle volte anche chiedere un'assistenza sanitaria dignitosa può diventare terribilmente umiliante se non addirittura un incubo.

Molti hanno notato la compostezza, proverbiale, dei giapponesi nell'affrontare la tragedia e certo non può che fargli onore. Alla prima reazione silenziosa ne è però seguita una più energica: un numero sempre più crescente di giapponesi sta chiedendo che il loro paese venga denuclearizzato, come anche dimostrano le molte manifestazioni di piazza, eventi assai rari nell'ordinato Giappone e dunque ancora più preganti di significato. Ma il Primo ministro Shinzo Abe e la classe dirigente giapponese si guarda intorno e anzitutto vede nelle vicinanze potenze nucleari rivali (e non solo economicamente) in fortissima espansione; la Cina ha “solo” 16 centrali nucleari in funzione ma ben 29 in costruzione e altre 51 in progetto, mentre la Corea del Sud 23 in funzione, 4 in costruzione e altre 5 in progetto. Poi c'è il problema delle continue minacce, ora su torni nucleari, provenienti dalla Corea del Nord. L'Asia si rivela come il continente con la maggiore passione per il nucleare, con la bellezza di circa 170 centrali nucleari in costruzione e in progetto, oltre chiaramente a quelle già in funzione. Un rapporto della International atomic energy agency ci informa che a fine 2012 i reattori nucleari in attività sul pianeta sono stati 437. Alcuni nuclearisti più “ottimisti” spingono addirittura per uno scenario che porti alla pianificazione ulteriori di 350 centrali, visione non lontana, anche perché un giorno anche l'Africa si muoverà, e il mercato del nucleare è pronto all'immenso affare.

Siamo di fronte a un business smisurato, che porta con se grandi intelligenze ma che come ogni enorme tesoro porta con sé le tentazioni di chi è al potere e stimola l'istinto di predominio. L'antica saggezza socratica ci ricorda che l'uomo è capace di grandi mali, ma al tempo stesso è capace di grandi beni. Il cammino verso per acquisire un senso di “patrimonio” dell'energia nucleare, ovvero “bene comune da gestire come utile per l'umanità”, è ancora lungo. L'energia atomica è uno di quei soggetti in grado di generare un rapporto radicale e ferreo di potere e sudditanza, così come i combustibili in genere e ancor più drammaticamente gli armamenti. L'energia atomica inoltre possiede il double-face di energia e arma, fattore che la rende verosimilmente strumento assoluto di dominazione. Il processo di creazione del nucleare è complesso, e per questo esistono forti legami tra alcuni paesi, i quali si appoggiano l'uno all'altro per ottenere gli ingredienti della ricetta nucleare.

Di recente un paese particolarmente intraprendente sul piano internazionale sta provando di dominare l'intera filiera di produzione nucleare, una sorta di autarchia del nucleare, dalle materie prime alla tecnologia: la Cina. La ricerca di questo nuovo Eldorado cinese, come alcuni lo definiscono, passa anche attraverso l'Europa; i loro maggiori interlocutori tecnologici sono Germania, Inghilterra e Francia. La Francia per esempio conduce in Cina un business di investimenti di 13 miliardi di Euro, ovvero 4 volte superiore agli stessi investimenti cinesi in Francia, i quali ammontano a “solo” 3,4 miliardi di euro. Gran parte di questi investimenti sono proprio legati al nucleare. La prossima volta che su un articolo appena acquistato leggeremo “Made in China” e abbiamo pensato che tutto sommato abbiamo fatto un affare, forse dovremmo riflettere anche su queste cose.

Termino queste considerazioni con una risposta a chi si sta, forse, domandando perché un “compositore” si interessi in modo così approfondito a questi argomenti, invece di dedicarsi esclusivamente alla propria carriera, a incentivare la propria immagine mediatica, in definitiva a farsi bello in fama e argento. Ho avuto la sventurosa fortuna di girare il mondo in cerca di riuscita nella mia professione, fuori da un paese, Imola nel piccolo e l'Italia in grande, che non me lo concedeva, o alle cui logiche di “popolarità” comunque non volevo stare. L'incontro con persone e culture diverse è stato difficile, e il confronto ancora più ostico. Alle volte sembra davvero un “cieco mondo” il nostro, ma strada facendo mi sono reso conto di opportunità e avvenimenti illuminanti per la nostra cecità, al fine di poter analizzare e conoscere noi stessi e il mondo in cui viviamo, e dunque elaborarlo.

In questo processo la capacità di ragionare sulla bellezza e di conseguenza plasmarla e inseguirla, ovvero ciò che chiamiamo “arte” si pone all'apice delle culture, ma allo stesso tempo ne è la base edificante. E' una meccanica apparentemente semplice, una necessità addirittura della quale anche i nostri antenati se ne rendevano conto, eppure sembra ora sfuggire all'uomo moderno. La crisi della cultura è all'origine e alla radice della crisi economica. Le circostanze della messa in crisi della cultura poi sono diverse e non le tratterò in questo ambito, ma se brevemente cerchiamo di individuare un cancro che ha poi invaso tutto il corpo sociale, questo è la banalità.

Banalizzare la vita (con l'allargamento del senso di proprietà e di casualty), banalizzare la storia (e dunque anche il nostro essere presente e futuro), banalizzare l'educazione (che è la base della formazione del pensiero e dunque dell'azione), banalizzare l'economia (che è uno strumento di gestione delle azioni umane), banalizzare la tecnologia (che è oltre a una leva per le capacità umane anche un processo di avanzamento nel mistero dell'universo), banalizzare l'arte (che è sia starter che vertice dell'espressione dell'animo umano e nella quale si ripone anche il senso recondito della felicità).

Lo tsunami della banalità è vastissimo e devastante, proprio come quello che ha colpito Fukushima, anzi molto peggio. E' stato spesso così nella storia: crisi culturali hanno preceduto sciagure umane, disastri ecologici, recessioni, sofferenze, ingiustizie, sopraffazioni, violenze, guerre. E la cultura inizia nel momento in cui un bambino ci guarda, anche se non sa ancora parlare, ma con i suoi occhi che già sanno tutto riprendere registrare ed elaborare, ci chiede una descrizione del mondo e delle nostre azioni.
Ecco perché credo importante che un artista sacrifichi un po' del suo tempo per sedersi a parlare al tavolo di chi ama la vita, anche quella altrui, e il creato, anche quello degli altri. (Carlo Forlivesi)


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