Ravenna. Si parla con frequenza di bellezza in questo periodo, spesso con evidente retorica e demagogia, come  antidoto ai tempi bui della crisi e alla visione angusta che ne deriva. Ma volendo farsi incantare da una bellezza concreta per una parentesi di godimento autentico, si può fare una visita al Museo d'Arte della città di Ravenna (Mar), dove sabato 15 febbraio ha inaugurato la mostra “L'incanto dell'affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto da Correggio a Tiepolo”, aperta fino al 15 giugno prossimo. Una sfida ambiziosa che la città di Ravenna gioca come una delle carte pregiate per guadagnarsi la nomina di capitale Europea della cultura nel 2019.

Non solo si possono ammirare affreschi di bellezza e valore indiscussi, ma si ha l'opportunità di conoscere una storia affascinante, che è insieme storia d'Italia e storia dell'arte e del patrimonio culturale italiano. L'incanto, come i visitatori possono verificare, non è un termine “civetta” per attirare pubblico, ma è la condizione emozionale che prende il sopravvento aggirandosi per le sale del museo. 110 sono gli affreschi o frammenti di affreschi esposti per raccontare questa storia, dipinti da grandissimi maestri della pittura e selezionati fra i più rappresentativi di una vicenda secolare. L'affresco è pittura eseguita sull' intonaco ancora bagnato di chiese ed edifici civili appartenenti a famiglie facoltose del passato. L'ideale è poterli vedere in situ, dove sono stati concepiti e realizzati, per quel particolare effetto prodotto dal contesto fatto di misure, di prospettive, di luce, di destinazione dello spazio che ispiravano gli artisti nella creazione delle opere. L'asporto tuttavia ha consentito nei secoli di preservare molti di questi lavori e di farli arrivare in ottimo stato fino a noi, anche se non sempre le ragioni dell'asporto erano ascrivibili ad intenzioni conservative.

Tecniche e ragioni dell'asporto
Diverse sono le tecniche che nel corso dei secoli sono state adottate per strappare i dipinti dalle sedi originarie: lo stacco a massello, lo stacco e lo strappo. Iniziarono i Romani a ritagliare pezzi di muro recanti le opere d'arte per sottrarre bellezza e valore alla Grecia appena conquistata. Bottino di guerra, prezzo dovuto dai vinti imposto dai vincitori. Dopo secoli di oblio, la pratica del distacco dell'affresco in Italia ritornò in auge nel Rinascimento, sia al nord che al centro della Penisola, favorendo la conservazione di porzioni di opere che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Fra il XVI e il XVIII furono traslate la Maddalena piangente di Ercole de Roberti della Pinacoteca nazionale di Bologna , Il gruppo degli angioletti di Melozzo da Forlì dei Musei Vaticani, la Madonna delle mani del Pinturicchio, tutte opere presenti in mostra.

Gli specialisti di questa pratica erano spesso pittori, che si occupavano di asportare le opere con tecniche in grado di salvaguardarne l'integrità e la conservazione. Antonio Contri, nel '700, fu uno dei più attivi e qualificati, ma ve ne furono altri come Giacomo e Pellegrino Succi (imolesi), Antonio Boccolati, Filippo Balbi, Stefano Barezzi, Giovanni Rizzoli, Giovanni Secco Suardo, Giuseppe Steffanoni. Gli estrattisti sono protagonisti della mostra come gli autori degli affreschi esposti: Andrea del Castagno, Bramante, Bernardino Luini, Garofalo, Girolamo Romanino,Correggio, Moretto, Giulio Romano, Nicolò dell'Abate, Pellegrino Tibaldi, Veronese, Ludovico e Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino, Guercino, Raffaello.

La tecnica del “massello” consistente nel tagliare in base a criteri precisi le porzioni di muro recanti gli affreschi , fu sostituita nel secondo quarto del secolo dei Lumi da quella più innovativa dello strappo. Questa, tramite l'applicazione di uno speciale collante consentiva di strappare l'affresco per riportarlo su tela. Alcuni di quelli in mostra infatti sono incorniciati come quadri, stato che li rendeva più fruibili sul mercato e ai collezionisti. Spesso infatti venivano asportati su commissione di collezionisti facoltosi come Ferdinando di Borbone o per essere immessi nel mercato antiquario. Ad oggi vi è una parte del patrimonio italiano disperso in Europa fra Londra, Parigi, Barcellona, Berlino. Una sottrazione perpetrata ai danni del Bel Paese, impoverito di opere di grandi maestri della pittura.

Le ragioni tuttavia per cui gli affreschi venivano strappati erano anche di conservazione nei casi in cui gli edifici in cui si trovavano venivano sottoposti a pesanti e radicali interventi di ristrutturazione che ne avrebbero compromesso la sopravvivenza o addirittura demoliti. A volte si trattava di rappresentazioni religiose oggetto di un diffuso culto popolare che si intendeva salvaguardare. Ma la pratica estrattista conoscerà la sua più fortunata stagione nel secolo scorso a partire dal secondo dopoguerra quando furono strappati un numero assai elevato di affreschi per salvarli dalla catastrofe della guerra. I danni provocati dai bombardamenti ad alcuni fra i principali monumenti pittorici italiani, finirono per diffondere la convinzione, negli anni '50, che lo stacco fosse l'unica via per evitare che in futuro potessero reiterarsi danni irreparabili come quelli che erano occorsi all'opera di Mantegna a Padova, a quella di Tiepolo a Vicenza, di Buffalmacco e Benozzo Gozzoli a Pisa (cimitero monumentale). Inizio così la cosiddetta “stagione degli stacchi” e della “caccia alle sinopie”, i disegni preparatori che i maestri del '400 avevano lasciato a modo di traccia sotto gli intonaci. Erano ora gli storici dell'arte e i musei a chiedere l'applicazione della tecnica estrattista.

Nel 1957 ci fu a Firenze una prima mostra allestita da Ugo Procacci, allora sovrintendente dei Beni artistici e culturali della città toscana. Mostra che per Roberto Longhi, uno dei maggiori critici e storici dell'arte italiani, segnava uno spartiacque cruciale per il futuro del patrimonio pittorico murale nazionale. Longhi fu un fervido sostenitore della pratica estrattiva nell'ottica della conservazione di questo patrimonio da parte dello Stato, peraltro non molto ascoltato, nonostante avesse incontrato altri convinti sostenitori. L'alluvione di Firenze fece il resto, mostrando al mondo la precarietà che condizionava la sopravvivenza dei più straordinari affreschi italiani. Così furono strappati per sempre dal muro che li aveva custoditi da secoli, Giotto, Buffalmacco, Altichiero, Vitale da Bologna, Pisanello, Signorelli, Pontormo e Tiepolo, tutti in mostra oggi al Mar di Ravenna.  La mostra, che espone anche affreschi da Pompei, consente dunque di ammirare queste opere da vicino, altrimenti visibili solo a distanza essendo posizionate originariamente in alto . Una storia del gusto, uno spettacolo, frutto di una ricerca approfondita condotta dal giovane ricercatore Luca Ciancabilla (che ne è curatore insieme a Claudio Spadoni) allievo di Longhi. Ciancabilla ha scritto un volume, un romanzo in cui è riportata la storia di 6 secoli, frutto di una ricerca scrupolosa e attenta sul quale è fondata la mostra stessa, per la cui realizzazione si sono impiegati 3 anni e mezzo di lavoro. Ogni opera è accompagnata oltre che dal nome dell'artista, dall'indicazione dell'autore dello strappo e dall'autore del trasporto, informazioni importanti per ricostruire la storia, estremamente interessante, di ogni singolo asporto e che offre l'opportunità di conoscere e riflettere sulla storia dell'arte italiana. Un evento da non perdere se non altro per il percorso storico e culturale proposto, oltre alle magnifiche opere in mostra e documentato in un catalogo di due volumi che svelano l'incanto della storia di tante storie.


Orari

Fino al 31 marzo: martedì- venerdì dalle 9 alle 18; sabato e domenica dalle 9 alle 19
Dal 1° Aprile: martedì-venerdì dalle 9 alle 18; venerdì dalle 9 alle 21, sabato e domenica dalle 9 alle 19; chiuso il lunedì.

(Virna Gioiellieri)