La Storia raramente produce eroi la Mitologia molti di più, forse perchè una delle sue funzioni è quella di rendere migliori gli uomini mettendendoli davanti a eventi impenetrabili e sublimi e  scuotendo la loro cautela e diffidenza innalzarli a una comprensione superiore. Non sono certamente gli uomini a nascere eroi a parte i semidei e gli dei che per natura sono portati a compiere grandi cose, gli uomini dal canto loro non hanno in calendario il compimento di grandi imprese se non sono costretti dalla necessità. La necessità è una divinità che non da scampo, mette gli uomini anche i più cauti e timorosi, nella condizione di agire quasi sotto dettatura, chiude ogni possibilità di fuga in avanti o indietro e ordina di fare qualcosa che generalmente è molto pericoloso. La prima condizione di pianto perciò nasce dal dubbio che prende ogni uomo chiamato a consumare una parte della sua esistenza pensando che forse non vedrà più la sua famiglia e non svolgerà più le piccole e care cose della sua vita ordinaria. Perché dovrei andare in guerra e ammazzare altri uomini con il rischio di farmi ammazzare? Domanda legittima e piena di pathose bagnata di lacrime. La necessità di accondiscendere a un simile diktat è la premessa all'atto eroico, vincere la paura, non sottrarsi all'imposizione del dio che chiama, dimostrare la propria disposizione a vivere una condizione di emergenza dalla quale la vita può fuggire per sempre, una disposizione per la quale la porte dell'Ade possono aprirsi è la precondizione che da quel momento in poi ogni azione sarà di una necessaria violenza iniziata con la vittoria del dio sulla volontà del singolo. Il punto di forza dell'eroe-uomo è il coraggio che scopre di avere in condizioni eccezionali di emergenza e unicamente per togliersi da una situazione che mette in pericolo la sua vita. L'ispirazione che il dio inietta nell'uomo per fargli compiere un' azione eroica consiste nel metterlo davanti a un problema apparentemente insolubile, a una situazione in cui la sua vita e il suo orgoglio sono minacciati di estinzione e il suo nome perduto; in quel momento l'uomo ricaccia indietro le lacrime che sgorgano copiose ma invisibili, e agisce per salvare la sua vita e  imporsi come qualcuno che non cede al ricatto di una parola ingiuriosa, a un'offesa sanguinosa e agendo per sé con un vigore che non sapeva di avere, con cieco coraggio si potrebbe dire, consente anche la realizzazione del Bene altrui, cioè compie un'azione così meritoria e vasta che va oltre il suo disegno iniziale che era circoscritto alla propria salvezza. Ulisse l'eroe per antonomasia, il più fulgido tra tutti gli eroi, protetto da Atena, ispirato dalla dea  in ogni sua azione e portato per mano alla conclusione del suo viaggio con la vendetta contro gli usurpatori della sua casa, come primo atto cercò di sottrarsi alla guerra trovando “eroico” ammettere la sua vitalità dimostrando di essere un uomo che ragiona e che con astuzia cerca di rimettere in gioco la sua volontà contro un evento che lo supera per ampiezza e che impone una scelta certa che non ammette. Solo il suo ruolo, la sua regale stoffa gli impone di seguire i suoi pari, giustamente mossi da altre motivazioni. Si tratta allora di cedere un tratto di sovranità, togliere  a se stessi l'orgoglio della volontà e mettersi a disposizione di una causa che diventa il punto massimo sul quale puntare tutta la dignità del proprio agire e proietta il viaggio dell'eroe greco in una circostanza che non sfugge alla rovina o al trionfo, ed è concluso nel momento in cui il cerchio della vita è della morte si chiude nella polvere della battaglia oppure nell'attesa, in lacrime, di tornare  quando gli dei lo decideranno, a casa.

(Ivano Nanni)