Amman (Giordania). Pier Paolo Balladelli, medico imolese, rappresentante dell’area panamericana per l’Oms (Organizzazione mondiale della salute), dal 19 settembre si  trova ad Amman (Giordania) per guidare il Gruppo di supporto all’emergenza per l’Oms, con il compito di aiutare dal punto di vista sanitario la popolazione siriana e delle aree limitrofe di Iraq, Líbano, Giordania e Turchia. Riportiamo il suo racconto di ciò che sta incontrando in quella realtà martoriata.

La negoziazione sulle armi chimiche non ha risolto il conflitto siriano che è più che mai crudele: 8 milioni di persone colpite in Siria, 80 morti tra medici e infermieri quest'anno, 60% dei centri salute e degli ospedali distrutti, 2.200.000 rifugiati registrati nei paesi vicini. Circa un 20% però non può avere lo status di rifugiato e le loro condizioni di vita sono molto difficili. Le comunità che ospitano i rifugiati e gli sfollati sono ormai al limite della povertà per l'aumento della popolazione. 70.000 sono i casi di Leishmaniosi in Siria nelle zone di conflitto, 7.000 persone con il morbillo, 10 casi rilevati e 40 sospetti di polio, che se dovessero essere confermati sarebbe come preannunciare circa 8.000 casi di polio nella sola regione siriana di Dar al Azor, che oltre a paralizzare i bambini colpiti metterebbero a rischio di polio l’intera popolazione.

Le zone colpite dalla polio non sono di facile accesso perché militari di vari gruppi – si parla di un migliaio, tra cui militanti di Al – Khaida  – non facilitano i negoziati. Stiamo aspettando che la popolazione siriana riceva informazioni chiare sul diritto al vaccino in grado di difendere la salute dei loro figli. Questo è il presupposto che, indipendentemente dal gruppo militare di turno, permetterebbe di inviare i sanitari per fare da 6 a 8 campagne di vaccinazione di 15 giorni ciascune nei prossimi 6-8 mesi.
Questi bambini e questi sanitari sono persone come noi! I medici e gli infermieri che fanno questo servizio è gente coraggiosa, sono in gran parte siriani ma non solo, tutti però credono nel valore della vita, nel rispetto dei diritti umani e nella solidarietà verso la maggior parte degli indifesi. Hanno messo in pratica il giuramento di Ippocrate al quale noi medici ci dobbiamo attenere nel momento in cui decidiamo di fare questa professione.

Indipendentemente dalla razza, tribù, colore della pelle, orientamento religioso, nazionalità, questi colleghi sanno che l’importante è prendersi cura della vita degli altri. Non si spaventano per le bombe che cadono, per i colpi di mortaio, per le autobombe. Sono lì perché hanno capito che il seme determina i frutti e desiderano assicurarsi che i loro bambini possono vederli e raccoglierli, se essi non ce la faranno. Essi sono il nostro specchio e se fossimo nei panni delle persone che soffrono di questo orrore, desidereremmo degli angeli come quelli. Essi confermano che esiste la solidarietà, che siamo persone, uniche e irripetibili, che siamo un piccolo universo, che noi possiamo avere un posto in questo mondo per vivere come tutti gli altri, mangiare, ballare, fare l'amore, lavorare, avere figli e godere guardandoli crescere e nessuno può sostituire uno qualsiasi di noi. Penso che sia importante trasmettere questo messaggio come meglio si può, con energia e convinzione assoluta, non importa se si vive in Messico o Italia o Argentina o Giordania.
La guerra è un orrore e ancor di più lo è il silenzio e l'abbandono. Non possiamo abbandonare quella popolazione perchè se muore, con lei se ne va anche una parte sostanziale di noi.