Un altro grande della Terra ci ha lasciato. Certo ad una certa età, lasciare questo mondo fa parte dell’ordine delle cose della vita. Eppure questo pensiero logico non è consolatorio, soprattutto pensando alle tragedie del mondo odierno per le quali non si intravedono ancora soluzioni convincenti. Per chi, della mia generazione, pensa e ha pensato, in un passato militante, alla politica come ad un impegno concreto per realizzare il sogno di un ideale, uomini come Mandela sono stati un punto di riferimento.

In un recente passato, non più recentissimo, impegnare parte della propria vita per sconfiggere le forme più odiose di violenza e di repressione di coloro che per colore della pelle, appartenenza ad un ideale o al genere femminile hanno subito con varie modalità persecuzioni fisiche e morali, era un dovere. Era un modo per essere attivi nel conquistare la libertà e la giustizia per tutti gli uomini e le donne, un modo per sperare e costruire un mondo migliore, quello del nostro futuro. Non c’erano confini che potessero arginare un sentire globale che rimbalzava come un incendio da un capo all’altro del pianeta e viveva nelle manifestazioni, nelle migliaia di iniziative politiche e culturali che avevano luogo in moltissimi Paesi e che avevano in comune gli stessi obiettivi. Valori universali che aggregavano milioni di persone. A capo di questi diversi movimenti c’erano grandi leader carismatici come Gandhi, Martin Luther King, lo stesso Nelson Mandela o San Suu Ky, per rimanere ai giorni nostri. Divenuti simboli di valori e di ideali che hanno saputo rappresentare con enormi e dolorosi sacrifici personali.

Una vita dedicata, per questa eroica generosità personale e non tanto per il tempo investito, che va da sé. Eroica, perché esempio testimone del senso e della grandezza della vita. Non una vita qualunque, una vita da esseri liberi che solo a questa condizione può fare onore all’esserci. Personaggi simbolo che hanno saputo aggregare milioni di persone segnando un’epoca al servizio del compimento di passi fondamentali per l’emancipazione degli esseri umani. I simboli, da sempre, nella cultura umana, accomunano e sono luoghi e linguaggio di reciproco riconoscimento, quando non sono pretesto di fanatismo teso alla prevaricazione e al potere. In un’epoca, quella attuale, che sa leggere poco i simboli, questo dovrebbe ispirare una riflessione sul senso e l’uso dei simboli stessi e della loro importanza nella collettività anche dal punto di vista identitario.

Uomini come Mandela hanno realizzato e prodotto cambiamenti epocali e soprattutto sono artefici di un insegnamento secondo il quale realizzare il sogno di un futuro migliore è possibile se si è disponibili a compiere la fatica di cercare la strada anche a caro prezzo. Certo Madiba, come altri, non avrebbero potuto farlo senza una profonda riflessione interiore fatta di isolamento, di tormenti e di privazioni come 27 anni di duro carcere impongono. Più che il cedimento e la rassegnazione si cerca il modo di sopravvivere e di vincere andando oltre la logica e la cultura dei propri aguzzini per vedere la via d’uscita in un orizzonte di evoluzione nobile che eviti la vanificazione di un sacrificio e di un percorso non solo individuale. Mandela è stato questo: l’esempio di un Presidente che, liberato il suo popolo dall’apartheid, ha scelto di guardare oltre le logiche della cultura razzista per non riprodurne di analoghe in nome dei propri ideali. La vita è concreta e contano i fatti perché gli uomini e le donne sono fatti di idee, sono azione, anima e spirito al di là delle ideologie. Porre confini fra queste dimensioni dell’essere umano equivale a limitarne la libertà di essere. Questo emoziona. Non solo la perdita, ma ciò che il simbolo rappresenta vivendo nel sentire comune.

Chi non ricorda l’emozione di ascoltare le note di Miles Davis dedicate a Desmond Tutu, altra icona contro il razzismo o di essere nello stadio di Torino gremito dove tutti in piedi cantavano con Peter Gabriel “Biko” il pezzo dedicato a Biko il giovane sudafricano massacrato dalla polizia del razzismo bianco, nel famoso concerto svolto per i diritti umani molti anni fa, o ancora dei concerti di Miriam Makeba costretta all’esilio dallo stesso regime, che ha portato con la sua musica gli ideali antirazzisti nel mondo. E’ questa stessa emozione che si vive oggi con la scomparsa del grande Nelson Mandela, una scomparsa che lascia la speranza di un esempio, quello che è possibile un futuro diverso, di reale cittadinanza per tutti. Una lezione oggi molto utile che ci aiuta a non abbassare lo sguardo.

Quando lavoravo presso il Comune di Reggio Emilia, Comune molto attivo per anni a sostegno dei popoli del Sudafrica e del Mozambico con iniziative concrete, al punto che il sindaco di Reggio Emilia fu l’unica autorità italiana a presenziare nel 1994 all’insediamento di Mandela come Presidente della Repubblica del Sudafrica, mi sono imbattuta nel suo discorso di insediamento. Fu commovente leggerlo per la dolcezza, l’umanità, la levatura, il senso della politica in parte così diverso dal nostro, l’amore per il suo Paese. Lo condividiamo qui come testimonianza di un uomo ormai da tempo nella storia di questo pianeta.

(Virna Gioiellieri)