«Il fratello del babbo è un anarchico». Lo diceva sottovoce la mamma; in casa se ne parlava ogni volta che si avvicinava la data delle elezioni. Il fatto che lo zio non andasse a votare, che non si avvalesse di un diritto conquistato con la lotta e la resistenza, in famiglia era motivo di dubbi e di discussioni.
Per me gli anarchici erano dei personaggi fuori del comune, battaglieri, pronti a morire per un ideale, per la loro causa: questa era per lo meno l'immagine che mi ero fatta di loro leggendo con curiosità i libri che, in quegli anni, gli anni settanta, si vendevano con successo in libreria.

Ma la lotta non faceva parte del carattere dello zio: era la persona più buona e più paziente che io conoscessi. Gran lavoratore, era falegname. Il suo compito, nel gruppo anarchico, era quello di fare manutenzione alla vetrina del loro giornale che stava nella piazza della città.
Ogni anno la toglieva dal muro, la portava a casa, la scartavetrava ben bene e la riverniciava, oliava i cardini e la risistemava, come nuova, al suo posto.

«Se non lo faccio io» mi diceva mentre lo guardavo lavorare «non lo fa nessuno. Ognuno si deve occupare di ciò che sa fare e ci vogliono anche quelli che pensano a queste piccole cose, per mandare avanti un'idea!»
Lo zio viveva con la sua mamma, la mia terribile nonna, accanto alla nostra casa e non si era sposato. Io gli volevo un gran bene. Quand'ero piccola mi prendeva con le sue mani forti e mi faceva fare le capriole sotto le sue gambe, tante, tante volte. Quando mi lasciava avevo l'impronta della forza delle sue mani nei polsi e mi venivano i lividi, ma mai avrei rinunciato alla mia giostra personale.

Una pagina del diario di Sillo Lo zio era per davvero buono e, a ragione di ciò, la nonna ricordava che quando era garzone di bottega, alcuni compaesani dispettosi gli fecero uno scherzo e gli chiesero di andare in farmacia a comprare per loro “l'armòr ed caróza”, il rumore di carrozza. Lui, come sempre gentile, entrò in farmacia e quando all'uscita i suoi compari lo derisero lo zio disse loro che non c'era nulla da ridere, semplicemente l'avevano finito: e ora, che volevano ancora da lui?
Era ingenuo, fiducioso, per nulla combattivo. Un anarchico non ribelle: era un modo di esserlo che volevo approfondire.
Il suo ideale era di sicuro il frutto del fascismo subìto, della guerra e dei due anni di prigionia nei campi di lavoro in Germania. Era maturato in lui istintivamente, senza una ragione teorica, una linea politica che egli potesse esprimere con parole sue. Mi diceva quando io lo interrogavo in merito: «Cosa avresti fatto tu? Se a vent'anni ti trovi in guerra, a vent'anni, e i tuoi superiori, quelli che avrebbero dovuto garantire per la tua vita, ti abbandonano senza spiegazioni da un giorno all'altro? A vent'anni si sopportano tante cose… ma io mi trovai su un treno diretto in Germania e, siccome non accettai di fare il soldato per quel porco di Hitler, per due anni ho lavorato come una bestia senza mangiare. Sapessi cosa vuol dire patire la fame… È una cosa che ti toglie ogni altro pensiero: leggi il diario che scrissi in quei giorni e capirai. A vent'anni si sopportano tante cose… e dopo, quando riuscii a tornare, non ne volevo più sapere di divise, di capi, di ordini! Perché noi uomini siamo tutti uguali, capisci? E tu divertiti, studia e cresci libera e intelligente, vai a testa alta: anche questo è anarchia».

Lessi il suo diario che aveva tenuto in quei due anni di prigionia: era il diario di un soldato  semplice tenuto al giogo, di un giovane che soffriva la fame e l'abbandono, di un uomo che voleva tornare a casa e con poche frasi non faceva altro che ripetere: ho fame, e ribadiva l'odio per i tedeschi che lo tenevano in questa condizione disumana.
«Come hai fatto zio a resistere?» gli chiesi un giorno. «Leggere il tuo diario è commovente, doloroso, ma sai, ho anche sorriso! A un certo punto scrivi che avevi tanta fame che ti saresti perfino mangiato un rospo!»
«É che non c'erano più neanche quelli! Eh, cara mia, che vita! Avevo vent'anni e speravo solo di poter tornare per rivedere la mia terra e la mia mamma, è così, non ci crederai; oggi, vedi, non facciamo altro che litigare, ma allora io volevo solo riabbracciarla e poterla rivedere!»

La sua mamma, la mia terribile nonna, aveva speso tutta la sua eredità, cinquemila lire di quei tempi, per comprare al mercato nero alcuni beni durevoli, come zucchero e cioccolata e farglieli recapitare, tramite la Croce Rossa, in Germania. Lo zio ne parlava nel suo diario: solo la speranza di quei pacchi l'avevano fatto stare in piedi, solo l'idea che qualcuno pensasse ancora a lui l'aveva tenuto in vita e in grado di sopportare le botte e i soprusi. Al punto che, mi raccontava, per sopravvivere al campo era diventato insensibile al dolore fisico: quando c'era da prendere una colpa se la prendeva lui, comprese le bastonate dei tedeschi che ne seguivano. Mi fece vedere che ne portava ancora i segni sulla schiena.

Dopo questo racconto la nonna mi apparve sotto un'altra luce: vedevo una donna in pena, che cercava da lontano di tenere in vita suo figlio con ogni mezzo, privandosi di tutto. Una donna che aveva amato. Una donna che meritava amore. (Roberta Giacometti)

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