Forlì. Ebbene sì. Se uno è fuori dalla politica dei partiti e dai suoi giochi non può durare a lungo. Questa in sintesi la constatazione che emerge dalla decisione del sindaco di Forlì, Roberto Balzani, di non ricandidarsi alla poltrona di primo cittadino.  
Probabilmente la questione dell' Ausl Unica da anni dibattuta è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Cinque anni conditi da posizioni e scelte coraggiose che di volta in volta l’hanno visto contro le decisioni di Hera sulla questione acqua in merito all’esito del referendum, poi contro al Regione per le modalità con cui accorpare le aziende sanitarie e così via, facendosi uno stuolo di “nemici”, in gran parte del suo stesso partito. In compenso ha trovato molti “amici” tra i cittadini a differenza di molti suoi colleghi.

Ma al di là delle nostre parole pesano molto di più quelle usate dallo stesso Balzani per comunicare la sua decisione.

Vorrei comunicare, oggi, 23 dicembre, due cose alla stampa e alla cittadinanza. Lo faccio adesso, prima che la Giunta regionale nomini il nuovo direttore generale dell’Ausl, chiunque esso sia, annunciando fin d’ora che Forlì – almeno stando così lo cose – non parteciperà all’Ufficio di presidenza dell’Ausl unica di Romagna.

La prima è la decisione di non ricandidarmi alla guida della Città di Forlì, alle elezioni del prossimo maggio; la seconda è il motivo per cui sono giunto a questo passo, nel momento in cui i giudizi di osservatori indipendenti mi attribuiscono uno dei consensi potenziali più elevati fra i sindaci della Emilia-Romagna.
Mi concentro sul secondo punto, perché il primo è un fatto. Ebbene, la mia opzione dipende da una condizione umana personale, da me descritta puntualmente in “Cinque anni di solitudine”, e da una serie di eventi politici, accaduti negli ultimi tempi. La condizione umana è data dall’eccezionalità della mia avventura, cominciata per sfida nel 2008 e poi divenuta vera; e, da allora, vissuta in pienezza e con totale intensità e dedizione fino ad oggi.

Il periodo iniziale del mandato è stato caratterizzato dagli assestamenti inevitabili di un sistema di potere piuttosto chiuso, che ha cercato di espellermi come una tossina. Il problema, però, risiede nel fatto che questo sistema di potere non rappresenta più la trasformazione sociale e, quando vince, ciò avviene sulla base di sentimenti e di posizioni collettive assai diversi da ciò che quotidianamente e silenziosamente pratica. Insomma: per prendere voti è costretto a mentire. Gli esempi si potrebbero sprecare, dai beni comuni al consumo di territorio alla politica ambientale. Mi ci sono abituato, conservando l’originalità di un punto di vista a volte tollerato a malapena, a volte accolto come un pittoresco diversivo, a volte ferocemente osteggiato.

Quello a cui non sono riuscito ad abituarmi è stata la relazione con il monolite regionale, a cui mi sono avvicinato, lo confesso, pregiudizialmente convinto di trovare qualità di risposte e coerenza d’impostazione. Il tutto, confortato dal presupposto dell’efficienza del modello emiliano. Ho potuto constatare che, mediamente, gli emiliani sono nettamente più pragmatici e capaci dei romagnoli (e questa non è una novità), ma che la Regione nel suo complesso non era all’altezza delle mie (forse eccessive) aspettative. Lì si è infranta, quasi sempre, la possibilità di andare oltre la normale amministrazione, per tentare di concretizzare politiche di sistema a parole condivise un po’ da tutti. Mi sono accorto che la Regione imposta le relazioni con le città in termini negoziali, ma che di rado le fa partecipare ad un’autentica progettazione comune.

Faccio un esempio concreto, per venire al sodo: la questione dell’Ausl unica. La Regione ci ha proposto un percorso ardito, e noi non ci siamo tirati indietro. Io pensavo che la logica indicasse una via ovvia: l’elaborazione di un progetto sufficientemente dettagliato, con obiettivi e con un cronoprogramma di massima; la discussione del medesimo; il varo di una sperimentazione destinata a identificare il modello di governo più efficace. Il Presidente della Regione mi ha spiegato che le cose, messe così, non si sarebbero mai realizzate. Ragion per cui, bisognava costruire la scatola del governo, dare il potere ad un direttore generale “coi coglioni” (come ha detto credo l’assessore Lusenti), e poi seguirlo passo passo nelle sue realizzazioni. Può darsi che abbia ragione lui. Ma io la penso diversamente. Posto di fronte a questa costruzione sostanzialmente al buio, con documenti generici e una legge di fusione molto scarna ma assai prescrittiva circa i tempi, ho ritenuto che la dedizione pura e semplice sarebbe stata rischiosa: in fondo, con questa operazione si dice addio all’ultimo contatto fra città e ospedali, esistente da secoli. Si tratta, perciò di un passaggio da maneggiare con cura.

Insieme con altri sindaci romagnoli abbiamo perciò immaginato una fase transitoria nella quale, sia pure con ruoli di vertice diversi, fossero coinvolti tutti gli attuali direttori generali, nessuno dei quali aveva demeritato. Ci sembrava una strada ragionevole non in assoluto, ma in funzione dell’impostazione regionale: ovvero l’assenza di un chiaro programma d’azione a priori sul quale convergere e sul quale convenire.
L’unico sindaco che non la pensava così era ed è Paolo Lucchi (una scelta totalmente legittima, ovviamente). E non la pensava così la Regione, che preferiva un esterno. Naturalmente le discussioni di queste ultime settimane sono state caratterizzate da momenti intensi e anche assai animati circa l’idea che ciascuno di noi aveva del processo in corso: certo, la Regione aveva stretto molto i tempi, e tutti avevano fretta. Ma queste cose non si possono fare con la fretta. Stiamo parlando di oltre 2 miliardi di spesa e della salute di oltre 1 milione di cittadini. E non è affatto vero che tanto “non cambierà nulla” per i pazienti: può cambiare tanto, tantissimo. E bisogna guardarci bene dentro. Premetto che sono un fautore dell’accordo romagnolo, perché sui nostri contrasti si sono costruite influenze abusive e rendite di posizione altrove. Per cui ero persuaso che una franca analisi delle preoccupazioni di ciascuno avrebbe potuto suggerire alla Regione una via ragionevole e tale da partire subito col piede giusto.

La mia preoccupazione, ad esempio, è che la convergenza dei 4 bilanci dell’Ausl avvenga secondo criteri chiari e trasparenti. Lo dico perché a Forlì abbiamo pagato duramente lo scotto di bilanci fasulli e dei conseguenti tagli dolorosi. Il nostro territorio ha cercato di recuperare nella gestione della spesa le virtù perdute: e i direttori generali che si sono avvicendati dal 2009 hanno potuto contare sulla solidarietà dell’intera conferenza sociale sanitaria, senza sbavature. Gli esiti, assai lusinghieri, sono sotto gli occhi di tutti; ed io personalmente ne sono orgoglioso. Ecco perché mi pareva che il contributo che Forlì avrebbe potuto dare alla costruzione del vertice dell’Ausl unica dovesse collocarsi su questo delicato versante. Non mi pare nulla di sconcertante né di sconveniente: ci siamo bruciati le mani una volta, e non vorremmo ripetere l’esperienza.

Il ragionamento è stato analogo per altri colleghi sindaci, postisi su questo terreno. Insomma, si discuteva. Poi è capitato un fatto. Doloroso. Una strana lettera anonima, propria a ridosso, di questi incontri, sostiene che vi sia un legame d’interesse fra me e l’avv. Capocasa, direttore generale dell’Ausl di Forlì, collegato a presunti vantaggi avuti da una casa di cura cittadina, di cui sono socio di estrema minoranza per ragione ereditarie. In cambio di questi vantaggi, ci sarebbe l’appoggio offerto da me all’avv. Capocasa nell’attuale situazione. Un siluro al sottoscritto, ovviamente: basta controllare i tagli inferti in questi anni alla sanità locale per rendersi conto dell’assurdità di simili accuse.

E’ chiaro che non si tratta di un mitomane. E chiaro che ci sono addetti ai lavori che si esercitano in queste prose brillanti. Ma a chi giova?, dico io. L’avv. Capocasa è stata una dirigente coscienziosa e attenta a bloccare affari e speculazioni poco chiari. E’ possibile che soggetti i quali vedono nell’Ausl un’occasione per riprendere percorsi simili o analoghi, siano fortemente ostili al sottoscritto. E’ possibile che ci siano pezzi del potere regionale, magari in accordo con gruppi di pressione o di affari, in grado di muoversi come schegge impazzite al di fuori del controllo del presidente della Regione o dei suoi assessori. In fondo, sanità e rifiuti sono i grandi business dipendenti da soldi pubblici.

Però io mi sono posto un quesito. Se tutto questo è possibile; se è possibile che ti mandino una lettera anonima per bloccare persone sgradite, perché Vasco Errani – nel caso dell’Ausl unica (e non è che un esempio) – non ha scelto la via più difficile ma più trasparente del progetto, della discussione davanti a tutti, della condivisione pubblica? Se il tarlo della degenerazione morale alligna nelle nostre amministrazioni, perché chiudere i processi nell’apparente riservatezza dei conclavi? Perché non aprirli, piuttosto?

E qui sta la mia conclusione. In un mondo chiuso come questo, un uomo come me non ha futuro. Può solo essere abbattuto, una volta o l’altra. Magari per caso. E siccome io non voglio che schegge degenerate fuori controllo dell’entourage di Vasco Errani mi pugnalino alla schiena durante la campagna elettorale. Siccome ho già vissuto una campagna elettorale avendo contro una parte del mio partito nel 2009. E siccome, intendo, da libero cittadino e da professore universitario, riprendere in altre forme la battaglia per la riforma radicale dell’amministrazione e della politica, ho deciso di dare questo segno.

Non c’entrano Renzi, Bersani, Cuperlo: teniamoli fuori, per favore. Quello che dico riguarda qualcosa di più profondo, che questa città ha vissuto nei cinque anni trascorsi, e che può e deve diventare un esempio. Ma nel silenzio assordante della comunicazione ufficiale, bisogna che questo esempio risalti. E io credo che la mia autoesclusione dalla prossima tornata elettorale amministrativa, per ragioni che riguardano lo scontro politico sostanziale con i contenuti e con i metodi del presidente della Regione Emilia Romagna, lo testimoni con chiarezza.