Continua la pubblicazione di articoli riferiti alla Memoria, perchè il 27 gennaio non sia solo una data. Questo pezzo è stato scritto da una studentessa dell'Istituto tecnico agrario “Scarabelli” di Imola, Veronica Goiellieri, nel 2009.

“Il sabato santo 1945 alle ore 10 son sta liberà / o dio mio che grazia m’hai dà / ora ho finito di tribolar e si comincia a divertir”. Parole di gioia, di esultanza. Un canto di liberazione, di rinascita. Dopo quasi due anni di prigionia, di lavoro coatto, di fame, di sofferenza, Silvio Giacometti, soldato italiano di Imola, sballottato da un campo di concentramento ad un altro, dopo l’armistizio dell’8 settembre, non poteva fare altro che cantare per dimostrare quanto “il suo cuore si spezzava dalla contentezza”.

Sono queste le parole del suo diario inedito ritrovato dalla nipote Roberta Giacometti. Esprimono le sensazioni di un ragazzo pieno di vitalità, forza d’animo, sogni e speranze, di un ragazzo che ha trascorso “i più begli anni della sua gioventù” lontano dalla famiglia, sfinito dalla stanchezza, dal freddo, dalla fame e dalle malattie. Non poteva dimenticare, non poteva rimanere in silenzio, e ha scritto per dare una testimonianza a tutti delle condizioni in cui uomini di ogni posizione (“colonnelli, generali, con una spanna di gradi che si incodano come noi al rancio”), età, nazionalità, venivano “trattate come bestie” dai tedeschi durante i giorni bui del secondo conflitto mondiale. La storia non è fatta solo dai grandi,ma è nelle piccole vicende personali, in quelle storie che si perdono nella memoria di chi ha vissuto quei momenti che si può riscoprire il sapore ed il valore umano di eventi spesso trattati con freddezza nei libri di storia.

L’8 settembre 1943 apre una pagina drammatica della storia italiana. L’armistizio, firmato dal generale Badoglio, sciogliendo l’alleanza con la Germania nazista, porta la confusione totale nell’esercito stanziato nelle zone di guerra: i soldati, abbandonati dai loro ufficiali, senza riferimento, non sanno quale sia il nemico contro cui combattere. Per gli italiani non era affatto arrivata l’ora della pace. Gli amici di Silvio sbagliavano ad essere “più contenti che mai”, “sempre allarmi tutti i minuti, i partigiani attorno alle caserme”.

Per Giacometti, come per moltissimi soldati italiani, comincia un periodo in cui nessuno sa cosa fare, contro chi lottare. In un clima di caos e incertezza per il futuro, Silvio e molti dei suoi compagni, che si trovano in Istria, si avviano verso casa credendo di abbandonare una volta per tutte la terra “maledetta”.

Quei momenti rivivono nelle pagine del diario di Sillo, come lo chiamavano gli amici, le sue parole, semplici come semplice era lui stesso, ma proprio per questo cariche di significato, ci offrono un quadro tragico e struggente delle paure e delle speranze di tanti giovani come lui.

Inizia quindi il suo faticoso cammino verso Trieste, tormentato dal timore per le possibili rappresaglie dei partigiani, da una parte, e per i rastrellamenti dei soldati tedeschi dall’altra. E’ emblematico in questo senso un episodio vissuto dal narratore: un partigiano gli punta addosso un’arma da fuoco, e il ragazzo viene colto da paura e senso di impotenza, tanto che nella sua immaginazione, quella che probabilmente era un normale rivoltella, assume dimensioni esagerate (“una pistola dalla canna di 30 centimetri”). Il sospetto della deportazione diventa una tragica certezza quando gli ex-alleati tedeschi incolonnano lui ed altri suoi compagni per caricarli su un treno con destinazione ignota.

Dapprima viene portato nel campo di concentramento oltre a Francoforte, sull’Oder, a 120 km da Berlino. Qui si trova immerso in mille difficoltà: dal cibo appena sufficiente, all’estenuante fatica di un lavoro “troppo pesante non essendoci neanche abituato”, dalle notti trascorse al freddo in baracche aperte, alla nostalgia per gli affetti lasciati. Molti soldati si lasciano convincere all’arruolamento nelle SS nella speranza di tornare in Italia.

La vita da prigioniero si rivela sin dai primi giorni un’esperienza devastante e ciò non fa che acuire l’odio e la rabbia verso l’oppressore Hitler, gli aguzzini tedeschi e l’assoluta malvagità del conflitto. Turni di lavoro inumani, condizioni igieniche disastrose, vestiario inadeguato (stesso vestito durante inverno e estate), soprusi e maltrattamenti.

Nonostante le sofferenze e l’umile estrazione sociale, l’improvvisato cronista dimostra estrema lucidità e capacità critica nel giudicare il comportamento dei suoi guardiani e dei capi camerata: non sono loro i veri responsabili ma i vertici del governo di Berlino.

A soli 23 anni, sballottato nella realtà dura e drammatica del lager, trova di fronte ai suoi occhi scene di violenza ingiustificata e raccapricciante: un soldato tedesco che “sparò un colpo di moschetto al ventre” di un compagno di Silvio che stava lavando “qualche straccio vicino ai reticolati”, un dottore che rimprovera ai detenuti di essere dei vigliacchi e di non essersi arruolati nell’SS, senza preoccuparsi minimamente di svolgere il suo lavoro. Questi i personaggi cinici e disumani con cui Silvio, per circostanza e per necessità, è costretto a intrecciare la vita.

Con il passare del tempo la rabbia aumenta ed il senso di moderazione viene meno, lasciando adito agli istinti e ai rancori più profondi. Oggetto della sua ira sono soprattutto “quello sporco Hitler” e “quello sporcaccione del duce” oltre che i generali e la popolazione della Germania nazista, senza risparmiare critiche anche ai superiori dell'esercito italiano che hanno abbandonato l' anonima fanteria nel momento di maggior bisogno.

Le sue condizioni fisiche peggiorano di giorno in giorno, ma ciò che ancor più lo opprime e lo sconforta è il pensiero dei cari lontani, la paura che possa essere accaduto loro qualcosa, il ricordo dei Natali felici trascorsi insieme. È il Natale del ‘43 e Sillo è solo. E’ mutato il luogo in cui deve lavorare, una fabbrica nei dintorni di Erfurt, ma non sono mutati i sacrifici che deve sopportare, non è mutato il suo stato di “sacco di ossa” a causa dei continui digiuni e delle malattie. Qui il dottore è un uomo onesto, si prodiga per portare un po’ di sollievo “a quelle povere anime”, senza, purtroppo, il necessario per poterle curare: conforto, quello procurato da quei piccoli atti di generosità fatti dal dottore, rara quanto quei momenti di gioia di fronte ai pacchi mandati dai suoi genitori colmi di miele, marmellata e zucchero, che intimamente lo riavvicinano alla famiglia amata.

Il tempo passa: il 5 giugno del ‘44 molti italiani vengono destinati al servizio di privati nelle fattorie. Qui, dapprima, le condizioni di vita appaiono migliori e, nonostante il duro lavoro, vitto e alloggio sono più che sufficienti per sopravvivere. La situazione, però, cambia in fretta, lo sforzo per il lavoro si fa sempre maggiore e Giacometti desidera andarsene via anche dalla noia e dalla solitudine di questa nuova occupazione “le ore non passano mai”: portare al pascolo le bestie gli dà modo di pensare a casa ed egli soffre il peso di un ricordo struggente. Tra un’esistenza che si fa sempre più insopportabile e un odio verso il popolo tedesco che si fa sempre più forte, trascorre il suo secondo Natale. Silvio sa che il fronte in Italia “è di passaggio nella bella Romagna”.

La guerra si sta avvicinando alla fine, i bombardamenti sono sempre più pressanti, i continui passaggi di truppe tedesche in ritirata, le frammentarie notizie di radio e giornali sull’avanzata degli alleati, il tuono dei cannoni in lontananza alimentano nei prigionieri la speranza di una liberazione ormai prossima. Finalmente nel marzo 1945 i tedeschi si ritirano definitivamente, gli alleati stanno arrivando.

Ma ancora una volta Sillo si deve confrontare con la dura legge della guerra: a seguito dell'esplosione di un autoblindo americano ad opera delle SS, gli alleati effettuano una brutale rappresaglia bruciando tutto un paese. Violenza contro violenza.
Il 3 aprile, gli Alleati entrano nel paesetto in cui si trova Silvio: non è più un prigioniero! “Il cammino verso l’Italia è lungo, ma la strada è libera e la meta è fissa”. Può partire, la linea gotica, il 21 aprile 1945, è stata infranta, l’Italia inneggia ai suoi liberatori.

Durante il viaggio di ritorno incontra scene di distruzione, ovunque stazioni, linee ferroviarie, case, edifici abbattuti. Quale futuro?

La testimonianza di Giacometti si conclude il 14 luglio 1945, giorno che non coincide con l’arrivo a casa ma con il proseguimento della difficile marcia verso l’Italia. Arriverà a casa solo nel mese di settembre (38 kg per un’altezza di 1 m e 80). La madre Caterina Canè aveva venduto l’eredità di famiglia per potergli inviare i pacchi di generi alimentari trovati faticosamente al mercato nero.

Silvio Giacometti detto Sillo era nato ad Imola il 27 gennaio 1921, aveva fatto solo la quinta elementare. Per una strana coincidenza del destino è morto nella sua città natale il 27 gennaio di 30 anni fa. Il 27 gennaio è il giorno della Memoria.
Una data emblematica nella vita di Sillo che pare volersi ricongiungere con se stessa. Un cerchio che racchiude un frammento di storia destinato all’eternità della memoria.