Il recente declassamento da parte di S. & P. nei riguardi della Francia sta provocando ondate di riflessione da parte di una sempre più vasta schiera di economisti e non solo i quali sono convinti (e i numeri lo confermano) che i dettami dell'agenzia di rating altro non siano se non una “sculacciata” preventiva data ad un bimbo che ha intenzione di comportarsi male, anzi, ha già cominciato a comportarsi non come si dovrebbe …
I numeri economici della Francia non sono peggio di tanti altri, anzi, di alcuni sono meglio: il tasso di natalità fa invidia a tutta Europa grazie a politiche per la famiglia che per noi sono il libro dei sogni (ricordiamo quanto affermato da Laura Puppato recentemente a Castel San Pietro Terme circa il nostro tasso di 1.2: un paese decisamente in stato di invecchiamento!), una sanità di alto livello e dai costi contenuti, una produttività individuale dei lavoratori tuttora superiore a quella della Germania e un debito pubblico che, a percentuale sul Pil, non è peggio di tanti altri, per esempio di quello dei Paesi Bassi che tuttavia conservano una vistosa tripla “A”. E allora? Quale la ragione di un declassamento che pure non ha minimamente intaccato il rendimento dei titoli francesi sia a breve sia a lungo periodo?
La ragione risiede tutta nelle scelte di politica interna del governo francese. La crisi morde anche presso i cugini francesi e per far quadrare il bilancio e conservare il buon rapporto debito/Pil  anche in ragione di un aumento percentuale contenuto (la famosa e tanto sbandierata percentuale di soglia, per l'Italia il 3%), pur facendo fronte alla necessità di interventi sulla linea degli interventi di natura primaria, si è provveduto ad aumentare la pressione fiscale e, anatema e vituperio, la pressione è stata aumentata su ben determinate fasce di reddito.
A parte il fatto che i più recenti studi di natura economica mettono in discussione il fatto che sembra assodato “taglio della spesa/risanamento” e iniziano a valutare, al contrario, la minore incidenza negativa che può far registrare un aumento della pressione fiscale “mirato” rispetto alla diminuzione del livello di assistenza pubblica, appare come più credibile ed attuabile l'aumento della pressione fiscale su chi può maggiormente tollerarla. Qualche dubbio sul fatto che chi può vantare una rendita di 5.000 € non è destinato a soccombere se vedesse ridurre tale livello a 4.500? Così, vista la scelta del governo francese, ecco arrivare la “sculacciata”: stando a determinate e ben precise linee di tendenza economica conservatrice, poichè la strada intrapresa non è quella giusta, ti punisco.
Forse è sufficiente riflettere un attimo sul fatto che tutti noi ci comportiamo allo stesso modo applicando la saggezza del buon padre di famiglia: vedendo ridurre la certezza dell'assistenza (scuole, asili, mense, ecc. ecc. per non parlare in molti casi dell'incertezza stessa del lavoro!) ci sentiamo costretti a privarci della “cioccolata” per conservare un po' di liquidità in caso di bisogno. Elementare! Così, quando sentiamo i nostri governanti (e non solo quelli attuali ma anche i grandi professori della Bocconi!) indicare la strada delle riforme, dobbiamo cercare di capire e intravvedere cosa vi sia realmente dietro. Abbiamo un debito pubblico enorme, un governo allo sbando e un'economia a pezzi eppure i nostri Btp a breve e a lungo sono andati a ruba anche recentemente: perchè? Ridicolo quello che si è sentito al riguardo, circa l'acquisto dei suddetti da parte di risparmiatori italiani: italiani questo è certo (la percentuale su estero è stata bassa) ma si tratta di possessori di liquidità in esubero investita a basso rischio e con un rendimento quasi sicuro, alla faccia di tutti i declassamenti dei quali siamo stati oggetto.  
Meditate gente, meditate ….
(Mauro Magnani)

Ps: queste considerazioni, onde evitare di essere considerato un economista a tempo perso, non sono altro che il frutto di una sintesi di quanto si legge in questi giorni sulle pagine dei maggiori quotidiani economici o sulle pagine dedicate di quotidiani di un certo livello, come ad esempio il fondo apparso su “La Repubblica” a firma P. Krugman del 12.11, solo riportate in un linguaggio un po' meno tecnico.