Il Pd, fondato pochi anni fa con l’intento di raccogliere nello stesso partito cittadine e cittadini aderenti a filoni politico-culturali tra loro diversi, ma compatibili, si presumeva, fino al punto da consentire una sintesi unitaria più avanzata, adeguata ai tempi nuovi, pur prevedendo un produttivo pluralismo interno, ha chiuso l’8 dicembre 2013.

L’amalgama non ha avuto successo e, nel contatto con la dura realtà degli sconvolgimenti in atto a tutti i livelli e in molti campi, la classe dirigente del Pd non ha retto e si è per larga parte screditata (il gruppo dirigente di Sel, formazione alla quale sono iscritto, gode di un consenso molto limitato, residuale). Ai dirigenti del Pd non è stato possibile fare vivere nella stessa famiglia soggetti che tra loro non potevano essere fratelli, ma solo amici. Perciò gli elettori dell’8 dicembre hanno quasi cancellato, in gran parte volutamente, la classe dirigente del partito e si sono rivolti, a torto o a ragione, nella misura di oltre i due terzi, a chi faceva sperare nella vittoria, anche se a molti non appariva chiaro per fare cosa.

Le motivazioni del voto a Renzi, oltre alla volontà di superare una classe dirigente ritenuta incapace di vincere o di sfruttare le vittorie, percepita come staccata dai problemi dei cittadini e non sempre estranea al malcostume, sono ovviamente molteplici e spesso intrecciate tra loro. Oltre a quella già citata, c’è stata per una parte la scelta per una politica tendenzialmente liberista. Inoltre, l’avversione al governo delle larghe intese, la fiducia nell’azione dell’uomo solo al comando, la drammatica necessità di affidarsi a qualcuno in cui credere, l’aspirazione ad avere una speranza. E anche la soddisfazione, per i non iscritti, di contare e di partecipare ad un atto di democrazia diretta, così come voluto fortemente da Renzi. Infine, la disponibilità a farsi incantare da un linguaggio semplice, ma in realtà semplicistico, fatto di battute e frasi spesso banali, con le quali si facevano e fanno apparire risolvibili problemi gravi ed annosi, che richiedono invece, per essere avviati a soluzione, approcci complessi e tempi adeguati.

Conclusione. Primo. Il Pd, quello fondato pochi anni fa, l’8 dicembre è stato chiuso. E’ nato un nuovo partito, con lo stesso nome del precedente, che però non si propone più l’amalgama. La prima conseguenza, come già notato, è la sconfitta della precedente classe dirigente. Questo è un bene. Secondo. E’ nato un partito che intende realizzare i propositi programmatici di Renzi, cioè politiche con un’anima tendenzialmente liberista, alla Blair, alle quali probabilmente si cercherà di appiccicare etichette di sinistra (si veda anche il programma col quale Renzi si è presentato alla campagna per l’elezione del segretario del Pd), oltre al passaggio al presidenzialismo, cioè “un uomo solo al comando”. Questo è un male.

In presenza di questa realtà, di fronte a tutti coloro che sono animati dai valori e che si propongono obiettivi di sinistra, c’è il problema di individuare e definire una politica efficace e credibile di sinistra, di dotarsi di una struttura partitica aperta ad altri sviluppi e, nello stesso tempo, cercare alleanze compatibili. Cercando anche di assumere una dimensione che consenta di evitare appiattimenti su altri o di essere marginali.

Nella provincia di Ravenna, Cuperlo ha ottenuto il 14%, quattro punti in meno rispetto al livello nazionale. Il differenziale negativo va posto in carico alla classe dirigente provinciale del Pd. Si deve dedurre che questa è più impopolare di quella nazionale. Se fossi un iscritto al Pd, mi aspetterei che i dirigenti provinciali ne traessero le conseguenze. E’ vero che nelle Convenzioni di circolo concluse in novembre, Cuperlo nella nostra provincia ha superato Renzi, sia pure di poco, con il 45%, ma il Pd ha scelto di essere il partito degli iscritti e degli elettori, quindi il risultato più importante è quello dell’8 dicembre. Anche perché viene dopo. Con buona pace dei delusi che si confezionano valutazioni autoconsolatorie.
(Rino Gennari)