Claudio Abbado non è più tra di noi. E… ancora una volta sbaglio di grosso perché la sua immagine, così vivida e netta che ci è pervenuta attraverso l'ascolto delle sue interpretazioni musicali rese dalle più grandi e famose orchestre del mondo non ci abbandonerà mai.
Se è vero, ed è vero, che la musica è uno dei pochi linguaggi veramente universali, Abbado è riuscito a renderla ancora più universale imponendosi come immenso trasportatore del messaggio della musica in ogni dove e in ogni tempo, distinguendosi per l'impegno unitamente all'altissima qualità della sua lettura.

Un uomo decisamente oltre l'umana misura che ha saputo prendere in mano un'orchestra come i Berliner che, dopo la morte dell'altro grande direttore Karajan, apparivano spaesati e in difficoltà per riportarli nell'altissima posizione dell'esecuzione musicale a loro spettante, ma anche impegnato, nonostante l'età e la malattia, nel recarsi oltre atlantico, in Venezuela, nella nascita della “Simòn Bolivar Youth Orchestra” per essere ancora una volta testimone dell'universalità del messaggio musicale. Ascoltare queste due orchestre, così lontane tra loro nella storia, nella tradizione e nella stessa cultura di appartenenza, può rendere chiara l'idea di quanto siano assurde e prive di fondamento le idee di quanti vedono differenze nel colore della pelle, nella forma del viso e nel tipo di pettinatura: da un lato il nero dei tight ed il bianco degli sparati dei Berliner, tanto irreprensibili nella loro presenza e dall'altro un gruppo di giovani e giovanissimi, spesso vestiti casualmente, impegnati nel produrre la stessa musica. Il risultato delle due esecuzioni è certamente diverso ma sarebbe errato tentare di individuare un ordine di preferenza, come lo è ogni volta che ci si trova a contendere tra i valori dell'arte.

Ho avuto la fortuna di essere presente ad alcune delle sue esecuzioni ed il ricordo di quegli istanti non mi abbandonerà mai, tanta è l'intensità delle sue interpretazioni, sempre costruite nel rispetto delle linee del compositore  e sull'attentissima lettura degli spartiti: appartato in un angolo del teatro, ad occhi chiusi, ascoltavo le linee dell'armonia non permettendo a nulla e nessuno di interferire. Sempre, alla fine, l'urlo e l'applauso del pubblico lo accompagnava non riuscendo comunque ad esprimere l'intensità delle sensazioni ricevute. Le sue ultime letture di Mahler o l'esecuzione del secondo di Brahms affiancando Pollini ed i Berliner resteranno per sempre nell'Olimpo della musica, ma nell'angolo del nostro cuore rimane anche l'esecuzione del triplo concerto di Beethoven con Lonquich (allievo dell'imolese Franco Scala), Gringolts e Brunello insieme alla Simòn Bolivar.

Non ci resta che essere orgogliosi, come italiani, di aver dato i natali sulla nostra terra, ad un uomo che ha portato la cultura Italiana ai massimi livelli in tutto il mondo e di affermare che, come è stato detto, se fosse possibile donare il tempo della vita, un po' del nostro tempo donato a Claudio non sarebbe stato di certo sprecato. Grazie, Claudio, per averci fatto capire che la condivisione della bellezza è e resterà per sempre una delle caratteristiche più spiccate nella distinzione tra gli uomini e le “bestie”.

(Mauro Magnani)