Appuntamento a casa di Ermes, conosciuto dai più come “Pasticcio”.
Valentino, Loris, Enrico e Valter sono la memoria vivente del bar Giardini. Hanno un compito: devono aiutare Ermes, che non ricorda mai un nome, a ripercorrere la storia, la gloria e la fortuna del bar Giardini negli anni Sessanta e Settanta a Imola. Anni in cui gli uomini si identificavano per il lavoro che facevano e per il bar che frequentavano.
Valentino parla a voce alta, concitato, butta fuori nomi e fatti a rotta di collo; Valter e Loris cercano di fare un po' di chiarezza storica, di non dimenticare aneddoti salienti; Ermes e Enrico ascoltano e annuiscono.

Ecco la storia. La storia del bar Giardini.
Fino al 1958, in quella parte dei giardini pubblici di Imola sulla via Felice Orsini, c'era la ghiacciaia: vista da fuori era una collinetta di terra con una porticina di ferro che dava sulla via e un'apertura in alto. Poi fu abbattuta e costruito il bar. Nel 1959 arrivò a gestirlo la famiglia Ricci al completo: babbo Angelo, mamma Ivonne, Ermes e Mauro, i loro due figli adolescenti, e il cane Rochy, un nervosetto chihuahua.

Angelo Ricci, prima di avventurarsi nel mondo della pasticceria, faceva il “cordarino”, fabbricava corde nel suo laboratorio di via Orsini, nei locali dove oggi c'è la Posta Centrale, dove allora c'era una galleria di negozi. Angelo comperava la canapa pestata, la raffinava con i suoi pettini e insieme a un amico andava al prato della rocca a fare le corde: uno da una parte e l'altro dall'altra con un rocchetto, filavano la canapa, la attorcigliavano e la intrecciavano in modo da ottenere corde di diametro diverso. La galleria di via Orsini nel 1949 prese fuoco, fu chiusa, e allora Angelo cambiò lavoro: andò a fare l'aiuto pasticciere da Flamini a Forlì, allora un artigiano molto famoso, mentre in estate “faceva la stagione al mare” nella nostra riviera: aveva preso in affitto un laboratorio a Rimini e sfornava dolci e salati per gli alberghi della zona. Ermes racconta che già a otto anni lavorava come garzone per il babbo: rompeva le uova, impastava, infornava, metteva nel cestone della sua bicicletta le paste e le consegnava ai clienti. Poi il trasferimento a Imola.

Angelo organizzò dietro al bar Giardini un laboratorio di pasticceria perché quella era la sua specialità. Le sue uova di Pasqua in poco tempo diventarono le più richieste a Imola. Angelo andava personalmente a Bassano per acquistare i piedistalli in ceramica per le sue uova più prestigiose;  comperava dei pupazzi di peluche e metteva fra le loro braccia le uova destinate ai bambini, oppure si faceva consegnare dai clienti una sorpresa speciale per il loro uovo personalizzato: era pieno di inventiva e appassionato al suo lavoro. Natale e Valentino cominciarono a lavorare al bar Giardini nel 1968. Il primo a essere assunto è Natale, poi quando venne chiamato di leva, subentrò Valentino, suo fratello, il famoso Valentino oggi chef del ristorante San Domenico.

«Dovevo affiancare Mauro, il figlio minore di Angelo, per alcune ore ma in realtà passavo quasi tutta la giornata al bar perché Mauro spesso mi dava 3000 lire perché allungassi il mio turno fino a sera, così lui poteva andare a morosa. Poi Mauro andò nei soldati a Padova; spesso succedeva che si desse malato, allora scappava dall'ospedale militare e arrivava al Imola. Per star tranquillo aveva architettato un piano con l'aiuto di una suora: se c'erano dei problemi lei gli telefonava al bar e in quel caso io lo accompagnavo a Padova guidando come un matto: in due ore eravamo a destinazione e non c'era neppure l'autostrada! Ero un ragazzino con i grilli per la testa, non andavo d'accordo con Ivonne, la facevo arrabbiare, davo fastidio al suo cane, mangiavo tanti panini alla maionese. Al bar Giardini ho lavorato per due anni, poi andai al san Domenico, dove lavorava già mio fratello Natale. Sarà che ero giovane, ma sono stati due anni meravigliosi!»

I genitori Ricci passavano l'intera giornata al bar che diventò per l'intera famiglia la prima casa. Ermes strinse amicizia con tutti i ragazzi che lo frequentavano. Il sabato pomeriggio però si trovavano tutti a casa di Camillo, in via Riccione nella zona industriale, a fare i festini: avevano arredato una stanza allo scopo e dipinto le pareti in modo originale e psichedelico, gli artisti erano Emidio e Giorgio.

La vita nel bar cominciava alle 17 e andava avanti fino a notte. Durante la settimana era frequentato solo da uomini. La domenica sera arrivavano anche le fidanzate.  A volte si ordinavano i tortellini al ristorante “il Turista”, allora arrivava Danilo in motorino e li mangiavano tutti insieme al bar, senza tanti apparecchiamenti. Anche Angelo ogni tanto preparava un piatto di pasta per gli affamati dell'ultima ora.

Il gruppo di clienti fissi, più o meno ventenni, l'età di Ermes e Mauro, era numeroso e unito, avevano tante passioni in comune fra le quali lo sport amatoriale e l'amore per il ballo.
Nei locali che frequentavano, l'Enal e i Socialisti a Imola, Tino a Massa, il Piro Piro a Toscanella, il Baccarà a Lugo, c'era sempre un tavolo riservato per quelli del bar Giardini: il gruppo divideva la spesa, a volte ordinava champagne facendo una colletta, perché piaceva loro fare i brillanti, e ogni tanto offrivano in giro una bottiglia. 

Come tutti i bar di quegli anni anche al Giardini c'era il tutto fare, l'uomo mito del bar.
Loris e Valter raccontano, dandosi reciprocamente il passo:
«Silvanò era il “personaggio” del bar: era un gran mangiatore, in una cena comune mangiò 45 braciole. Era un omone, era alto più di un metro e novanta. Era la stampella di Ivonne, l'uomo di fiducia: era sempre lì, l'aiutava, l'accompagnava a casa di sera. Abitava con la sorella agli “asili vecchi”, una casa popolare in fondo a via Cairoli. Diceva che, a pranzo e a cena, mangiava dentro un pentolone, mettendo tutto insieme, minestra e carne, “tanto poi nella pancia si mescola tutto insieme, non ho delle fisime io!”. Una volta un amico cacciatore, che doveva andare in ferie con la famiglia, gli affidò i suoi richiami, erano una cinquantina di uccellini, e lui se li mangiò tutti! Girava estate e inverno con la sua 500 con il tetto aperto e la testa fuori. Aveva una gamba sola, perché per via del diabete aveva subito un'amputazione, aveva una protesi rigida e quando entrava in macchina la piegava con le mani e faceva scattare un meccanismo all'altezza del ginocchio. Ma il suo diabete non gli impediva di mangiare un vasetto di marmellata da un chilo con le gallette tutto in una volta: era la sua merenda. Un giorno al bar si discusse di un suo problema: Silvanò era costretto dalle leggi di allora a seppellire la sua gamba al cimitero, “a fare un funerale”, e lui protestava perché non voleva spendere dei soldi. “Cosa volete che mi importi, mica la vado a trovare al cimitero…” Allora proponemmo una colletta e la questione si risolse così. Raccontava che durante la guerra aveva rubato un camion militare ai tedeschi e poi se l'era tenuto, nessuno glielo aveva chiesto indietro. Con quello per anni ha aiutò Liverani, quello dei vivai, a consegnare le piante ai clienti o lo utilizzava per trasportare la ghiaia dal fiume».
Qualcuno se lo ricorda questo camion in giro per Imola?

«E Basetta, ve lo ricordate? Un altro tipo originale: aveva fatto un colpo a Castrocaro, una rapina, motivo per cui era latitante. Un giorno, mentre noi del bar stavamo giocando al campo di Ortodonico la finale del nostro torneo di calcio, lo vedemmo arrivare. Ci stupimmo: è vero che faceva parte della squadra, ma non lo vedevamo da mesi, era ricercato dalla polizia! Per non farsi riconoscere si era imbacuccato ben bene e giocò la partita senza mai togliersi il cappuccio dalla testa. Ci disse che a quella importante finale non poteva e non voleva mancare.
Cappelletti era il massaggiatore della nostra squadra. Arrivava in campo con il secchio e la spugna che prelevava direttamente del bar: spesso era sporca di gelato! Una volta Cappelletti ci disse: “ehi, tutti con me, c'è Benvenuti a Ponticelli!” e insisteva per andarci. Allora noi facemmo una macchina e ci portò davanti al cartello stradale: Benvenuti a Ponticelli, frazione di Imola. Una gran risata, ma era il primo cartello di benvenuto che vedevamo in giro.
Noi sportivi del gruppo partecipavamo alla gara podistica dei Tre Monti. Ma la nostra adesione aveva sempre qualcosa di scherzoso e particolare: una volta caricai Riccardo nella mia 500, tirai giù il ribaltabile, lo coprii con una coperta e lo portai a metà del percorso, così ne aveva metà della fatta. Qualcuno però se ne accorse e ci fu una protesta. Un'altra volta uno di noi, dopo aver passato il Frassineto, si  tolse la maglia e la cambiò con quella di un altro, fresco come una rosa, che lo aspettava dietro un albero.  Cappelletti un anno non arrivò neppure alla piscina Beluga: pronti via, era già seduto. Si giustificò dicendo che lui era solo un massaggiatore mica un atleta, ma partecipare partecipava!

Agli inizi degli anni '70 organizzavamo gare di ciclismo. Si partiva dalla curva della Tosa e si arrivava a Castel del Rio. Un anno Parenti e Pejo filmarono la corsa da un auto. La sera stessa Pejo,  che abitava a venti metri dal bar, con i suoi potenti mezzi tecnologico-artigianali riuscì a collegarsi alla frequenza della Rai e trasmettere in TV la nostra corsa, così noi dal bar la vedemmo direttamente dallo schermo come fosse una gara nazionale. Lo stupore fu di tanti! Camillo faceva lo speaker, era bravissimo. Il primo anno vinse Gastone con una bicicletta da donna, era il meno atletico del bar, ma con la sua grinta passò davanti a tutti. Il nostro amico Ermanno, che aveva un negozio, faceva da sponsor e metteva i premi per i vincitori. Partecipavano anche quelli del July Bar, in queste corse c'era una specie di gemellaggio fra noi e loro, solo che noi mettevamo i premi e spesso loro li vincevano». (Roberta Giacometti – http://www.robertagiacometti.it/)

Continua… (La seconda parte sarà pubblicata la prossima settimana)