L'impressione che ho quando guardo e leggo le cose della politica nostrana, a parte l'amarezza, è che non siamo usciti dalla contesa secolare tra guelfi e ghibellini pur con delle varianti inevitabili se consideriamo che la complessità si determina pure con l'entrata di nuovi attori sulla scena politica. Questo conflitto atavico mai risolto è la nostra pietra di inciampo, il nostro limite culturale che riflette vecchie faziosità dalle quali non riusciamo ad affrancarci in nessun modo.

La nostra incapacità a governarci in maniera adeguata e razionale sembra esulare dalle nostre facoltà, forse anche per un limite che appartiene più alle culture latine e di religione cattolica che a nazioni  che a differenza di noi  hanno impianti culturali che sono passati con riforme e rivoluzioni a stadi di evoluzione sociale centrati sul reciproco rispetto. In Italia il popolo detesta i suoi politici e ne è da loro ricambiato con gli interessi. Politica e burocrazia sembra siano coalizzate per vessare in ogni modo il popolo, stando bene attento a non sfiorare la palandrana dei potenti.

Agiscono con malevolenza e arroganza forti del potere inamovibile che detengono e pianificano in tutta tranquillità a tavolino, gli ordini e i gradi delle torture fiscali che servono a perpetuare se stessi e gli amici che li proteggono. Insomma quando si distribuiscono  delle sonore legnate si devono centrare sempre le stesse schiene le quali avendo ormai un callo ben indurito non sentono altro che un remoto fastidio essendo sparita persino la percezione del dolore e con esso ogni spirito di rivolta.

Se guardiamo a paesi politicamente più stabili e strutturati del nostro vediamo che la loro democrazia non è a geometria variabile come la nostra e l'impianto è talmente stabile che, l'avvicendamento dei leader dei diverse partiti non smonta i fondamentali dell'impianto politico e sociale, anzi conferma che i principi della democrazia sono garantiti con ogni leader e ogni partito al governo. I cittadini di quei paesi, a buon ragione, possono godere del loro governo senza dovere credere nella forza di un leader salvatore della patria. Qui al contrario non essendoci nessun impianto politico serio, al popolo elettore bue per antonomasia disprezzato e scansato come la peste si offre lo spettacolo tristissimo di una lotta di ambiziosi che si contendono il berretto di macchinista.

Una volta, ai tempi che furono e che sono, il conte partiva lancia in resta con i suoi manipoli alla conquista delle terre del marchese, armato e corazzato pronto alla pugna e alla conquista dei campanili altrui, ora senza usare le mazze ferrate le cose sono cambiate di poco, ci sono sempre sullo sfondo i salvatori della patria che chiedono di credere nei loro trenini ancora in officina con operai che lavorano a orario ridotto e sui quali pretendono di far salire il popolo italiano per arrivare a Shangri-la, su un binario che più morto di quello c'è solo il mar Morto.

Quello che ci troviamo tra le mani sono arnesi che vengono da officine ormai chiuse, ferrivecchi che quando va bene risalgono al ventennio e che i politici non correggono e che la burocrazia applica con una pervicacia ottusa e maligna. Piovono numerosi gli appelli alla speranza come se questa scendesse dall'alto come una benedizione, si crede che a illuminare i cuori e le menti dei cittadini sia sufficiente un generico appello dei leader che infiamma la testa e la pancia ma che si arena al primo agguato o rimane impigliato nelle infinite reti a strascico di cui è pieno il mare magnum della nostra politica. Senza toccare la nota dolentissima dell'economia con questa mancanza di presupposti anche la speranza, scusate, che fine fa?

(Ivano Nanni)