Bologna. Che cosa si intende per Social Housing e Social Building? Partendo dalla definizione del Cecodhas (Comitato Europeo per la promozione del diritto alla casa) possiamo definire il Social Housing quale offerta di alloggi e servizi con forte connotazione sociale, per coloro che non riescono a soddisfare il proprio bisogno abitativo sul mercato. Bisogna inoltre pensare alle nuove esigenze della città, quali l’Housing temporaneo e il Coworking.

L’Housing temporaneo si apre a quelle persone che, per differenti motivi ed esigenze, necessitano di un alloggio a canone calmierato per un tempo determinato: studenti, ricercatori, stagisti, utenti della città in generale nonché persone che si trovano in una situazione di momentanea difficoltà abitativa. Il Coworking invece, risulta funzionale ai nuovi bisogni del mercato in quanto è uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente. Tale tipologia di condivisione lavorativa favorisce la possibilità di fare Rete, di avviare Start-up e incubatori d’impresa.
 

Il mix sociale e funzionale degli alloggi e dei Servizi (Social Building), costituisce la base su cui si fonda il lavoro di coesione e di solidarietà funzionale al recupero di aree degradate dei nostri quartieri e delle nostre città, non solo dal punto di vista urbanistico ed edilizio, ma anche dal punto di vista della vitalità urbana. La scarsità di soluzioni abitative accessibili ai giovani ad esempio, ha determinato nelle nostre città la contrattura della popolazione più giovane innescando il cosiddetto fenomeno dell’espulsione dalla città. Promuovere iniziative abitative e lavorative innovative costituisce quindi un investimento nella qualità e nella capacità di rigenerarsi della città e dei suoi abitanti.

In Italia la legge finanziaria del 2008 ha introdotto concetti innovativi riferibili al Social Housing. Compare di fatto una logica contrattuale e di scambio urbanistico finalizzata all’attuazione dell’ Edilizia Residenziale Sociale (anche con aumento di volumetria premiale). Il Social Housing è così finalmente sdoganato, viene riconosciuto come standard urbanistico aggiuntivo o come dotazione territoriale delle nostre città (un servizio come i parcheggi e il verde pubblico).

Perché ricorrere al Social Housing? E’ facile cogliere come la questione abitativa incida sulla coesione sociale e sulla competitività. La mancanza di abitazioni ad accesso ragionevole limita in primis la mobilità dei giovani, la loro autonomia e i loro progetti di vita; Penalizza chi cerca e/o cambia lavoro muovendosi fra diverse le realtà territoriali, e fra i diversi Paesi; Crea oneri anche per le stesse aziende che cercano nuove maestranze; Blocca l’ascensore sociale, condizionando le scelte degli studenti universitari e di tutto quel mondo delle “intelligenze” italiane ed estere che hanno bisogno di opportunità, anche nel modo e nei costi dell’abitare.
 

Le città senza Social Housing si rendono pertanto non inclusive, divise fra ambiti urbani fortemente gerarchizzati. C’è bisogno dunque di edilizia sociale per legare insieme qualità urbana, inclusione, crescita. C’è tuttavia un motivo ancora più impellente e diretto per agire, spesso trascurato e oggi addirittura ai margini delle politiche pubbliche. La domanda di alloggi non è sostenuta da chi non ha una casa in cui vivere, ma da chi  ha una casa e paga un canone di affitto (o una rata di mutuo) con sempre maggiore difficoltà e da chi cerca un’abitazione in affitto accessibile per iniziare ad organizzare un progetto di vita o di lavoro. Disagio che non riguarda però solo le fasce in assoluto più deboli della popolazione. Vi è una vasta area “grigia” di persone che si trovano a fronteggiare il problema abitativo pur potendo contare su un reddito e su una condizione di relativa stabilità. Un’area, dal confine non sempre preciso, che in diversi casi abbraccia anche situazioni di povertà relativa (famiglie monoreddito di operai, impiegati, dipendenti pubblici; giovani coppie, pensionati, piccoli artigiani, partite IVA).

Servono politiche diversificate, flessibili, articolate sul territorio, in grado di rispondere a diversi tipi di bisogno e necessariamente basate su un sistema di operatori più ampio. Occorre infine favorire, come avviene nelle esperienze europee più avanzate, all’interno delle città una composizione maggiormente mista, invertendo pericolosi processi di polarizzazione sociale. Ciò si traduce necessariamente in un ampliamento dell’articolazione dell’offerta, introducendo alloggi pensati per diverse categorie di utenze, con un forte mix tra proprietà ed affitto.

Luca Biancucci (Ideatore di 2020cityplus, LINK).

 

Maggiori approfondimenti sul tema verranno offerti  durante il corso “Pillole di Smart City” che si terrà a Imola Lunedì 27 e Martedì 28 gennaio 2014. Per maggiori informazioni e per le iscrizioni si rimanda al seguente LINK.