Imola. Gli appelli che già da diversi mesi compaiono, soprattutto su questo sito, a proposito del degrado del Parco delle Acque Minerali mi hanno indotto, nell’alba autunnale (molto alba) dello scorso anno a tornare a fare un giro al Parco. E così in pausa pranzo, rinunciando al pranzo, sono tornata dopo molto tempo, in un luogo caro a me e a molti imolesi, per toccare con mano lo “stato dell’arte”. Pura curiosità di una bella giornata di sole dal clima ancora caldo. Oggi, dopo la pubblicazione dei begli articoli di Giuliana Zanelli e di Marco Cacciari, i racconti di Roberta Giacometti e la più recente e allarmata denuncia delle associazioni ambientaliste a seguito delle copiose piogge di questo grigio pseudo inverno, non ho potuto fare a meno di riprendere il filo del mio pensiero in proposito. Torno a qualche mese fa.

 

Un parco ritrovato

Strana sensazione tornare in un luogo che mi porta in un passato lontano e mi procura una stretta al cuore. Perché lì c’è parte della mia vita come di quella di moltissimi imolesi doc e una stretta emotiva è inevitabile. La sensazione è di abbandono, di un luogo dimenticato tranne che da qualche gatto (uno si sporge guardingo e attraversa velocemente, quasi impaurito, lo spazio davanti a me), dai volatili che abitano ancora i laghetti oltre la pista da ballo e da quelli che invece si parlano da un albero all’altro ancora festosi. Mio padre avrebbe dato un nome a ciascuna voce e richiamo, tipico solo di chi è cresciuto in una relazione diretta con la Natura e non ha bisogno di enciclopedie o illustrazioni per riconoscere i piccoli ciarlieri pennuti abitanti degli alberi. Nostalgia di un sapere mai trasmesso.

 

A rafforzare la mia sensazione, un lampione rotto, che sosta paziente, dimezzato; cestini della spazzatura vuoti, segno della poca frequenza, visto che i rifiuti sono sempre l’inequivocabile traccia del passaggio umano (a meno di pensare ad un efficientissimo e zelante servizio di rimozione degli stessi). L’area che un tempo ospitava Bambinopoli con tanto di arco segnaletico all’ingresso, privata di giochi e altalene, è vuota e sembra troppo grande a fronte del ricordo. Quante soste in quelle altalene da 4/6 posti, dove si faceva a gara a chi riusciva a fare andare più forte l’altalena e qualcuno aveva paura quando prendeva velocità. In fondo a quell’area, una volta si vedevano le sabbie gialle e le rocce con i fossili, tracce del mare che la occupava un’infinità di anni or sono e meta di istruttive uscite scolastiche. Oggi rimane una targa opaca segnale di una memoria destinata all’oblìo.

Per chi come me ha frequentato la Scuola all’aperto (Saa), oggi Montebello, il giro al Parco nella bella stagione era a portata di mano. Bastava attraversare la pista dell’autodromo aperta al traffico ordinario ma poco frequentata, per vedere in diretta quello che la maestra ci aveva raccontato in classe sulle pregiate sabbie gialle e sui girini, numerosi nel rio Rondinella che passa proprio di lì e che catturavamo per vederli diventare rane in classe dentro una grossa boccia di vetro piena d’acqua. Più in là, il muro che una volta delimitava il campo di tamburello e che ora si affaccia sulla pista dell’autodromo, sporcato da graffiti disordinati privi di estetica. Come una ferita rompe l’armonia di una Natura silenziosa. E ferita è, perché dopo l’incidente in cui morì Senna, l’Autodromo fu messo sotto accusa con una campagna molto aggressiva, che portò ad ingenti e costosi lavori di modifica del tracciato, sacrificando un impianto sportivo dove si allenava e giocava una squadra di serie “C”. Arrivando dal viale Azzurri di Italia, risuonavano i colpi sordi e inequivocabili della pallina che rimbalzava sui tamburelli dei giocatori; un suono famigliare e tipico del Parco.

 

Mi imbatto in qualche presenza umana che piano piano inizia a popolare quei vialetti deserti: qualcuno corre, un paio di ciclisti solitari e qualche ragazzo disabile che fa terapia. La vecchia fontana rotonda, dalla forma “molto termale” priva di acqua , non è più fontana e più in là una delle due fontanelle che spillava acqua termale ha lo sbocco murato. Tutto appare polveroso, anche il monumento a Senna meta di pellegrinaggio di tifosi indomiti. Si respira un clima sospeso, come fuori dal tempo, che non si dissolve neppure con il tentativo della mia mente di motivarlo con l’ora “morta” della giornata.

 

Ricordi… ne affiorano tanti mentre mi avvio sul Castellaccio, sede del primo insediamento preistorico della città. La grotta dei Tre Moschettieri, che oggi si intuisce appena, era la meta avventurosa dei maschi ai tempi dell’infanzia, i quali si sfidavano sul coraggio escludendo tassativamente le femmine dalla sfida. I vialetti dissestati che salgono silenziosi verso il vertice della collina rievocano i flirt giovanili, le imboscate delle prime storie sentimentali, i primi approcci sessuali sempre consumati con un po’ di apprensione e con il cuore in gola ad ogni rumore avvertito fra i cespugli. Un luogo di iniziazione per molte giovanissime coppie.

 

 Il Parco delle Acque Minerali era l’approdo delle passeggiate domenicali e il luogo di frequentazione dei mesi estivi, segnati dalle lunghe scattinate mattutine nella pista a mattonelle esagonali, dai ghiaccioli coi bastoncini premio, dalle spesse piadine da forno per le pause di merenda e dalle canzoni che uscivano dal juke box, che avrebbero segnato il ricordo indelebile di ogni stagione estiva. Qui si tenne negli anni ’80 la prima rassegna dei gruppi musicali imolesi “Chinotto” (nome individuato con ironica polemica verso la Coca Cola come simbolo di mercato e di diffuso consumo giovanile).

Qui abbiamo assistito negli anni ’70 ai concerti degli allora emergenti cantautori come Francesco De Gregori, Edoardo Bennato e altri. Imperversava la discussione sulle grandi kermesse musicali e ci si esercitava in discussioni un poco oziose sull’importanza del testo e della musica nella canzone d’autore.

 

L’identità negata

Oggi lo stato di abbandono che si vede genera solo tristezza e senso di perdita. La perdita di un’identità. L’identità di un territorio e dei suoi abitanti, molto di più dunque che il degrado di un’area verde. Qui ci siamo cresciuti, abbiamo vissuto l’emozione di stare insieme, di divertirci, di imparare un po’ della nostra storia, di costruire le nostre storie, di imparare ad amare il nostro territorio che è la nostra casa, cioè un luogo in cui la nostra interiorità e le nostre stesse storie trovano dimora. Immaginiamo un territorio senza nulla di tutto questo, esso non è, semplicemente. Non può vivere nel ricordo, perché anonimo, non può vivere perché non vissuto, privo di senso, se non in una dimensione che ci trascende e per noi inafferrabile. Recidere questo pezzo di identità per Imola, significa impoverirla, privarla di un suo segno particolare e privare gli imolesi delle loro storie. Una sorta di lobotomizzazione identitaria. Senza questa identità non c’è marketing territoriale che tenga, se non come pura illusione e operazione effimera.

 

Una comunità senza identità non può che avere paura del diverso e dello straniero perché non ha casa in cui accogliere e non ha nulla da scambiare. Dunque non si tratta solo di un problema che riguarda la tutela del territorio e il contrasto del degrado ma un’operazione culturale, se questo termine ha ancora un senso per chi ci governa. Certo in questi anni si sono avvicendati molti amministratori che non hanno memoria di questo vissuto perché la loro storia è cresciuta altrove, ma non ha neppure la sensibilità di ascoltare e di creare empatia col territorio (in senso lato) che sono chiamati a governare. I risultati si vedono: un degrado tangibile di fronte al quale pare esserci la assoluta mancanza di idee, di programmare un futuro e prima ancora, di immaginarselo, di essere in sintonia con i propri cittadini, e di visione su come potrebbe essere questo territorio salvaguardando la sua identità come fattore di forza e vitalità. (Continua)

(Virna Gioiellieri)