La partecipazione da un lato significa “prendere parte” ad un determinato atto o processo, dall’altro “essere parte” di un organismo, di un gruppo, di una comunità.
La partecipazione politica è al tempo stesso un fenomeno antico e recente. È antico in quanto fin dal momento in cui si può parlare di politica come attività svolta in comunità organizzate vi è stata partecipazione politica. È un fenomeno recente poiché è strettamente collegato a significativi mutamenti nei sistemi socio-economici e nella natura delle comunità politiche. Non si può dubitare che si possa parlare di partecipazione politica sin dai casi delle polisgreche. Infatti, nonostante il numero di coloro che erano ammessi al processo decisionale fosse molto limitato, le caratteristiche centrali della partecipazione politica, vale a dire il suo essere diretta a influenzare sia la scelta dei decisori sia le decisioni stesse, erano ovviamente presenti anche nelle polis greche, e ancor più lo sarebbero state nella Repubblica romana.

Queste esperienze sono così importanti da aver suggerito ai pensatori politici la possibilità di integrare o addirittura sostituire la democrazia rappresentativa con forme di democrazia diretta, caratterizzate da più ampie e incisive opportunità di partecipazione politica. Tuttavia, molte forme di organizzazione del potere politico, nel mondo occidentale e orientale (come l’assolutismo o il dispotismo), non hanno lasciato spazio alla partecipazione politica per moltissimo tempo. È soltanto con l’emergere delle forme moderne di Stato nel mondo occidentale, e con le prime spinte alla democratizzazione interna, che si può tornare a parlare legittimamente di partecipazione politica. Per quanto si possa affermare che la partecipazione politica è sempre esistita, appare corretto sostenere che il fenomeno ha assunto le sue caratteristiche più specifiche dopo la formazione degli Stati nazionali, in concomitanza con le pressioni per una democratizzazione formale e con consistenti mutamenti culturali e socio-economici «La partecipazione politica è quell’insieme di azioni e di comportamenti che mirano a influenzare in maniera più o meno diretta e più o meno legale le decisioni nonché la stessa selezione dei detentori del potere nel sistema politico o in singole organizzazioni politiche, nella prospettiva di conservare o modificare la struttura (e quindi i valori) del sistema di interessi dominante» (G. Pasquino, Corso di scienza politica, Bologna, il Mulino, 1997).

A prima vista appare tutto molto semplice, quasi elementare: da un certo punto di vista “prendere parte” e dall'altro punto di vista “essere parte”. Perfetto: ben oltre al semplice limitarsi di far parte di un insieme definito e compreso, si decide di partecipare alla vita dell'insieme stesso. Bellissimo! La “cosa” é mia, quindi é giusta la mia richiesta, il mio desiderio, la mia volontà di prendere parte alla sua vita. L'armonia! Leggendo più avanti “non ci sono dubbi circa il fatto che pochi fossero ammessi al processo decisionale …”: ahi! qui inizia a prendere forma una cerchia ben ristretta che assume decisioni capaci di incidere sulla mia vita, sulla forma della mia vita, sulla qualità della mia vita. Meno male che più avanti afferma che la partecipazione deve essere in grado di influenzare quelle decisioni e non solo, ma riesce anche ad influenzare la scelta delle persone (quei pochi che decidono) destinate alla stanza dei bottoni. Stiamo parlando, se non fosse sufficientemente chiaro, di situazioni presenti circa duemila anni fa, antica Grecia e Roma, la prima vera culla della moderna democrazia, quest'ultima centro decisionale del più vasto impero dell'antichità. Per fortuna nostra questa tradizione si è conservata ed arricchita nel corso dei secoli ed è arrivata fino a noi, ma se pensiamo ad un regalo siamo fuori strada: è costata un numero immenso di vittime, quantità di dolore inimmaginabili, sofferenze e subite atrocità.

Quel desiderio “dei pochi” di essere sempre meno all'interno della stanza delle decisioni prende troppo spesso la forma dell'esclusivo, del definito e la scelta di loro stessi dettata da precisi indirizzi e bieche volontà. Quando tutto ciò si verifica la partecipazione viene meno e viene surrogata da forme diverse che alterano l'essenza stessa  della partecipazione. E sono dolori accorgendosene. Si inizia con il parlarne, poi si scende in piazza con tanti altri che la pensano come noi, la voce si alza, viene individuato il nemico che non la pensa come noi e, nei casi estremi, inizia lo scontro. In assenza di questo processo subentra l'assuefazione, la rinuncia, il disinteresse, la presa di coscienza dell'impossibilità dell'incidere. Quest'ultima fase della malattia è, per la precisione, esattamente quella nella quale ci troviamo noi ora e solo pochi di noi scendono in piazza per lo scontro diretto e sarebbe molto utile un approfondito dialogo circa la loro scelta.

Personalmente credo fermamente che quando si abbandona la parola per passare alla mano si è già perso, ma occorre rispettare le altrui scelte. Avendo constatato che la partecipazione risulta vana ed inefficace, molti di noi hanno deciso di cessare la loro partecipazione e si sono chiusi in casa, come si suol dire. Nei tempi moderni tutto si traduce in numeri, e i numeri della partecipazione sono in discesa: nelle ultime elezioni regionali della nostra bellissima Sardegna un elettore su due se ne è stato a casa: una partecipazione dimezzata. Per chi come me è innamorato di questa terra, di questa gente chiusa ma tanto ospitale da far arrossire, dei loro sorrisi tanto aperti quanto sinceri, della loro spontanea generosità, del loro piacere nella scoperta della tua condivisione, del profumo della loro terra e del loro mare, del sapore nascosto dei prodotti delle loro mani questa situazione non è incomprensibile, anzi! E la partecipazione manca, viene meno, perché la partecipazione è fiducia nella possibilità di poter incidere. Non solo nella bellissima Sardegna si deve registrare tale fenomeno, se è vero (ed è vero) che anche dalle parti nostre qualcuno si è accorto del fenomeno e “cerca” di porvi rimedio. E' della Regione Emilia Romagna un'iniziativa di legge (costata mesi di sofferenza, di ritocchi, rinvii  e di centinaia di quelle cose strane che prendono il nome di emendamento) che mira a ristabilire l'importanza della partecipazione, la sua forza e, forse, la sua insostituibilità. Vengono individuate nuove forme aggregative, modalità di scelta dei partecipanti all'insieme, scelta di argomentazioni sulle quali poter incidere…

Ecco, siamo arrivati al punto: per ora, come limite massimo, la proposta di incisione nella decisione (sembra un gioco di parole) può arrivare ad un massimo che prevede la risposta negativa, ma motivata. E non è poco se si pensa che fin troppe volte la risposta è venuta a mancare. Tuttavia la domanda fondamentale resta una ed una sola: perché si è sentito il bisogno di una legge per ripristinare il potere della partecipazione? Perché i nostri politici hanno sentito la necessità di mettere per iscritto tale necessità?  Cosa ha determinato tale scelta che altro non significa se non la scoperta negativa di uno degli aspetti fondamentali della democrazia? Si sono forse accorti della mancanza di partecipazione? E se così è, perché non sono corsi ai ripari all'interno “dei pochi che hanno accesso ai poteri decisionali”? Hanno scoperto di aver bisogno di qualcuno che suggerisca loro? Si sono forse accorti che decidevano un po' troppo in autonomia? Che le decisioni non andavano nelle stessa direzione dei bisogni degli amministrati? Non è che curavano un po' troppo solo sé stessi?

Se decido di smettere di fumare (cosa che sono riuscito non so come a fare tanti anni fa) non ho valutato la possibilità di mettere per iscritto la mia volontà / dovere / possibilità di smettere di avvelenarmi, ho cessato l'acquisto delle sigarette e ho scoperto che, in fondo, era facile e stavo meglio. Punto (rafforzativo!). Nella nostra piccola realtà, abbiamo assistito alla decisione di cementificare uno splendido terreno erboso, la reazione dei cittadini è stata forte (nei numeri) ed immediata (nel successo) e l'Amministrazione ha innestato la marcia indietro. In seguito si è presentata (l'Amministrazione) con un viso sorridente e accomodante, ben disposta all'accettazione di proposte diverse che, assicurava, sarebbero divenute esecutive. Per bilanciare il tutto, dichiarava di cercar di individuare un'altra area da cementificare, però lontano. Un po' come se io avessi smesso di fumare in casa ma di continuare in ufficio. Sorrisi, enunciazioni di vittoria mal celate e proposte, ahimè, di non troppo alto livello. Non tutto si può avere e non subito.

Per chi non fosse stato tediato a sufficienza da questo mio disquisire circa la partecipazione e avesse ben ferma la volontà di farsi ancora del male (ma c'è chi afferma che un po'di male può pure far bene!) ecco un link che vi porterà direttamente allo studio di una ragazza circa la partecipazione nella nostra città, studio che è stato raccolto nella sua tesi di laurea. A mio avviso una gran brava ragazza! Buona lettura.

(Mauro Magnani)