Imola. Ricordare con una targa il tenente Camillo Cacciari fucilato nell’ottobre 1943 dai tedeschi a Coo (oggi Kos), risponde al bisogno di dare alla sua memoria uno statuto più duraturo.
Sull’eccidio di oltre cento ufficiali del regio esercito nell’isola dell’allora Dodecaneso italiano, la ricerca va avanti e trae nuovo impulso dalla ricorrenza del 70°. Decisivo l’impegno del colonnello Pietro Giovanni Liuzzi, sia con lo studio “Kos. Una tragedia dimenticata”, sia con annuali celebrazioni a Kos. Ma ricordare alla città la figura di questo giovane imolese tocca a noi.

Trascinato dalla guerra lontano da casa, in un’isola dell’Egeo a pochi chilometri dalla Turchia ma di antica cultura greca, Cacciari non è più tornato. Quel che di lui venne riesumato in una fossa comune Isola di Kospresso Linopòtis, fu riportato in patria nel 1954 in una povera cassettina di legno, rimasta assieme a tante altre nel cimitero militare di Bari.
A Imola, come dice il nipote Mario, figlio del fratello di Camillo, “unicamente resta quel nome Camillo Cacciari che gli amici che lo amarono vollero dare al Circolo del Tennis ospitato presso i campi comunali”. Ora i campi vengono ufficialmente intitolati a lui.

Certo gli imolesi che da decenni dicono “vado a fare una partita al Cacciari”, spesso ignorano il senso di quel nome. Eppure Cacciari, nato a Imola nel gennaio del 1916, era stato nella sua città una delle figure più vivaci, vivendo con eguale slancio e impegno gli studi classici, lo sport (il tennis soprattutto) e l’amicizia, che intrecciò con le intelligenze più aperte, sensibili e curiose allora in circolazione. Per alcuni anni Camillo fu per sé, per la sua famiglia, per la sua città un’autentica speranza della cultura, anzi una realtà, finché la brutalità di un fucile mitragliatore non la spense per sempre.

Spesso dimentichiamo che per un ventennio ai giovani del nostro Paese fu data una scuola fascistizzata, con bambini e adolescenti arruolati nelle organizzazioni giovanili dai figli della lupa in là, e una cultura monopolizzata dall’Opera Nazionale Dopolavoro. Tutt’intorno, un popolo-massa un po’ addomesticato con sagre e manifestazioni folkloristiche, un po’ spaventato con un apparato poliziesco e persecutorio. Chi ha studiato la storia di quegli anni sa bene che molte delle più belle intelligenze dell’Italia del secondo dopoguerra erano passate attraverso i Gruppi universitari fascisti e i Littoriali, come del resto ha ricordato anche il presidente Napolitano che dei Guf fece parte.

Negli anni in cui il regime raggiungeva il massimo del consenso, a Imola nacque dai giovani del Guf un’iniziativa di alto profilo: quattro serate cinematografiche con film di Charlot, René Clair, Erich von Stroheim, Dupont, presentate da intellettuali di punta della critica e della cinematografia quali Cesare Zavattini, Umberto Barbaro, Gianni Puccini. A promuoverla nel 1937 fu un carissimo amico di Camillo, Alberto Graziani, grande promessa della critica d’arte e allievo prediletto di Roberto Longhi. Accanto a lui Sanzio Cremonini e, appunto, Camillo Cacciari. Come ben si vede, in questa iniziativa c’era ben poco di nazionalistico e di autarchico. Del resto l’intelligenza, la sensibilità artistica, il bisogno di sapere sono imprevedibili nei loro percorsi, e si sottraggono alle omologazioni. Poi due anni dopo Cacciari si laureò con una tesi di letteratura greca e latina, patrocinata dal prof. Goffredo Coppola. Meritò la lode.

Isola di KosNon abbiamo testimonianze scritte di cosa il ventenne Cacciari avvertisse dei tempi bui che si avvicinavano, della violenza con cui l’Italia conquistava l’impero e si affiancava alla Germania nazista. Non sappiamo che cosa pensasse del delirio razzista e antisemita che attecchì anche qui. Non rimangono documenti scritti, ma solo la memoria familiare. Nel 1940, quando già l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania nazista, Cacciari venne richiamato militare e fu destinato a Coo. Di là scrisse alla famiglia e agli amici. Ma l’ultimo suo messaggio è quel “no” che disse assieme ad altri 102 ufficiali italiani di fronte ai tedeschi: no alla collaborazione con loro, che avevano in pochi giorni conquistato l’isola; no alla Repubblica Sociale di Mussolini che già si era costituita. Venne fucilato.

Non stupiamoci della scelta assolutamente divergente rispetto a quella del suo professore, che seguì Mussolini fino a Dongo e a piazzale Loreto. Non sempre, e per fortuna, gli “scolari” si appiattiscono sulle idee dei “maestri”. Questo giovane, cresciuto come altri all’ombra dei fasci (secondo la nota espressione di Ruggero Zangrandi) sta davanti a noi con la scelta che gli costò la vita. È per questo che la vicenda del giovane Cacciari non solo ci parla di una speranza bruciata, ma ci apre alla sorpresa confortante di un rifiuto che possa essere pronunciato anche nelle situazioni più dure.
Nulla seppero i familiari che attesero più di venti lunghi mesi. Venti mesi sospesi tra angoscia e speranza, cui si aggiungevano le paure, gli stenti, le violenze dell’occupazione nazista e del fascismo della RSI, l’incubo dei bombardamenti angloamericani. Poi venne la fine della guerra. DiversIsola di Kosi giovani militari italiani (non tutti) tornavano. Camillo Cacciari non tornò. Fu padre Michelangelo Bacheca, cappuccino e parroco di Coo a far sapere alla famiglia; era stato lui a riconoscere il corpo di Camillo riesumato dalle fosse di Linopòtis nel marzo del 1945.
La guerra ci ha portato via questo giovane.
Il Cidra – Centro imolese documentazione Resistenza antifascista e Storia contemporanea, che già nel gennaio 2011, in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria, gli dedicò un importante momento commemorativo, ritiene che ricordarlo sia un modo per restituirlo vivo ai giovani di oggi.

(Giuliana Zanelli, vicepresidente del Cidra