Che Grillo si professi poco democratico non sorprende, ce ne eravamo accorti. Più interessante è capire perché non paghi dazio.

Come mai comportamenti autoritari che rinsaldano la fede dei guardiani della rivoluzione stellata non allarmino più di tanto gli elettori. Forse la crisi non basta a spiegare.

E nemmeno la cattiva politica, che ha originato il declino dell’Italia e il M5S.

Il buon governo potrà certo asciugare parte dell’acqua che è esondata dal grande fiume della democrazia liberale ma non riuscirà a farla rientrare tutta in alveo.

Nella società degli individui il rapporto fra cittadini e politica ha assunto caratteri nuovi, il populismo, il leaderismo non sono fenomeni transitori.

Quello fra democrazia e plebiscitarismo è oggi un confine fragile.

Democrazia della sfiducia la chiama Ivan Krastev, la politica ridotta a uno scontro fra retorica anti corruzione, che la gente vede ovunque, e retorica anti populista dei gruppi dirigenti.

Senza una visione collettiva del futuro, un’idea di cambiamento nella quale riconoscersi, mitigare il disagio, resuscitare la speranza.

Il sentimento è quello della perdita, che evoca l’ingiustizia, e reclama la punizione.

In queste condizioni il funzionamento della democrazia liberale diventa affannoso.

La decisione di allontanare, con rito informatico, i dissidenti grillini rispetta la forma ma viola l’essenza della democrazia.

Che risiede nel confronto.

Se si comprime la libertà di pensiero la si svuota.

Quel che resta è solo il principio per cui prevale chi ha più voti, un accorgimento tecnico per regolare i rapporti.

I consensi, sosteneva Kant, si pesano, non si contano.

Quando si contano non sono sempre garanzia di giustizia.

Non lo è l’esito del referendum svizzero sull’immigrazione.

Non lo sarebbe un plebiscito per la pena di morte.

Churchill non ebbe bisogno di sondaggi per dichiarare guerra a Hitler.

Gli bastò collegarsi alla propria coscienza.

“Li abbiamo espulsi perché non la pensano come noi” vorrebbe essere una difesa ed è invece un’auto accusa.

Solo una comunità regredita a tribù considera la libertà d’espressione incompatibile con l’appartenenza.

Pensarla come tutti non è mai una garanzia.

Sotto le sembianze di una democrazia diretta si cela la mortificazione dei principi della democrazia liberale.

Il M5S nasce da una domanda di pulizia.

Allorquando quest’impulso non è contenuto entro gli argini della relatività e dell’imperfezione assume i contorni di una presunzione etica che genera integralismo e rifiuto.

Bersani, Letta, Renzi, c’è sempre una ragione per non parlarsi.

Se io solo sono puro, allora negarmi a un rapporto con persone diverse assume significati che vanno oltre il calcolo politico, l’altro diventa un monatto, al quale non ci si può accostare.

E’ avvilente rilevare come in politica, che dovrebbe essere il regno della relatività, dove sono storicamente certificate la soggettività e l’aleatorietà delle teorie e dei pensieri, alligni ancora, assoluta e bellicosa, la presunzione di verità.

In democrazia c’è sempre un’altra possibilità.

Che ci siano, nel M5S, cittadini che non si appagano della verità del capo è una buona notizia.

Bentornati a casa.

 

(Guido Tampieri)