Forlì. Che c’entra un industriale che ama l’arte con tombe romane di 1.600 anni fa? Li unisce un palazzo prestigioso protagonista, nei secoli, di vicende alterne e assai diverse fra loro. Siamo nel cuore di Forlì, in via Albicini 12, nella zona più antica della città dove sorgeva un sepolcrario di epoca tardo romana. E qui inizia la storia, anzi le storie, riunitesi proprio nelle sale di Palazzo Romagnoli.

Palazzo Romagnoli
La prima struttura edilizia fu edificata nel ‘400 ma solo nell’800 l’edificio acquisisce la veste unitaria che vediamo oggi. Sede del governo francese a Forlì, nel 1805 vi si stabilisce il prefetto di Napoleone, Lorenzo Romagnoli, che ne diviene proprietario. Nel 1965 la famiglia Reggiani Romagnoli lo cede al Comune di Forlì che lo mette a disposizione del Ministero della Difesa per collocarvi la sede del Consiglio di Leva unificato per Forlì e Ravenna dove si effettua la visita ai militari di leva, i cosiddetti “tre giorni”. Nel 1997 l’edificio viene riconsegnato all’Amministrazione comunale di Forlì che decide di procedere al restauro per farne la sede di uffici comunali. Ma l’immobile rivela la sua inidoneità allo scopo, soprattutto per la dispersione degli spazi che non si prestano granchè ad ospitare attività amministrative. Il Comune di Forlì cambia allora idea, orientandosi verso un progetto e una destinazione di natura culturale. Ubicato nelle vicinanze del più noto complesso di S. Domenico che ospita attualmente la pinacoteca di arte antica e grandi mostre temporanee, Palazzo Romagnoli è stato inaugurato il 15 dicembre scorso e ospita oggi la sezione di arte moderna della pinacoteca forlivese.  E veniamo alla seconda storia.

Giuseppe Verzocchi: l’industriale artista
“Sono nato povero e ho dovuto interrompere gli studi a 18 anni perché le 40 lire che costituivano il Giuseppe Verzocchimio guadagno mensile servivano molto in casa. Ho lavorato e lavoro con tenacia, con amore, con frenesia ed è appunto per riconoscenza verso il lavoro, che è sempre stata la mia ragione di vita, che ho invitato alcuni pittori a trattare questo argomento nel loro linguaggio” (da G. Verzocchi, “Il lavoro nella pittura italiana di oggi”, Milano 1950).
E’ da questa passione per il lavoro e dal riconoscimento del suo valore, che Verzocchi inizia a collaborare con oltre 70 artisti fra i maggiori del ‘900. Con un’intensa corrispondenza commissiona loro opere esplicitamente ispirate al lavoro. Verzocchi è divenuto un industriale e fabbrica mattoni refrattari che recano il marchio di fabbrica V&D. Agli artisti propone, per la realizzazione delle loro opere due vincoli: la dimensione, 90×70 cm e l’inserimento, nell’opera, di un mattoncino V&D, quasi una firma ma anche un elemento comune alle opere, che sancisce l’indivisibilità della collezione e salvaguarda la continuità narrativa della rappresentazione del lavoro nelle sue varie forme ed espressioni. Il risultato è singolare e di grande valore espressivo, artistico e culturale.

Verzocchi  (Forlì 1887 – Milano 1970) tuttavia non si definisce un collezionista e non vuole essere definito un mecenate. Dice di sé: “ Con 3 stabilimenti, 1.000 operai, 100 impiegati non so cosa mi salta in testa a dar tanto tempo agli artisti”. E ancora: “Sono refrattario all’arte, ma anch’io ho una certa sensibilità”. Ed è proprio qui il punto che fa di lui un personaggio straordinario: l’intuizione e la consapevolezza che solo il linguaggio dell’arte e la bellezza che grandi artisti sanno creare e tradurre, restituiscono al tema, il lavoro, il valore che questo ha per l’Uomo. Ricorrendo al linguaggio artistico, se ne può comunicare e rivelare il contenuto ossia la sensibilità, l’abilità, l’intelligenza, l’ingegno e la passione che uomini e donne investono nel loro fare e nel loro pensare creando valore sociale e produttivo. Verzocchi, l’industriale artista, non è tale solo perché partecipa alla formazione dell’opera d’arte ma anche perché si fa artefice di un’operazione che, nella sua finalità divulgativa, crea cultura in quanto rivela e fa riflettere sui fattori che determinano appartenenza, comunità e dunque, identità individuale e collettiva. Riflessione quanto mai attuale nel contesto contemporaneo.

Un innovatore lungimirante nel suo stile di comunicazione, che, pur sostenendo che “i mattoni refrattari si vendono per virtù propria e non per la pubblicità”, usa lui stesso il linguaggio artistico per raccontare il suo lavoro e promuovere il suo prodotto fino a divenire punto di riferimento di diversi artisti che gli scrivono per prendere parte alle sue campagne pubblicitarie.  Il 27 giugno del 1948 per es. fa pubblicare sul “Corriere della Sera” un’incisione autoritratto di De Chirico accompagnata da un messaggio che comunica le sue idee innovative sull’evoluzione del prodotto e del settore. Una forma ante litteram di posizionamento del brand  e di branding (come si direbbe oggi) attraverso la cultura e l’arte.

Grandi artisti del ‘900
Opere della collezione VerzocchiCompongono la collezione 70 opere  che raccontano il lavoro in modo descrittivo esprimendone la fatica, i gesti, il contesto o nella sua essenza, come azione emotiva, fisica, mentale di investimento umano, fino ad una traduzione simbolica. Dalle raffigurazioni del lavoro agricolo, alla pesca, al lavoro industriale e artigiano, a quello domestico, fino al lavoro che crea l’arte stessa. Dal tornitore e dalla tessitrice di Depero, alla rappresentazione del lavoro di Sironi, da “L’architrave” di Campigli alle raffigurazioni al limite dell’astrazione di Vedova, Moreni, Capogrossi, Afro, alla simbologia di Casorati e poi ancora Guttuso, Cagli, Pizzinato, De Chirico, Morlotti, Turcato, Prampolini, Mafai, De Pisis, Maccari, Rosai, Carrà, Campigli, Sironi, Casorati, Oppo, Capogrossi, Donghi, Parmeggiani, Sassu, solo per citare i più noti.

La collezione
La collezione “Verzocchi” fu esposta per la prima volta nel 1950 a Venezia in occasione della XV biennale d’arte . La mostra “Il lavoro nella pittura italiana di oggi” fu aperta al pubblico per 4 mesi, nel corso dei quali il pubblico stesso fu chiamato a votare le opere in una sorta di giuria popolare, per l’assegnazione dei premi in denaro, secondo la volontà del titolare della collezione stessa che non seguì la preferenza degli artisti per una giuria di critici.
In seguito la collezione fu oggetImmagini della collezione Verzocchito di un’esposizione a Milano nel corso della quale furono rubate tre opere due delle quali ritrovate. “I pittori di barche “ di Guido Cadorini, invece, non fu mai ritrovata.
Nel 1961 la collezione fu donata da Verzocchi alla città di Forlì che finalmente ha potuto renderla accessibile al pubblico unitamente alle 1123 lettere, cartoline, biglietti, telegrammi della corrispondenza fra Verzocchi e gli artisti, dal 15 dicembre 2013 grazie alla sua collocazione in Palazzo Romagnoli . Le sale del Palazzo comprendono anche una piccola sala con opere di Morandi e una sala con bellissime sculture di Wildt. Qui le due storie si fondono per offrire una ghiotta opportunità culturale e artistica. Un’opportunità a pochi chilometri davvero da non perdere.

Orari:  dal martedì alla domenica dalle 9 alle 13 e il martedì e il giovedì dalle 15 alle 17.30.

(Virna Gioiellieri)