E poteva essere diversamente? Sarebbe stato possibile un risultato diverso? Dopo una quindicina d'anni un altro italiano va a ingarbugliare le acque cinematografiche d'oltre oceano: grande ingarbugliatore, il Benigni, riesce a fare un film “burattinesco” nell'orrore del razzismo e del lager e ora, quasi in silenzio, un altro italiano fa omaggio di sé stesso, della sua cultura non solo di immagini e della sua capacità di stare dietro quell'oscuro pertugio della cinepresa ma della sua maestria nel portarci dove non siamo mai stati pur vivendoci ogni giorno, ogni ora, ogni munito.

Nel gran bazar del “Bosco di Agrifogli” devono essersi sentiti in profondo imbarazzo: o non hanno capito il film e nel terrore di ammetterlo lo hanno premiato o hanno preso il coraggio a due mani e hanno fatto vedere alla loro platea ondeggiante su rossi tappeti, come si fa a fare film. Tanti i grandi registi e altrettanti i film di vero pregio, ma, come ammette lo stesso Paolo Sorrentino, era dal miglior Fellini (il Fellini della Dolce vita, di Giulietta o di 8 1/2) che non si assisteva ad un vero capolavoro, intenso, duro eppur dolcissimo, impietoso e carezzevole, come solo chi sa può concepire.

Finalmente una pellicola che ci riporta al vero significato dello strumento: una sequenza di immagini montate con maestria, la macchina da presa che cessa di narrare per colpirci sempre inattesa, il gioco delle ombre e delle luci che ci trasporta dove, da soli, non sappiamo andare. L'assenza del dialogo e della musica, due forme di accompagnamento delle immagini che qui, ed ecco la grandezza, appaiono superflue o relegate nel ruolo che loro spetta. Perché il film è immagine e solo immagine deve essere. La storia la lasciamo agli sceneggiatori che montano frammenti di vite: ne “La grande bellezza” solo immagini. Immagini di noi tutti, ripresi di nascosto, quando pensiamo che nessuno ci stia spiando, maschere di noi stessi delle quali ci è oscuro il significato pur nella personalizzazione quotidiana. Immagini che ci guidano in una Roma tanto bella quanto amara, disconosciuta ai più eppure sotto gli occhi di tutti, aperta agli sguardi indiscreti e più impudichi, ma sempre discreti e lasciati unicamente al nostro giudizio, alle nostre sensazioni ed emozioni. Perfino il nudo, pur gettato in scene aperte e ingrate, appare discreto e quasi silenzioso.

Alcune di queste immagini lasciano un vuoto profondo, come quella bimba che imbratta di colori disperati una tela gigantesca nel silenzio di una platea del tutto assente, o quell'altra platea che, nella bellezza dell'agro romano plaude all'ennesima maschera che si getta contro una dei pilastri dell'antico acquedotto o la pazza festa sulla terrazza che ci trascina all'interno del racconto. Se un parallelo si può fare, chiedendo venia, le maschere di Fellini sono di gran lunga superate, perché il maestro della Dolce Vita costruiva mostri quasi di fantasia (un Tonino Guerra dietro l'angolo),  ma Sorrentino ci mostra come veramente siamo, senza maschera. E ne usciamo male, perdenti, sospesi nella nostra supposta immaterialità che, con tocchi da vero cineasta, viene appesantita da una realtà travolgente e senza alibi di sorta, fino all'atterramento.

E che dire di Servillo? Una maschera tra le maschere, con una capacità espressiva sapientemente sfruttata da Sorrentino, tra ombre e luci che ne risaltano ora la comicità ora la profonda tristezza. Tanti colori, su tante giacche, per un uomo sempre uguale a sé stesso. Tutto attorno altri grandi attori che qui ricoprono il ruolo di comparse, ma non potrebbe essere diversamente in un film di sole immagini: non esiste spazio alle personalizzazioni in una storia costruita con frammenti di luci e di ombre. Fate una prova: riguardatevi il film in assenza di audio e scoprirete la vera, grande arte di un regista capace di ricordarci cosa significhi fare un film. Non una storia, un film. Mi raccomando però, negli ultimi minuti ricorrete al tasto del volume e portatelo a livello di ascolto, perché la frase ” avevo per vicino di casa un super ricercato e non me ne ero nemmeno accorto” non deve esser persa per nessuna ragione e riflettiamoci sopra. Senza piangerci addosso.

(Mauro Magnani)