Imola. La violenza maschile sulle donne è un fenomeno presente anche sul territorio imolese, dove i casi di violenza su donne italiane e straniere, denunciati, sono decine ogni anno. A Imola il  Circondario ha istituito un tavolo di contrasto alla violenza composto dalle istituzioni locali presieduto dalla sindaca di Fontanelice, Vanna Verzelli, ed esistono due centri antiviolenza ai quali abbiamo sottoposto alcune domande sulla situazione territoriale. Iniziamo con “PerLeDonne”. Abbiamo parlato con Carmen Rocca responsabile del centro chiedendole di presentare innanzi tutto il centro da lei coordinato.

“Il Centro antiviolenza ‘PerLeDonne’ ha iniziato ad essere operativo nell'ottobre del 2012; progettato, realizzato e condotto da un gruppo di professioniste, socie fondatarie dell'associazione di volontariato ‘PerLeDonne’, nata nel marzo 2012 e formalizzata alla fine di luglio 2012, che si occupa più complessivamente di attività di sensibilizzazione, di promozione delle politiche di genere e della dignità della donna. La sede operativa del Centro si trova a Imola in uno spazio messo a disposizione dell'azienda Ausl nel mese di gennaio 2013, accanto ad altre associazioni di volontariato del territorio. Da poco sono stati aperti tre punti di ascolto a Castel San Pietro, Borgo Tossignano e Medicina, in un ottica di avvicinamento a tutte le donne del territorio. Il Centro è coordinato da una responsabile esperta in materia di violenza di genere ed è costituito da un gruppo di professioniste (pedagogista, psicologa, avvocata), che per svariati anni si sono occupate di violenza contro le donne. Accanto alle figure professionali, lavora un gruppo di sei socie volontarie, formate sui fenomeni della violenza di genere e sulla corretta modalità di accoglienza e di relazione con le donne che hanno subito violenza. Le donne che si rivolgono a noi trovano ascolto, sostegno, orientamento, affiancamento al percorso di affrancamento, consulenza psicopedagogica, psicologica e legale, percorsi di elaborazione dei vissuti e dei traumi. Le donne con figli minori, impegnate a svolgere le azioni volte all'affrancamento dalla violenza, possono usufruire di un servizio di accoglienza dei figli, svolto da volontarie formate in particolare sulle questioni della violenza assistita”.

Com'è la vostra percezione del fenomeno della violenza sulle donne nel territorio? Quante donne si sono rivolte a voi nel 2013 e con quali problematiche?
“Il fenomeno della violenza contro le donne ha radici molto lontane nel tempo, strettamente legate all'organizzazione patriarcale delle società, ancora oggi influente sul modo di considerare e vivere la differenza tra uomo e donna. La diffusione del fenomeno nel nostro territorio ricalca quella nazionale: 205 donne nel 2012 hanno dichiarato agli operatori del Pronto soccorso di trovarsi lì a seguito di percosse da parte del proprio compagno. Ma questi numeri rappresentano solo la punta dell'iceberg, il sommerso del fenomeno è ampiamente maggiore, anche qui da noi! Non riguarda solo donne straniere, donne con problemi economici, psichici, culturali: riguarda tutte, in modo trasversale! Significativo, a tal proposito, è il numero di donne che si sono rivolte al nostro Centro antiviolenza: 51 donne dall'1 gennaio 2013, 66 donne dall'inizio della nostra attività… Eppure siamo molto giovani e quindi ancora poco conosciute ed a Imola opera anche un altro centro antiviolenza! Percentualmente la problematica più diffusa è quella della violenza fisica e psicologica da parte del partner (marito o convivente) e da parte dell'ex partner. La richiesta più diffusa è quella di informazioni e orientamento, di consulenza legale e di consulenza psicologica. Preliminarmente la richiesta più diffusa delle donne è quella di essere ascoltate”.

Di cosa hanno bisogno le donne che si rivolgono a voi?
“Le donne che si rivolgono a noi sono donne comuni, donne che tutti i giorni  accompagnano i figli a scuola, che incontriamo in fila alle poste, al supermercato, dal medico, al teatro, in piazza… Non sono percettibili o riconoscibili in quanto vittime di violenza. Donne forti e tenaci, impegnate nella gestione della famiglia, a far quadrare il  bilancio economico e affettivo, occupate a fare in modo che ‘oggi lui non esploda per una cosa da nulla’ oppure ‘perché torna stanco dal lavoro’… Umanamente queste donne necessitano di capire cosa sta succedendo nella loro vita; di essere credute quando raccontano, di capire cosa è violenza, di non essere giudicate, di essere orientate, di avere le informazioni giuste. Spesso hanno bisogno di comprendere come sia possibile che il compagno, l'uomo che hanno scelto per affrontare la vita, si sia rivelato diverso, come sia stato possibile che l'amore si sia trasformato in prigione.
Tecnicamente hanno bisogno di accoglienza, ascolto, sostegno, orientamento, affiancamento al percorso di uscita dalla violenza. In tutto questo hanno bisogno di altre donne, accoglienti, solide, formate, che fungano da specchio positivo dell'appartenere al genere femminile. Quando si rilevano alti livelli di rischio per l'incolumità (sia personale che per i figli), le donne hanno bisogno di fuggire da casa e trovare un rifugio sicuro; in tali casi è necessaria la collaborazione con i Servizi sociali e le Forze dell’ordine, al fine di mettere in protezione le donne e i loro figli, cosa che all'occorrenza facciamo”.

Come sono i rapporti con le istituzioni del territorio (Comune, Asp, Asl, Forze dell’ordine)?
“L'associazione PerLeDonne è membro della commissione Pari opportunità del Comune di Imola e partecipa ai lavori del Tavolo di contrasto alla violenza del nuovo Circondario imolese. Il Centro antiviolenza è uno degli snodi della rete che opera contro la violenza nel territorio. Noi consideriamo necessari la collaborazione e il coordinamento tra i soggetti di questa rete. Ad oggi, essendo molto giovani, stiamo lavorando attivamente per intessere e consolidare queste relazioni, consapevoli della necessità che si basino sulla reciprocità e sulla fiducia, fondamentali per un'effettiva e autentica collaborazione. In prospettiva ci vediamo protagoniste di una rete interattiva fra tutti i soggetti del territorio”.  

Cosa serve, secondo voi, per affrontare in modo adeguato il fenomeno della violenza sulle donne?
“Due sono le cose prioritarie, entrambe molto complesse: operativamente occorre che la rete dei soggetti che lavorano contro la violenza sulle donne elabori modalità di attivazione più fluide e lineari, un metodo coordinato e condiviso che permetta alle diverse professionalità di situarsi con chiarezza nella ‘filiera del chi fa cosa’, mantenendo protagonista principale del percorso la donna stessa. Sul piano culturale occorre mirare a una nuova trasformazione! Partendo da alcuni concetti femministi, occorre porre al centro del dibattito culturale attuale, le questioni della differenza di genere, ripristinandola ed attualizzandola, non tanto nella visione ideologica del femminismo più radicale, quanto in una visione che finalmente dia a tutte e a tutti gli strumenti mentali, psicologici, sociologici e culturali per considerare anche le donne nella pienezza della loro dignità, capacità e libertà di autodeterminarsi. Occorre formare gli adulti di oggi, tutti gli adulti; occorre dibattere, parlare, confrontarsi, sensibilizzare. Occorre partire dai bambini e dalle bambine, occorre educarli all'affettività e all'emotività”.  

Cosa chiedete agli interlocutori territoriali?
“Chiediamo una maggiore sensibilità e una maggiore disposizione al confronto; una maggiore conoscenza del fenomeno di cui stiamo parlando; chiediamo maggiore consapevolezza della corresponsabilità collettiva della violenza contro le donne; chiediamo che conoscenza e consapevolezza del fenomeno avvengano per il tramite delle donne stesse, che non sono vittime passive, ma protagoniste e testimoni attive. Chiediamo maggiori ed effettive politiche di genere. Chiediamo supporti di ordine economico per garantire sistematicità e costanza degli interventi contro la violenza.
Chiediamo che si capisca che intervenire oggi (operativamente per aiutare le donne che la subiscono, culturalmente per diffondere un nuovo modo di coesistenza tra generi), serve  a tutti, non solo alle donne: produce risparmio economico, sociale e sanitario, apporta benessere alla quotidianità, previene la violenza tra le future generazioni di uomini e donne che riprodurranno i modelli relazionali appresi durante la loro infanzia”.

(Virna Gioiellieri)

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