Imola. Sembra davvero impossibile… ma anche là dove tutti diventiamo uguali, qualcuno si ostina a vederci diversi! Neppure nel luogo destinato all'oblio per eccellenza riusciamo a trovare quella pace e quella serenità che, al contrario, nel luogo abbonda. Forse occorre rassegnarci, probabilmente si tratta di qualcosa di innato nell'essere umano, evidentemente non riusciamo a scinderci da stereotipi pre-costituiti ed, evidentemente, accettati da molti.

Tra quelle antiche mura, nate per la morte, c'è ancora qualcuno che vede differenze nell'amore, che si erge a giudice del si fa e del non si fa, che pretende di insegnarci il come si fa. Quell'uomo troppo spesso ricoperto di bianco, argento e oro, si erge a segnale di confine tra il bene ed il male, tra un amore sano ed uno malato. Perchè di malattia si tratta: ad alcuni viene l'influenza e ad altri, poveri, uno strano virus tanto cercato e mai trovato, rende perversa la via dell'amore. Dal suo pulpito, ben coperto alle spalle dall'altare custode della sacra vita, ci insegna la fondamentale differenza tra un amore sano e uno malato. Proprio lui che, per scelta, ha deciso di rinunciare per tutta la vita alla materialità dell'amore, viene ad insegnarci come si deve e come non si deve fare. Poi, arbitro supremo, indica l'unica via della salvezza, la sola strada percorribile per ottenere la luce.

Da ateo convinto quale sono e pure blasfemo, non riesco proprio ad immaginare il suo Dio che, nel fatidico momento della resurrezione interroga i due uomini (o le due donne) chiedendo loro se è vero, come gli hanno riferito, che si sono amati per tutta la vita, che hanno sofferto e gioito insieme, che hanno condiviso quest'inferno che comunemente viene chiamata vita nella buona e nella cattiva sorte, che hanno accettato di sostenersi a vicenda e di rispettarsi. Avuta risposta affermativa, dopo essersi accertato che si tratta proprio di opera sua, li condanna alla fiamma eterna. No, non sono un esperto in materia, ma non credo che andrà così: il perdono è mio, sta scritto e i due diversi nell'amore e nel rispetto reciproco verranno accolti nell'abbraccio eterno. E l'abbraccio sarà forte, e caldo, e lungo, perchè loro avranno molto sofferto nella loro vita, molto penato di ingiustizia e di stupidità, troppo spesso additati al pubblico ludibrio in assenza di colpa. Al contrario, tra quelle vecchie pietre destinate a custodire il simbolo dell'amore, l'essenza del mistero della vita, il tutto racchiuso (per necessità umana) in un'immagine di madre con il proprio figlio in braccio, ci è capitato ascoltare parole di odio, di repulsione del diverso, di selezione di razza. Al posto dell'amore, parole di non amore.

Fuori da quelle antiche pietre, sotto il grazioso porticato che protegge l'ingresso alla Basilica del Piratello, sta affisso un manifesto pieno di parole cariche d'amore, di fratellanza e di pace tra gli uomini. Sotto il titolo “Fratelli è possibile” scorro alcune righe che ci propongono riflessione: “Noi francescani secolari siamo coloro che si impegnano a vivere il Vangelo ogni giorno, nel proprio contesto di vita, seguendo l'esempio di S. Francesco d'Assisi (ma non era quello che parlava alla bestia appellandolo Fratello Lupo?)… Egli non poneva barriere… la capacità di ascoltare realmente l'altro e di accoglierlo nella sua vera dimensione… Mi viene da sorridere e ripenso ad un altro Francesco, recente, che assunto al Soglio Pontificio cerca di far capire alle sue schiere che occorre saper accettare tutti, che dobbiamo saper vedere il bene e l'amore anche dove, fino ad ora, ritenevamo non fosse presente e ci trova in errore quando, scartando i diversi, rischiamo di allontanare da Dio la loro prole. Vieni, Francesco, vieni in quel di Imola a tirare un orecchio a questa tua pecorella davvero smarrita, pecorella che deve aver mangiato erba mala e ora riesce solo a vomitare odio invece di indirizzare al solo bene supremo che possediamo: l'amore, l'amore di qualunque tipo e razza esso sia, quell'amore che riconosce nell'altro l'esatta copia di noi stessi e, mai, un diverso.

Mentre faccio ritorno lungo il viale che conduce al parcheggio incontro tanti ragazzi e ragazze che stanno trascorrendo la mattinata distribuendo messaggi di amore e fratellanza, non di diversità e arroganza: li osservo con tristezza e senso di colpa, la colpa di una generazione, la mia, che non ha saputo sciogliere i nodi della stupidità, dell'odio, del rancore verso il diverso. Ma diverso da chi? Da voi che ci indicate a dito? Ben venga questa diversità, scriviamocela sulla fronte e teniamo la testa ben alta. Rifiuto il volantino che mi viene offerto affermando che non mi occorre di essere convinto: lo sono già!
Più oltre, tra tripudio di bandiere ed enorme dispendio di manifesti, alcuni simpatizzanti della Lega Nord, espongono, con maniera, le loro tesi. Leggo: “libertà di parola”, “Libertà di pensiero”, “La famiglia è una sola”. Mi astengo dall'incontro e dalla probabile disputa: neppure si rendono conto che si contraddicono da soli!
Sono triste ed abbattuto. Non ce la faremo mai!

(Mauro Magnani)