Ravenna. Mancano ormai aggettivi per descrivere la drammatica situazione della nostra economia. E sembrano anche mancare le idee per uscire da un tunnel lungo cinque anni.

“Di austerità si può anche morire” affermano ormai imprenditori e sindacati, però appena si parla di ricette per risollevare lo stato del paese le grandi frasi diventano indistinti bisbiglii e tutti aspettano il prossimo talk show televisivo.

Abbiamo quindi deciso di seguire un percorso diverso. Abbiamo avuto una lunga conversazione con un importante imprenditore della provincia di Ravenna e gli abbiamo chiesto di fornirci una possibile ricetta.

Senza però dire il suo nome. Sappiamo bene che corriamo un piccolo rischio, ma preferiamo una discussione sulle proposte piuttosto che qualche pettegolezzo sul nome di chi mette sul tavolo delle carte.

 

Possiamo dire, per cominciare, che la politica si è mangiata il tesoro costruito dal dopoguerra ad oggi. E’ triste ammetterlo, ma è semplicemente la realtà.

Ora dobbiamo ricominciare da capo, tutta l’economia deve ripartire e deve cominciare, nuovamente, a produrre ricchezza. Se non lo fa, vuol dire che questo paese non ha davvero un futuro.

Operiamo, è bene ricordarlo, in un mondo diverso da quello che usci dalla seconda guerra mondiale: oggi lavoriamo con le nanotecnolgie, allora si vedeva ad occhio nudo quel che c’era da fare.

E’ dunque indispensabile un convinto matrimonio fra la conoscenza e l’industria, e purtroppo dobbiamo prendere atto che le condizioni complessivo del mondo accademico non sono delle migliori, e sono ben lontane dalle qualità offerte dalle realtà d’oltreoceano, dalla Cina e dalla Corea del Sud.

Come si riparte, allora’

Noi siamo un paese che trasforma le materie prime che importa; certo qualche cosa c’è anche qui, ma non dimentichiamo che se priviamo il nostro territorio di quel poco che c’è nel sottosuolo otteniamo solo il risultato di invecchiare rapidamente il nostro paese.

La prima battaglia da fare, dunque, riguarda l’università: dobbiamo creare al più presta una proficua collaborazione fra le facoltà scientifiche e le aziende e sapere che se questa parte del progetto fallisce rischiamo di scivolare nella serie B dei paesi industrializzati.

Ora, comunque, siamo una grande paese produttore e la prima mossa è un accordo diretto fra imprenditori e sindacati per raggiungere  due obbiettivi: una pace sociale di medio periodo e accelerare il rientro di quelle imprese che in passato hanno scelto la delocalizzazione.

In questo modo si potrà offrire un lavoro alle giovani generazioni e questa pace sociale deve essere il primo tassello di un più generale accordo economico con il sindacato.

A partire dalla definizione della struttura del salario. Serve una ristrutturazione che dia più soldi intasca ai lavoratori, senza per questo immiserire il nostro stato sociale; il problema è che attualmente una parte delle risorse finisce direttamente nello spreco e nella corruzione.

Il secondo passaggio, come dicevo, riguarda la stretta relazione fra le università e le aziende.

Quesae ultime non hanno oggi la cultura sufficiente per fare quei nuovi prodotti che il mercato richiede. E penso al caso degli Usa.

Lì stanno dando frutti positivi le nuove ricerche per nuovi prodotti nel settore energetico e biomedicale. In questi ambiti c’è un pezzo del nostro futuro e gli stati uniti sono alla testa della ricerca per la medicina rigenerativa.

Ci rendiamo conto, vero, di che cosa significa questa rivoluzione? Vuol dire abbattere i costi della sanità, perché l’intervento sulle persone non si limiterà alla cura della malattia, ma cercherà di portare il paziente alla condizione che viveva prima di ammalarsi.

Nei prossimi 20/30 anni ci possiamo attendere interventi straordinari in tutto questo settore.

Per quel che riguarda l’energia mi limito a citare che, per quel che riguarda i pannelli solari, siamo già alla quarta o quinta generazione.

Pensiamo poi alla scienza dei materiali, alle ricerche che in si stanno svolgendo, agli investimenti che l’Unione europea fa in questo settore e alle potenzialità enormi.

Oggi stiamo già lavorando con leghe e nuovi prodotti che rispetto al passato sono sempre meno pesanti e sempre più resistenti.

In sintesi, posso dire che queste sono le politiche che Obama sta perseguendo negli Usa.

Storicamente, il nostro paese ha saputo sempre allinearsi alle tecnologie più avanzate. Può farlo anche adesso, ma senza un forte patto fra industria e sindacato non si va da nessuna parte, perché mai come adesso la politica è debole, frammentata e senza progetti.

(m.z.)