Ricordo nitidamente che almeno per tutti gli anni sessanta i regali più importanti per i bambini si ricevevano per la Befana e non per Natale. Molti rammenteranno a questo proposito quanto erano “famose” le varie Befane distinte per “ceto lavorativo” e, con mio padre, si andava nell’attuale sede dei Circoli in cui era consegnata quella dei dipendenti comunali (conservo ancora una foto con in mano un camion dei pompieri).

Esiste naturalmente una ragione storica sulla scelta del 6 gennaio. Inizialmente non si conosceva la data del Redentore e quindi si era puntato su quella del suo battesimo nel Giordano che, essendo la prima “manifestazione divina” – in greco epifaneia – diede anche il nome alla festa. In seguito, dal momento che nell'ambito della religione mitriaca il 6 gennaio si festeggia la venuta dei Magi – sacerdoti persiani – la Chiesa di Roma modificò il ciclo natalizio dedicando quel giorno all'adorazione dei Re Magi.

Il termine Befana invece è dovuto a uno storpiamento del vocabolo Epifania e la sua figura è costituita da una vecchietta, brutta e rugosa, con naso aquilino da strega e con i vestiti vecchi e rattoppati, che la notte tra il 5 e il 6 gennaio, volando nel cielo a cavallo di una scopa, dispensa dolci e caramelle ai bambini buoni, mentre a quelli cattivi lascia carbone e cipolle rosse.

La leggenda più accreditata sulla festa della Befana trova la sua genesi nei riti pagani del folklore pre-cristiano legati alle tradizioni propiziatorie agrarie di inizio anno. La vecchia simboleggiava l’anno trascorso, al quale veniva dato l’addio bruciando sul rogo un fantoccio con abiti vecchi e strappati, dando così il benvenuto all’anno nuovo. I regali e i dolci erano simboli bene auguranti per l’anno nascente e quindi propiziatori per un ricco e abbondante raccolto. La civiltà contadina e la cultura della terra sono l’anima del nostro territorio e i “mangiari”, l'arte di creare cibi – cioè combinare i prodotti della terra e gli ingredienti, elaborarli creativamente, fino a ottenere un prodotto diverso dalla loro somma – sono la più antica forma di cultura popolare orale per eccellenza, dove la storia delle tradizioni e delle memorie popolari combacia straordinariamente con la storia della sua cucina.

Nel giorno della Befana erano i dolci i cibi più importanti e, prima che arrivasse il panettone, era la ciambella romagnola (brazadèla) che chiudeva i ricchi pasti di queste feste. Ancora oggi rimane il dolce più caratteristico e gradito. Con la ciambella l’altro pezzo forte era la zuppa inglese, sempre presente nelle occasioni rilevanti. Questo dolce vanta diverse varianti d’ingredienti: cioccolato, mandorle, pinoli e ciliegie sotto spirito, come differenti liquori utilizzati – alchermes, rosolio, ma anche cognac – e una base che varia dal pan di spagna ai savoiardi e amaretti.

Altri dolci tipici del 6 gennaio erano i tortelli, o ravioli, con marmellata, castagne e saba, anche fritti (naturalmente nello strutto), come i “sùgal” (sughi) – antichissimo dolce romagnolo – composto da mosto bollito, pane grattugiato, farina di granoturco, mela cotogna, buccia di limone e anice. Oppure il sanguinaccio o migliaccio o “burleng”, fatto con il sangue di maiale e arricchito con moltissimi elementi quali ad esempio il cioccolato, le mandorle dolci, i canditi, ancora la saba e altro. Personalmente lo trovo buonissimo, ma data l’origine, oggi è praticamente introvabile perché i “gusti” sono cambiati.

Sono più caratteristici invece della provincia di Ravenna “I sabadò” – sabadoni, tortelli con la saba – composti da farina, fagioli lessi, castagne secche cotte, sale, saba e buccia di limone. In base alle località poi si potevano trovare anche budini vari – al ghiaccio, allo zabaglione, di riso – latte alla portoghese, torta di mele e “E castagnaz” (castagnaccio), nel nostro Appennino soprattutto, fatto con farina di castagne, buccia di limone e di arancia grattugiata, arricchito variamente con mandorle, pinoli, fichi secchi e altro. Infine tipici di questa festività anche il croccante, il torrone artigianale, gli zuccherini, la crema e… il carbone.

(Pierangelo Raffini)