Par di vederli, le banane d’ordinanza in mano, il giorno del giuramento.

“Hai saputo chi è diventato ministro?”

“Chi?”

“Una negra, cazzo, una negra, del Congo”.

La crisi, il governo dei flussi migratori, la costruzione di una società multiculturale, quel che fa o non fa Cécile Kyenge non c’entra nulla con le aggressioni alla Ministra.

Non c’entra la politica, l’opposizione a Letta, il declino che spinge la Lega ad alzare, se possibile, i toni e ad abbassare, impossibile, la soglia di decenza.

Piccoli alibi, anche il peggiore degli uomini non ama far mostra di esserlo.

Ciò che fa ribollire le viscere dei seguaci di Borghezio è che “quella là” è nera.

E fa pure il ministro.

In casa nostra.

E’ razzismo puro, non tagliato, mortale.

L’evoluzione della specie non monda la bestia, non copre il suo insopportabile fetore, non nasconde le sue oscene fattezze.

E’ vero, come sostiene Alain Finkielkraut, che la ripetizione pedagogica uccide l’emozione e molti vi vedono solo la stanca ripetizione di un clichè.

E’ accaduto, con la Resistenza, con la mafia.

Dobbiamo cercare nuovi modi per favorire la presa di coscienza sui grandi temi civili, per suscitare l’indignazione, oggi dispersa in mille rivoli, spesso insignificanti.

La costruzione di una società multietnica e multiculturale è difficile.

Non sopporta banalizzazioni ideologiche.

Una politica dell’accoglienza richiede la capacità di governare, anche su basi materiali, i contrasti che si aprono.

Occorre distinguere fra il bisogno di comunità di un Paese smarrito e la degenerazione razzista.

Per evitare una confluenza, per tenere separate le acque chiare, o solo intorbidite, dalle acque scure, è necessario alzare argini culturali.

La libertà che proclamiamo di amare vuole che ci liberiamo dei nemici che portiamo dentro di noi.

Il mito dell’autoctonia, lungi dal rappresentare la nostra identità, la nega.

Ignora che l’Europa è il risultato di una grande mescolanza di popoli.

Che è un continente nomade.

L’ideologia del sangue e della terra a volte serve a costruire le nazioni, più spesso a disfarle.

La bestia immonda non porta niente di buono.

Né all’anima né alle tasche.

Dice Luigi Einaudi all’Assemblea Costituente nel 1947:

«Le barriere giovano soltanto a impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ciascuno di essi uno strano e incomprensibile linguaggio di “spazio vitale”, di “necessità geopolitiche” e a far pronunciare a ognuno di essi esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi che fossero lebbrosi e quasi il restringimento feroce d’ogni popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza».

Non c’è altro da aggiungere.

 

(Guido Tampieri)