«Robertaaaaaa!  Robertaaaaaa!»
La mamma mi chiamava dal terrazzo ogni ora, prendeva un buon respiro e poi la sua voce squillava:
«Robertaaaaaaaaaa!»
«OOOOOOOOOO!» Dall'intensità e dalla direzione da cui proveniva il mio O di risposta la mamma capiva più o meno dov'ero, rientrava tranquilla e si rimetteva a fare i suoi lavori. Io potevo giocare libera nel raggio della sua voce.
Il raggio della sua voce, che era potente e squillante, da soprano, era il mio campo d'azione. Andava dalla fine di via Venturini, esattamente all'entrata dell'Osservanza, fino alla parte opposta della via dove c'era il bivio per la strada degli orti; nell'altra direzione si spingeva fino alla bocciofila, compresa la vecchia quercia che faceva ombra sul ciglio del canale. Viale Saffi era tabù, non si poteva attraversare, la Rocca non faceva parte del campo giochi, al massimo si poteva stare dalla stessa parte del marciapiede per andare da Evaristo, il fabbro che ci aggiustava il filo del freno della bicicletta che spesso si rompeva, o giù per la discesa del mulino Santa Cristina. Se stavi dentro questo confine immaginario, per tacito accordo la tua libertà era assicurata, nessuno indagava su cosa facevi. I giochi dei bambini di sette, otto, nove anni non erano controllati e sorvegliati dai grandi che avevano altro a cui pensare e dovevano lavorare. Questa seppur ristretta libertà di movimento è stata, io credo, la situazione più formativa dell'infanzia mia e dei miei coetanei, perché ci ha fatto capire cos'è la fiducia, ci ha insegnato che non serve un recinto per crescere e  mettersi in gioco. Lo scrissero anche i filosofi greci: senza libertà non c'è responsabilità. E i nostri padri e nonni ereditarono, da quelle menti forti, saggi comportamenti. Amici di viale Venturini

Allora, per i genitori, l'importante era che i figli non si allontanassero troppo. Per noi bambini, invece, l'importante era essere in tanti, ma ci accontentavamo: bastava essere almeno in tre per fare gruppo. Negli anni Sessanta nella mia via eravamo quattro bambini coetanei: Edo, Bruno, Roberto ed io. Tutti nati nel 1958. Più tardi si aggiunse Luca. Abitavamo in case diverse, perché nella nostra zona non c'erano condomini ma case indipendenti, con al massimo quattro appartamenti. La costruzione più grande era il ricovero che occupava tutta la parte opposta della strada.
Noi quattro andavamo alla scuola elementare Romeo Galli, in viale Rivalta, tutti insieme a piedi con la cartella sulle spalle. Al ritorno, appena girato l'angolo, vedevo da lontano mia madre affacciata alla finestra che ci aspettava. Nel momento in cui imboccavo la mia via, il nostro territorio, cominciavo a saltellare, incurante della cartella che mi sbatteva sul sedere e nel tragitto già pregustavo i giochi del pomeriggio.

Mangiavo con l'imbuto, con il “pidariolo” diceva la mamma e, con la bistecca in mezzo al pane e la frutta in tasca, correvo di sotto nel marciapiede della via a chiamare fuori gli altri. Mettevo le ciliegie unite a coppie attorno alle orecchie come ornamento. Edo era il secondo ad arrivare. I nostri giochi pomeridiani si svolgevano nel cortile attorno a casa. Nell'attesa degli altri giocavamo a muretto con “i figurini” ripetuti: si appoggiava un figurino al muro, all'altezza degli occhi, e lo si lasciava cadere. Poi toccava all'altro e se il suo figurino cadeva sopra a uno già a terra, anche quello sotto diventava il suo. Così “la mucchia” dei ripetuti, sempre tenuta in tasca ben legata con un elastico, s'ingrossava o si sfoltiva nell'attesa. Oppure ci si rincorreva in bicicletta attorno a casa, con la bicicletta truccata per mezzo di un cartoncino tenuto sui raggi da un “ciappetto” per imitare il rumore del motorino: trtrtrtatatutu, e che importava se si faceva più fatica! Quando arrivavano gli altri, e spesso si aggiungeva un fratello o un cugino, si faceva di solito una conta inventata: unsi dunsi trinsi, cori corinsi, miri mirinsi, frinsi, fransi, dies! e chi vinceva decideva il gioco, le squadre; si giocava per esempio a nascondino, a guardia e ladri o a strega impalata, strega comanda colori o con le foglie lungo il canale. Dietro casa c'era una bella montagna di sabbia e noi spesso ci giocavamo con le palline di plastica, quelle con i ciclisti per intenderci, come fossimo in spiaggia.

Ma i mesi più belli erano giugno e settembre: giugno, perché la scuola era finita e nessuno era andato ancora in villeggiatura o in colonia, e settembre perché tutti erano tornati. E allora la giornata era tutta nostra, fin dal primo mattino. Ci prendeva un entusiasmo, un naturale eccesso di vita, perché tutto il tempo dei giochi era da inventare. Nessuno ci diceva fate questo, fate quello. Ah, che meravigliosa sensazione! Vorrei tornare bambina non per ricominciare da capo, guai mai, ma per ritrovare quelle caleidoscòpiche giornate piene di vita colorata. L'essenza della libertà.

Nel 1966 per noi bambini di via Venturini arrivò il paese della cuccagna: costruirono dietro alle nostre case, dove c'erano solo orti, la Bocciofila nuova, che fu spostata dal campetto dietro la rocca. Grazie al lavoro dei volontari furono costruiti un bar e i campi da bocce esterni, poi piantati degli alberelli per creare un po' d'ombra. Dove ora c'è il campo da calcetto fu realizzata la pista di pattinaggio che confinava con il canale e la vecchia quercia. Dove oggi ci sono i campi da tennis, e prima solo orti, spianarono tutto e fecero un campo da calcio di terra, con le porte formate da due pali più la traversa, senza la rete. Dove oggi c'è il campo da calcio vero, c'era un bel frutteto.

Giovani sulla pista di pattinaggio della Bocciofila (1970)
Che meravigliosa novità per noi bambini! Da quel momento ci dedicammo al pattinaggio a tempo pieno. Ricordo che viaggiavo con i miei “scattini” sulle spalle e la chiave per regolarli sempre in tasca. Erano di ferro con le ruote scure e si potevano allungare man mano che il piede cresceva. Erano soldi ben spesi, diceva giustamente mia mamma. Sarei andata anche a dormire con i pattini nei piedi. Non li toglievo più. Se pattinavo attorno a casa andavo su e giù per le scale, facevo un gran rumore e mi prendevo le sgridate dei miei e dei vicini perché lasciavo i segni delle ruote nel corridoio. Entravo pattinando, cantando e fischiando, perché la voce nell'atrio si amplificava e mi sembrava di essere sul palcoscenico di un teatro. Se la mamma era in casa, appena entravo non dimenticava di apostrofarmi: eh, la mi sgumbjòna: dòna fis-ciòna, dòna bragòna! E va be': e allora? Ero una bambina, cosa capiva mai la mamma dei miei giochi, delle corse sui pattini e degli amici che mi aspettavano impazienti!

Lavori per la costruzione della Bocciofila (1966)Con l'apertura della Bocciofila il nostro piccolo mondo si spalancò. Conoscemmo altri bambini tra cui Loris, il figlio della barista Dina, giocava sempre con noi. Facemmo amicizia con alcuni studenti universitari che venivano in quel campo per disputare i loro tornei. Noi bambini stavamo dietro la porta a fare i raccattapalle e Augusto il portiere, sempre disposto a chiacchierare con noi, era il nostro preferito. Anche per noi organizzavano tornei di calcio e pure io, che ero l'unica femmina, giocavo terzino destro nella squadra della Santa Lucia. Proprio perché ero l'unica femmina a zonzo, ricordo benissimo Pirì, un signore piccolino, un vecchietto dicevo io allora, che ogni tanto mi correva dietro e mi gridava: canaja, va in cà a fé d'la calzétta! E io correvo, mi voltavo indietro e gli facevo marameo con la mano.
Si stava nel cortile anche dopo cena e i giochi continuavano: ci rincorrevamo nel campo da calcio o Campi di bocce appena ultimati alla Boccifilagiocavamo a nascondino al buio, ed era sia il massimo del piacere sia il momento più alto dei nostri litigi, perché nessuno voleva stare “sotto” e quando toccava a Bruno lui gridava a caso: tana per Edo! senza neanche averlo visto! Oppure si faceva la battaglia con i siluri: le nostre cerbottane erano sempre a disposizione in garage, con qualche siluro in canna, pronte per ogni evenienza.
Poi, sul tardi, la mamma chiamava dal terrazzo: vieni su! Per farmi rientrare doveva chiamarmi almeno due o tre volte e io sempre le rispondevo: ancora un po'! Poi, quando anche l'ultimo tornava a casa, salivo le scale soddisfatta. Qualche capriccio in ultimo per resistere al lavaggio serale, poi la stanchezza mi prendeva tutta in una volta, appena entravo al chiuso della stanza, e come appoggiavo la testa sul cuscino rimanevo di sasso.

Dove abbiamo messo quell'energia? E quella voglia di giocare e vivere che permeava i nostri giorni? E quella curiosità, quella voglia di conoscere e capire? Quello sguardo che era un gesto, un'intenzione, un invito? Dov'è finito quel bisogno degli altri, come se gli altri fossero pane e cioccolato, grissini e nutella, senza i quali la giornata era amara e spenta?
L'energia se ne va con gli anni, e va bene, ma oggi bisogna farsi violenza per uscire di sera, volerlo con la ragione e con la volontà. Quello che rimane, però, se da bambina ti hanno fatto il regalo più bello, quello di lasciarti libera di giocare, di sbagliare, di scoprire da sola, di rischiare e di sbucciarti le ginocchia, è un potente residuo infantile che riaffiora, che agisce come lievito sulle riflessioni, che altrimenti apparirebbero aride e piatte. “Il lato giocoso della vita bisogna tenerselo stretto perché è la chiave dell'etica, è la fonte della predisposizione alla libertà.”. Queste parole le ha scritte Primo Levi.
Oggi, se nella vita non riconoscessi ancora quella sensazione piena, se non cercassi negli altri quello sguardo ghiotto e appassionato, se non avessi momenti di irragionevole ottimismo, non sopravvivrei alla mediocrità.

Il mio indirizzo è ancora via Livia Venturini, il nome di una giovane donna imolese uccisa in piazza nel Via Venturini negli anni Sessanta'44 perché voleva il pane.
Alcune realtà attorno a casa sono cambiate. Il mulino è impacchettato e lo stanno ristrutturando, il canale ora è in secca, l'Osservanza non è più un manicomio e seduti sul muretto o lungo il marciapiede non passeggiano e sputano più i vecchi della casa di riposo, perché quelli che oggi sono ricoverati sono tutti allettati: ogni tanto si sentono dei lamenti, alcuni di loro chiamano forte mèmaaa, mèmaaa!

La bocciofila si è ulteriormente ingrandita, oggi è un centro sportivo ben attrezzato e un luogo di ritrovo per persone di tutte le età: bambini, adolescenti, giovani e pensionati convivono in quello spazio e si rispettano. Gli Asbi-Games radunano tanti bambini a giocare tutt'attorno.
D'estate dalla mia finestra sento il rumore del gioco del tennis. Toc, toc, toc. Sento la pallina che rimbalza, le voci euforiche dei bambini e quelle baritonali dei maestri di tennis che incitano o impartiscono istruzioni agli allievi. Sento a tutto volume grida nuove: un maestro e una maestra di bizzarri corsi di ginnastica che si tengono nella palestra della bocciofila, spronano, a tempo di tunz-tunz, i loro iscritti determinati a rimanere in forma e avere muscoli scolpiti.
Abitare vicino alla bocciofila, oggi, è tutto questo. E sono fortunata. Immagino, però, quello che mia mamma, come le altre mamme, vedeva e sentiva dal terrazzo negli anni sessanta: schiamazzi di bambini liberi, liberi come rondini che correvano in cerchi inutili e fantastici, urlando la loro gioia di vivere.
Dicono che anche le rondini stiano scomparendo… A me mancano. A voi no?

(Roberta Giacometti)