Non so se Letta ha palle d’acciaio, propendo per materiali più duttili.

So che per uscire da questo pasticciaccio ci vogliono qualità grandi, che nessuno dei suoi critici laureati a Siguenza mostra di possedere.

So che non vorrei trovarmi al suo posto, con quella montagna impervia da scalare, con quei compagni di cordata, con tanta gente ansiosa di tagliare la fune.

Con un’Europa che dice togli e ogni italiano che dice metti, che i soldi ci sono, come no, basta ridurre qui, ritoccare là, un po’ più in là, magari.

Giuseppe II, dopo aver ascoltato un brano di Mozart, osservò: “Troppe note”, e Mozart “Quali dovrei togliere?”

Temo per Susanna Camusso che tassare, come è giusto, il gioco d’azzardo (e se invece abolissimo quest’ammazza famiglie?) non sarà sufficiente per rilanciare rilancia l’economia e il lavoro.

Nemmeno i soldi buttati nell’Alitalia da Berlusconi, col consenso del sindacato, basterebbero.

Dopo aver detto che i partiti non sono all’altezza, che il Parlamento va dimezzato, che serve una politica industriale, che le tasse vanno abbassate, i salari alzati, i consumi incrementati non avremo ancora sciolto nessuno dei nodi tenaci che trattengono la rinascita.

Serve più fatica critica, più intelligenza, più onestà, più solidarietà.

La sintesi fra economia di mercato e coesione sociale raggiunta nel secolo scorso attraverso la protezione sociale, il sostegno alla domanda e politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza non esiste più.

C’è solo un mercato senza coesione sociale, liberato dal controllo pubblico: un fiume, scrive Giorgio Ruffolo, che trascina nel suo corso le sue stesse sponde.

La politica deve riassumere il controllo di quel processo, costruire nuovi argini, per non veder spazzate via dalla fiumana della storia imprese, lavoro, diritti.

Un compito immane perché gli interessi, degli Stati e dei popoli, sono, in questa fase, divergenti, al limite dell’incomponibilità in un quadro di regole condivise.

La politica non può lasciarsi imprigionare negli schemi di una cultura della crisi.

Deve cercare nuove strade, qui e a Bruxelles.

Ma la speranza va sorretta dalla verosimiglianza degli obbiettivi.

“Ci vuol ben altro” non è una politica, è un suicidio civile.

Il solo cambiamento è quello possibile.

La legge di stabilità va migliorata ma dire che si può fare molto di più è un inganno, gridare che l’Italia deve spezzare le reni all’Europa è velleitario come invaderela Russiacon scarpe di cartone.

Siamo ancora lì, un tragicomico ruggito del topo.

 

(guido tampieri)