Imola. Il 7 marzo scorso l’Asl di Imola ha reso pubblici alcuni dati relativi alla violenza sulle donne nel nostro territorio. Una scelta positiva che da tempo si attendeva. Positiva perché in questo modo l’Asl territoriale batte un colpo ma anche perché informare è un’azione che favorisce la sensibilizzazione verso un fenomeno “sempre più allarmante e in ascesa”, come recita la nota diffusa, dagli aspetti variegati e  complessi.

Nel 2013 sul nostro territorio sono state 27 le donne vittime di violenza prese in carico dal Consultorio familiare dell’Asl di Imola, 182 coloro che si sono rivolte almeno una volta al Pronto soccorso. Molte di loro lo hanno però fatto più volte, presentando sintomi ascrivibili a pratiche violente pur non nominandole esplicitamente.
Oltre il  53% dei casi si verifica tra le mura domestiche e se in 52 casi non ne viene specificato l’autore, nei restanti si tratta nel 95% di un maschio, nel 91% di una persona conosciuta e in circa la metà di un famigliare o di un convivente.  
La fascia di età in cui i casi di violenza sono più numerosi è quella tra i 25 ed i 44 anni, con 85 casi, 49 sono i casi rilevati nella fascia tra i 45 ed i 64 anni, 24 tra i 18 ed i 24 anni, 8 sopra i 64 anni e 16 i casi a danno di ragazze minorenni. 7 donne su 10 sono italiane (110).

Questi i dati divulgati per niente confortanti, anzi. Se essi rappresentano la punta dell’iceberg , come recita ancora la nota dell’Asl, significa che il fenomeno è assai più diffuso. Sull’argomento questa testata è intervenuta più volte negli ultimi anni e continuerà a farlo. I dati numerici sono una fotografia della realtà, dunque statica. Occorre un’analisi condivisa che consenta non solo di portare sostegno alle donne che subiscono violenza, consentendo loro di costruire un percorso di vita alternativo, ma individuare le cause e le dinamiche che producono le relazioni violente, in primis nell’ambito della sfera affettiva. A onor del vero se ne è discusso più volte ma ancora non c’è un approfondimento adeguato e non ci sono politiche concertate che producano la messa in rete dei soggetti competenti, unica risposta adeguata al problema. Dalle forze dell’ordine ai servizi sanitari e sociali, ai centri antiviolenza territoriali, alle Associazioni delle donne e infine alle sedi deputate a promuovere politiche di pari opportunità.

Non basta, per contrastare il fenomeno, fornire risposte all’emergenza (e già sarebbe molto) dopo che la violenza si è consumata devastando la vita di chi la subisce, occorre creare una visione delle relazioni, del sistema sociale e una cultura dell’essere, diverse. Per questo è importante il coinvolgimento anche delle associazioni che hanno una funzione politica e sociale e che possono intervenire in più modi nel territorio per concorrere a questo obiettivo. Certo il mondo non si cambia a Imola, ma che la politica si interroghi e capisca che la violenza di genere non è un campo di intervento ma l’effetto di un degrado complessivo del tessuto sociale e della relazione fra i sessi, è un obbligo, se vuole assolvere alla propria funzione (ammesso che lo voglia). Come cittadine e cittadini che si aspettano cambiamenti concreti abbiamo il dovere di pretenderlo facendo la nostra parte, a cominciare dal condizionare il mandato di rappresentanza di chi governa ad azioni concrete ed efficaci che possono verificarsi solo coinvolgendo e relazionandosi col territorio e le sue espressioni di aggregazione sociale.

(Virna Gioiellieri)