In questo periodo, a Imola si parla tanto di telefonia mobile e dei danni alla salute connessi alle radiofrequenze emesse dalle antenne dei ripetitori. E’ per questo che ho voluto parlare con una signora che da sedici anni sta vivendo il suo dramma famigliare fra l’indifferenza e i “rimpalli” di tutti, con dignità e sperando che il divulgare la sua esperienza, serva a tutti noi per evitarne altre simili.

“Tutto iniziò – racconta la signora – nel 1997 quando, nel corso di una riunione del condominio di fronte al mio, si presentò una persona molto distinta e cordiale a parlare di antenne. Non potevo essere presente a una riunione fatta in casa d’altri, ma mi dissero che dopo una descrizione  sommaria di cosa volevano mettere sulla casa, la proposta venne accettata. A quell’epoca quasi nessuno conosceva i rischi derivanti dall’elettrosmog così nessuno fu in grado di portare validi argomenti per opporsi. E vennero di notte, senza preavviso, rapidissimi e silenziosi: vedevo i fasci di luce dei fari che sciabolavano nel buio e, alla mattina, andammo tutti a vedere otto grandi pannelli fissati, due a due, ai quattro angoli della torretta dell’ascensore del condominio: nessuno se li aspettava così grandi! Capimmo subito di aver sbagliato a concedere il consenso ma il contratto, parlava chiaro”.

Ho il contratto in mano e trascrivo testualmente: “La locazione avrà durata di anni sei… si rinnova con specifico atto e si intende disdettato adesso per allora alla scadenza sopra indicata. È data facoltà di recesso anticipato dal presente contratto, ad entrambe le parti e per gravi motivi in qualsiasi momento con preavviso di 90 giorni, dato con lettera raccomandata con avviso di ricevimento”.

La signora riprende: “Il tempo passava e portò la sanatoria del Comune per i documenti non prodotti in tempo. A inizio del 2003 mio figlio iniziò a star male e, a lui, il tempo portò il linfoma maligno di Hodgkin, in forte aumento nell’ultimo ventennio. Si ritrovò in ospedale insieme al vicino di casa che abitava sotto di noi, entrambi ritornarono a casa, ma mio figlio fu più fortunato di lui perché vive ancora. Venne interpellato l’amministratore di quel condominio per dare lo sfratto alla compagnia telefonica allo scadere del sesto anno. L’amministratore riferì che agli avvocati incaricati di procedere avevano detto che il Gestore si sarebbe opposto perché il contratto in essere poteva essere inteso come ‘locazione commerciale’ con durata di 6 + 6 anni. In pratica, il Gestore si sarebbe opposto con percentuali di vittoria superiori al 50%. Volendo, si poteva procedere legalmente ma senza possibilità di venirne a capo entro i secondi sei anni! Forse fu un errore non chiedere altri pareri legali, ma si fidarono dell’amministratore: intanto un altro vicino di casa si ammalò di leucemia, nel palazzo accanto un uomo morì di tumore… un altro morì con un tumore alla testa… un padre lasciò ben tre bambini! Quanto dolore sotto quelle antenne! Una donna, col tumore al seno, cambiò casa e anche un’altra famiglia se ne andò a vivere altrove. Vidi, per lungo tempo, una signora con la testa rasata per la chemioterapia… poi non la vidi più!
Casualmente so di altri casi ma col dolore che ho dentro, ho quasi paura di quello che accade fuori! Allo scadere del dodicesimo anno l’amministratore del condominio – che aveva sempre fatto da tramite unico fra abitanti e Gestore telefonico – riferì che il Gestore gli aveva assicurato che se ne sarebbe andato presto e, per  due anni, ha palleggiato rassicurando tutti dicendo che avevano rassicurato lui. Non so dirvi se l’abbiano cambiato, ma finalmente, e solo due anni fa, lo sfratto è stato dato e mi risulta essere esecutivo. A  tutt’oggi, le antenne sono ancora al loro posto e le vedo ogni giorno. Stanno uccidendoci uno alla volta, distruggendo la vita, le speranze e i sogni di chi rimane: sono sempre lassù, minacciose e inamovibili ma non interessa a nessuno! In questi anni tristi, ho bussato a tutte le porte senza trovare una persona, dico una, disposta a fare qualcosa: anni di dolore e di consapevole impotenza vissuti sotto una cappa di indifferenza. Ho voluto raccontarvi questa storia vera perché sappiate che, se riescono a entrarvi in casa, non li toglie più nessuno: usano i nostri soldi contro di noi incuranti di ogni conseguenza, non voglio che simili cose si ripetano e che altri soffrano come me e gli altri qui vicino a me… scusate…”.

Gli occhi della Signora sono lucidi ma si trattiene. C’è silenzio, non possono esserci altre domande! Credo che il cuore dei lettori dovrebbe chiedersi: “È moralmente giusto arrivare a questo?”. Ieri è accaduto alla signora e agli abitanti della sua zona, oggi vorrebbero farlo succedere in via Andreini e Via Volta, ma… a chi toccherà domani?

(Gian Franco Bonanni)

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