Si era sistemato il camper nel piccolo campeggio presso Rudl-Stadl, tanto verde, tanti alberi e tanto profumo di campagna, di cose buone; meraviglioso ed invitante sorbire il caffè in mezzo a tanta bellezza e silenzio. Le biciclette sono pronte, il pieno di acqua nelle borracce, un'occhiata ai documenti e alla cartina e via: nuova tappa quotidiana di questo nostro itinere lungo le sponde del Danubio. Siamo via da casa da parecchi giorni, ormai, e la data del rientro si avvicina. Ora si discende il fiume fino a Wallsee-Mittrerkirchen, si passa dall'altra sponda e si ricomincia a risalire la sponda sinistra. Oggi previsti 62 km.

– 1923: un giovane pittore di nome Adolf, reduce dalla prima guerra mondiale, tenta un colpo di stato in Germania e finisce in prigione. Durante la detenzione scrive un libercolo che verrà poi pubblicato con il titolo di Mein Kampf.
    
Il tragitto fino al ponte è tutto in leggera discesa ed il fondo è molto buono: superiamo tanti altri compagni di viaggio e veniamo superati da altrettanti forse un po' troppo frettolosi. La mattinata è gradevole, il cielo è sereno e tutto sembra andare per il meglio.

– 1933: il giovane pittore vince le elezioni in Germania e viene nominato Presidente del Consiglio.

Transitiamo sul ponte con le bici alla mano, osservando una lunga chiatta che transita sotto le arcate. Appena raggiunta l'altra sponda prendiamo subito a sinistra e cominciamo a risalire il corso del fiume con destinazione Steyregg e poco oltre un altro ponte che ci riporterà sulla riva del ritorno.

1933/35: le libertà democratiche sono sospese, proibiti i rapporti tra tedeschi ed ebrei. Provvedimenti passati sotto l'appellativo di “Leggi d Norimberga”.

Poche pedalate e raggiungiamo la bancarella di un agricoltore locale che espone splendide ciliege: rosse, profumate e dolci. Una piccola sosta sotto un verdissimo ed immenso platano confortati da frutti squisiti. Qualcosa di meglio?

– 1938: leggi che programmano l'eliminazione di handicappati e malati di mente, poi ritirate per il forte dissenso popolare.

Si riprende a pedalare in leggera salita lungo un tracciato sterrato ma piacevolissimo. In distanza si intravvede un piccolo castello con tanto di torri e merli: siamo ansiosi di arrivare nelle vicinanze per osservarlo da vicino. Appena arrivati ci si rende conto che si tratta di una recente costruzione e non di un fabbricato storico: un po' delusi riprendiamo il cammino.

– 1939/41: invasione della Polonia (altre regioni confinanti di etnia tedesca sono già state assorbite fra le quali l'Austria). La guerra su tutti i fronti sembra andar bene: in quel di Varsavia gli Ebrei vengono rinchiusi in ghetti mentre a Kiev vengono eliminati non sapendo dove metterli senza intralcio all'azione militare.

Poco dopo il piccolo gruppo di case di Vormarkt ci attende una sorpresa: un'indicazione stradale indica, poco lontano, la città di Mauthausen. Immediatamente, come richiamati ad una realtà ineludibile e drammatica, i nostri ricordi individuano, nel sito e nella mente, quello che ci attende: dobbiamo andare a vedere, a toccare con mano. Non era previsto, ma dobbiamo farlo. La strada svolta sulla destra e comincia a salire, in forte pendenza. Con le bici a mano iniziamo a salire e le nostre parole sono “Ma guarda dove siamo!” e “Non ci eravamo accorti che saremmo passati di qua …”. In pochi minuti raggiungiamo l'ingresso di quel posto che ha dovuto assistere alla morte di tanti colpevoli solo di essere di un'etnia diversa.

– 1942: viene concepita ed attuata sistematicamente e con determinazione la “soluzione finale”.

E' difficile da comprendere ma accade entrando tra quelle pareti ora di muratura, ora di legno, che si prende esatta coscienza di ciò che è accaduto non tanto tempo fa. Si, lo so che abbiamo letto Levi, Pavese, Mc Smith e Boll, tanti articoli di giornale e riviste, ma è toccando con mano quelle pietre, sulle quali ora sono appesi cartelli esplicativi in diverse lingue che si prende piena coscienza di quanto è accaduto, quasi si fossero lette storie che non ci appartengono, o unicamente di altri, tanto lontane da noi da essere giustificabile il dubbio, la perplessità… l'indifferenza. Ma perché tutto ciò è potuto accadere?

– La chiusura nella vita privata e il disinteresse per la vita sociale e politica è uno dei fattori causali della tragedia. Per questo c'è la giornata della memoria. Non basta “non dimenticare” bisogna prendere coscienza che l'abbandono dei valori portanti della nostra civiltà (libertà individuale, uguaglianza, solidarietà) unita alla diffusione di idee razziste e violente può – in certi momenti storici – portare a forme simili di sterminio di massa. Non è un meccanismo irripetibile. I momenti storici a rischio si verificano quando le istituzioni perdono di stabilità e legittimità. Se non è lo Stato a codificare i principi entro un quadro coerente di leggi e relazioni tra le parti il rischio di scivolare in fenomeni simili al nazifascismo c'è, proprio alla luce della “non mostruosità” del “non anacronismo”. Ovvero la nostra civiltà – mentalità comune, cultura di massa, capacità tecnologica, scientifica, di organizzazione – produce la democrazia, i diritti dell'uomo e tutto il resto, ma può produrre anche ideologie di superiorità della razza e pianificazione di una qualche “soluzione finale”.

Mentre ci aggiriamo tra quelle baracche, tra quelle fredde stanze in muratura, i forni crematori, un silenzio pesante è caduto tra di noi: non ci sono parole che si possano scambiare per descrivere quello che proviamo, che sentiamo dentro, una pesante ombra che ci attanaglia e ci rende impossibile ogni altra manifestazione che non sia silenzio. Ritorniamo alle nostre biciclette, saldamente incatenate ad un palo e mentre le sciogliamo il nostro sguardo volge ancora una volta verso quei muri, quelle pietre quasi ad accertarci che non si tratta di un sogno, di immaginazione, di una realtà travisata. E' da stupidi e da incoerenti, ma dentro di noi il pensiero ricorrente prende la forma del “… ma allora è proprio vero…”. Il frutto di un popolo malato? Statistiche alla mano ecco la situazione nella Germania di allora: 5% entusiasti di Hitler, 69% indifferenti, 21% dubbiosi e smarriti, 5% decisa opposizione.

– In realtà no. Il nazismo è l'espressione della civiltà moderna, dell'industrializzazione, dello sviluppo della scienza, della tecnica e della cultura storica. I gerarchi nazisti erano persone normali, non mostri. Himmler, il capo delle SS, amava gli animali e la famiglia. Tutti erano amanti della buona musica e delle belle arti. L'eccezionalità e la mostruosità dello sterminio degli Ebrei sta proprio nella sua modernità: nella burocrazia, nell'impersonalità dei compiti, nell'alta tecnologia utilizzata, nell'enfasi degli aspetti medici, tecnici e scientifici. Non è una violenza da barbari primitivi.

Il ritorno verso la sponda del Danubio, facilitata dalla discesa della strada, è breve e veloce: una stretta curva a destra e si riprende il percorso ciclabile lungo il fiume. Ciò che è diverso e condiviso da entrambi è il silenzio: le parole di entusiasmo per la bellezza del percorso, le indicazioni di curiosità o qualcosa di diverso, i piccoli lazzi circa la diversa pedalata o il sudore più o meno copioso hanno lasciato spazio unicamente ad un pesante e consapevole silenzio rispettato rigorosamente da entrambi. La consapevolezza di quanto abbiamo visto e toccato ci opprime, ci sovrasta, non lascia spazio alcuno a nulla.

– Siccome non è stato un evento fatto da mostri, ma da una eccezionale combinazione di fattori delle società moderne, non è affatto escluso che qualcosa di simile si ripeta. Le recenti guerre a sfondo etnico – come la guerra in Jugoslavia – in un certo senso ci ricordano tragicamente l'attualità della storia della shoah.

Il silenzio reciproco ci accompagna  fino al raggiungimento del ponte, dopo Steyregg: poche parole di assenso per la direzione da prendere e siamo nella sponda che abbiamo lasciato nella prima mattina. Ora il percorso coperto da buon asfalto è in lieve pendenza a nostro favore e la pedalata diviene facile e spedita. Non c'è dialogo o richiesta di interventi tra di noi, ma una uguale domanda riempie le nostre menti e i nostri silenzi. Ma perché? Per far cosa?

– Il progetto di Hitler era di ridisegnare la mappa etnica dell'Europa secondo una concezione del mondo divisa in razze. Gli ariani avrebbero dominato; gli slavi sarebbero stati gli schiavi addetti ai lavori forzati, tutto l'est ridotto ad una colonia della Germania da sfruttare e i popoli raggruppati e spostati a seconda delle etnie. Gli Ebrei esiliati in un'isola africana (avevano pensato al Madagascar) oppure eliminati del tutto.

Siamo appena transitati nei pressi di St. Pantaleon ed il termine di questa “tappa” si intravvede, lì a pochi chilometri. Una giornata in bicicletta che ci lascia un profonde segno di vita, di ricordo, di pena, forse di speranza: possibile che si possa ricadere in un orrore tanto inumano? Sarà possibile per qualcuno di noi dover assistere a tanta pazzia e a tanto degrado dei valori di tutti noi uomini e donne? Non è possibile: non ci sarà mai ripetizione di tanto insulso orrore e della ri-nascita di tanto odio e dolore.

– 27 gennaio 1945: I russi, in rapida avanzato verso Berlino, aprono le porte del campo di sterminio di Auschwitz. A loro scoprire, per primi, la drammatica ed inimmaginabile verità.

Eccoci all'ingresso del campeggio, e là vediamo il camper che ci attende in perfetto silenzio: non ci siamo neppure fermati a mangiare un boccone e anche ora, nonostante siano quasi le cinque del pomeriggio, l'appetito è assente. Mangeremo più tardi, dopo la doccia e un po' di sosta ben sistemati  sugli sdrai in vista del fiume. Entrambi siamo ben certi che non sarà facile dimenticare questa giornata.
Non lo sia anche per tutti voi.

(Mauro Magnani)

P.S. Le parti in corsivo che ho riportato fanno parte di appunti di lezioni, di promemoria di scrittura e di dati storici del prof. David Mugnai, storico laureato presso l'università di Firenze che desidero ringraziare chiedendo al contempo scusa per l'appropriazione, ma sono certo sarà giustificata. Grazie.