Per molte donne l’8 marzo è una giornata ricca di significato, per altre è una festa come un’altra, per altre ancora un pretesto per festeggiarsi un po’ di più degli altri giorni. Comunque sia e data la controversa origine di questa giornata come giornata dedicata alle donne nel mondo da oltre 100 anni, è certamente un simbolo collettivo frutto di vicissitudini storiche e di un percorso comune che ha segnato nei secoli una presenza e un impegno per l’emancipazione, la liberazione da stereotipi sessisti, i diritti. La storia delle donne è una storia misconosciuta, non sempre visibile, non sempre scritta, snobbata dalla storia ufficiale per decenni e solo di recente indagata e messa in condizioni da poter essere trasmessa. Una storia comunque determinante e senza la quale non si spiega il mondo contemporaneo. Oggi l’8 marzo, pur rimanendo espressione di questo percorso è divenuta, nei fatti, una giornata più rituale e festaiola e meno di lotta (come si diceva una volta). Ma com’è oggi la condizione delle donne? Spesso si prova a misurarne l’evoluzione o l’involuzione a valutare i passi fatti, avanti o indietro. Impresa difficile e complessa. In questi giorni i media si affanneranno a fornire dati e a fare paragoni per cercare di pervenire ad una immagine di sintesi (improbabile) che faccia il punto. Una riflessione su alcuni temi tuttavia si impone.


La violenza sulle donne

Una donna uccisa ogni 2 giorni e molte altre le violenze, fisiche e psicologiche, il più delle volte consumate in famiglia. E’ la drammatica caratteristica di una società in cui il potere maschile si fonda sul possesso del corpo femminile e sul dominio dei sentimenti e della vita dell’altro sesso. Usa il ricatto, l’intimidazione , la violenza per legittimare e imporre la propria dimensione emotiva che non sa gestire. Gli effetti sono devastanti e non solo sulle donne e i minori ma anche sulla qualità delle relazioni affettive e sociali. I centri antiviolenza, sorti in Italia per offrire sostegno alle donne, si caricano ogni giorno di un problema che ha implicazioni molto delicate e complesse e che richiede risorse, competenze, impegno quotidiano per consentire a chi vi si rivolge di ricostruire il proprio percorso di vita. Un fenomeno per affrontare il quale occorrono l’intervento di servizi e di funzioni istituzionali e  una metodologia di rete in grado di fornire risposte di sistema. Esiste un piano nazionale messo a punto da Cecilia Guerra sottosegretario con delega alle Pari Opportunità del Governo Letta, con il contributo delle realtà che si occupano del tema. Il piano prevede un finanziamento di 10 milioni di Euro di incerta realizzazione visto il silenzio del nuovo Governo presieduto da Renzi. Il nostro territorio non è immune:  quasi 300 sono i casi registrati ufficialmente a Imola nel 2013, il chè significa che il fenomeno ha proporzioni più vaste. Ma attualmente non esiste una rete territoriale fra soggetti competenti, il tavolo circondariale di contrasto alla violenza a cui i centri locali antiviolenza e le Associazioni delle donne non hanno accesso è silente. Non esiste un osservatorio né a livello locale né a livello nazionale che raccolga dati con una metodologia utile ad analizzare il fenomeno per costruire risposte efficaci.


Un diritto negato: l’applicazione della legge 194/1978

Una legge che funzionava e che in 35 anni aveva ridotto gli aborti del 53% è stata messa in ginocchio dall’obiezione di coscienza e dalla riduzione dei servizi preposti. L’80% dei medici è obiettore e chi non lo è si trova ai margini della professione medica. I risultati sono il ritorno all’aborto clandestino, la messa in discussione radicale del diritto di autodeterminazione delle donne,  la riproposizione della disparità fra chi ha i mezzi economici e chi non li ha per recarsi all’estero e non rischiare la vita. Oggi si torna a morire di aborto. Liste di attesa spaventose negli ospedali che praticano l’interruzione di gravidanza e a cui si rivolgono le donne che hanno incassato il rifiuto delle strutture del loro territorio. A chi ricorre a servizi privati vengono chieste cifre da capogiro anche per aborti terapeutici e molte donne arrivano in ospedale in gravi condizioni denunciando falsi aborti spontanei. 73.000 sono gli aborti spontanei rilevati (dati Istat) nel 2013 con un aumento di 17.000 all’anno rispetto al 1982. Una realtà che fa venire i brividi e che è l’effetto di un annullamento, di fatto, di una buona legge ottenuta dopo anni di mobilitazione per sconfiggere l’aborto clandestino e salvaguardare la salute e la vita delle donne. 20.000 sono le interruzioni di gravidanza illegali calcolate dal Ministero della Sanità, il chè significa che sono molte di più. Ma la legge 194 non ha introdotto l’aborto e non obbliga nessuna a praticarlo. L’interruzione di gravidanza non è un diritto in sè, ma è un diritto della donna scegliere se praticarla e va rispettato. Il contesto europeo non è migliore . E’ in atto un’offensiva violenta contro le donne, a cominciare dal Governo spagnolo di centrodestra che sta cambiando la legislazione in senso pesantemente restrittivo e contro il quale nelle settimane scorse si sono mobilitate in Spagna e in Europa migliaia di donne. Tentativi analoghi sono in corso in Francia e in altri Paesi fra cui la liberale Inghilterra. Siamo in presenza di un’offensiva ottusa e oscurantista che ha come fine ultimo la dipendenza e la subalternità del genere femminile.

Il lavoro: un diritto dimezzato
Se le donne che lavorano sono più numerose e ricoprono più che in passato ruoli direttivi, è altresì vero che, a parità di competenze e livelli, ricevono ancora retribuzioni inferiori rispetto ai colleghi uomini. In generale hanno una condizione economica più difficile e non solo per la diffusione del precariato, anche per le discriminazioni che ancora vengono applicate a loro danno. Basti pensare alle lettere di dimissioni che spesso sono costrette a firmare in bianco dalle imprese che le assumono nel caso rimangano incinte. Una pratica che era stata vietata e poi ripristinata dall’ultimo Governo Berlusconi. Da anni i dati ufficiali rivelano come le ragazze siano mediamente più istruite dei ragazzi e spesso più qualificate e competenti, ma nonostante questo, hanno meno opportunità di occupazioni qualificate e di progressione di carriera. Pochissime sono le donne che ricoprono funzioni dirigenziali e di vertice nelle Istituzioni come nelle aziende, nelle banche, nei servizi. Continuano a svolgere il doppio lavoro, produttivo e di cura con meno servizi a supporto finendo per essere il vero Welfare del Paese nell’accudimento delle persone anziane, dei figli, dei nipoti. Una funzione un tempo riconosciuta con un’anticipazione dell’età di pensionamento oggi sfumata. L’effetto è una riduzione di opportunità nella scelta del percorso di vita e professionale.

Il quadro tracciato, certamente parziale e sintetico, indica una condizione femminile peggiore rispetto ad altre stagioni storiche e politiche. Vi è la chiara riproposizione di una cultura maschilista che più o meno esplicitamente tende a ristabilire un rapporto di potere del genere maschile su quello femminile, ne riduce i diritti e le opportunità di scelta. E’ altresì vero che le donne negli ultimi anni non hanno trovato , se non episodicamente, risposte unificanti capaci di incidere nelle politiche di governo locale e nazionale proponendosi come soggetto politico in grado di esprimere potere contrattuale a favore delle istanze di genere. Non bastano quindi le mille iniziative (per quanto utili) di un mese promosse da diverse singole realtà  per cambiare lo stato delle cose e affermare una cultura di genere che serva a produrre un reale cambiamento di riequilibrio fra i generi e dunque del sistema sociale. Occorre riappropriarsi della politica e cercare temi comuni sui quali produrre una forza che dia senso anche al riequilibrio della rappresentanza politica. L’8 marzo deve tornare ad essere una giornata anche di lotta e di presenza politica.

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(Virna Gioiellieri)