Il passaggio al digitale terrestre come tecnologia di diffusione del segnale radiotelevisivo ha comportato per molti cittadini della provincia di Ravenna gravi problemi di ricezione delle trasmissioni Rai.

Per far valere l'inadempimento dell'obbligo di assicurare la diffusione delle trasmissioni con copertura integrale del territorio e per i disagi ed i disservizi patiti dagli utenti per il cattivo segnale ricevuto anche in occasione di eventi importanti come l'ultimo europeo di calcio e le olimpiadi di Londra 123 famiglie di Ravenna, assistite gratuitamente dal sottoscritto, hanno promosso una class action, cioè un'azione collettiva contro la Rai davanti al Tar del Lazio a Roma.

La Rai, infatti, è la società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo e per legge il servizio pubblico deve garantire “la diffusione di tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche di pubblico servizio con copertura integrale del territorio nazionale, per quanto consentito dalla scienza e dalla tecnica.”

Altresì, la Rai deve rispettare gli standard del “Contratto di Servizio” sottoscritto con il ministero delle Comunicazioni.

All'azione collettiva, la prima e unica in Italia su questo tema, ha aderito anche l'associazione di consumatori Cittadinanzattiva Emilia-Romagna.

Il 18 luglio scorso a Roma è stato discusso il ricorso e con sentenza del 16 settembre il Tar ha purtroppo respinto il ricorso.

Nel merito, il Tar capitolino afferma che “il disservizio lamentato è decisamente negato dalla Rai” e sarebbe emerso (dall'istruttoria espletata da Rai Way) che “solo alcuni cittadini del ravennate hanno problemi di ricezione, mentre altri non riscontrano alcun disservizio; come correttamente eccepisce Rai Way, ciò lascia supporre che i problemi di ricezione lamentati da alcuni utenti siano causati non dalla cattiva qualità del segnale trasmesso, ma dal non corretto puntamento del sistema ricevente da parte del singolo utente.” e che “è stato ancora accertato dall'istruttoria espletata che il 99,6% degli abitanti della provincia di Ravenna riceve correttamente il segnale, cioè in misura superiore a quella prevista dall'art. 23 comma 4 del 'Contratto di Servizio' in essere con il ministero dello Sviluppo economico.”

Quanto alla richiesta di rimborso del canone e alla richiesta subordinata di risarcimento del danno in eguale misura, il Tar ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso in quanto il canone “costituisce una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio.” e quindi “per un verso è da escludere che l'utente possa pretendere la restituzione del canone per un (preteso) disservizio, per altro verso la giurisdizione su una simile domanda esulerebbe in ogni caso dalla giurisdizione del giudice amministrativo”.

Il prossimo 15 novembre scadono i termini per fare appello al Consiglio di Stato contro la decisione di primo grado, che ha lasciato insoddisfatti ed interdetti i cittadini ravennati utenti del servizio pubblico radiotelevisivo.

Il punto più debole della motivazione della sentenza di primo grado sembra essere quello che riconosce efficacia probatoria ai documenti e alle affermazioni di una delle due parti del giudizio, senza disporre una consulenza tecnica che confermasse l'entità dei disservizi lamentati dagli utenti.

Appare dunque censurabile che ai dati, ai documenti e alle allegazioni degli utenti del servizio pubblico radiotelevisivo sia riconosciuta una valenza processuale minore rispetto a quella riconosciuta alla controparte pubblica Rai.

Come appare discutibile che possa costituire un'argomentazione giuridica fondata quella di affermare che gli utenti colpiti dal disservizio sono una minoranza rispetto alla maggioranza che recepisce correttamente il segnale tv, per negare tutela a quegli utenti – cittadini – consumatori che, come gli altri, pagano il canone.

Da ultimo, continuare ad affermare che la natura tributaria del canone impedisca di porre in capo alla Rai, concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, un qualsiasi obbligo di assicurare effettivamente il servizio, sembra la ripetizione di un refrain datato e oggi inaccettabile ed indifendibile di fronte al nuovo protagonismo dei diritti individuali e collettivi posti come argine al potere e all'arbitrio del settore pubblico.

Sapevamo che sarebbe stata una singolar tenzone e ci sentivamo come Davide contro Golia ma da questa sentenza oggi possiamo trarre argomenti di incoraggiamento per continuare la battaglia, per andare fino in fondo, impugnando questa sentenza di primo grado davanti al Consiglio di Stato.

Certo, lottiamo a mani nude contro un vero e proprio “potere forte”, non è stato facile e non sarà facile.

Un'alternativa possibile ma assai complicata per le nostre sole forze sarebbe mettere insieme tutte le “vittime” del disservizio e fare una class action nazionale, visto che quando del caso se ne è occupata prima Repubblica, poi la Stampa poi il Resto del Carlino a livello nazionale, sono piovute adesioni da tutta Italia.

(Avv. Andrea Maestri)